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Elio Ruffo. Sul Cinema della disperanza (parte prima)

di Pino Bertelli

« Per scardinare le resistenze politiche, economiche, sociali, morali di qualsiasi gruppo umano bisogna insegnargli che la sua cultura è perdente. Il povero, il miserabile “non ha cultura”. Proprio perché è povero. Ma il processo è andato oltre. I calabresi, infatti, hanno perfettamente metabolizzato il messaggio tutto borghese che identifica/va la miseria contadina con la “colpa” di essere poveri. Si tratta in buona sostanza di un’antica e radicatissima convinzione morale delle borghesie occidentali. Scomodando l’illustre Michel Fuocault troviamo conferma che, nelle società europee sia di matrice cattolica che protestante, “…la miseria non è più presa di una dialettica dell’umiliazione e della gloria, piuttosto in certo rapporto del disordine all’ordine che la chiude nella colpevolezza(…). Essa scivola da un’esperienza religiosa che la santifica ad una concezione morale che la condanna” ».
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Vittorio De Seta

SUL CINEMA DELLA DISPERANZA

A Francesco, Anna Maria e Paola, luna dei miei giorni, perché mi hanno commosso, divertito o sconcertato, e nel corso delle nostre derive fotografiche nella Locride abbiamo scoperto il cinema di Elio Ruffo che c’ha imparato ad amare l’amore e l’amicizia a cui aspirano i viandanti delle stelle…

I. Sul pensiero per figure di Gioacchino da Fiore 

Il solo sorriso di un bambino salvato dalla guerra, vale più di tutte le fedi, le ideologie, gli sportelli di banca… la parata dei saperi (carta stampata, pittura, cinema, fotografia, teatro, musica) non conosce il senso della defascinazione, ma solo quello delle formule… nella civiltà dello spettacolo non ci sono più avversari, solo spettatori, complici e criminali. Tutti si assomigliano, poiché trovano nel piacere di servire, obbedire o divorarsi nell’Immacolata Concezione della felicità di pochi a dispregio della povertà dei molti. 

Le persone più interessanti che abbia mai incontrato, erano illetterati, folli o bambini, non sapevano parlare che nella loro lingua, dicevano che in quella del nemico regna la menzogna! Poco importa se ci siamo conosciuti in un manicomio, in un deserto o sui marciapiedi inzuppati di sangue degli insorti… era sempre meglio che ascoltare le imposture della politica, le lusinghe della finanza o i supplementi di adesione a un’umanità fratricida che affonda nei propri deliri d’onnipotenza. Non si deve mai essere d’accordo né con la massa né col potere… poiché cambiano idolo sempre troppo tardi e, soprattutto, si portano addosso il cattivo odore del boia! Qualche volta è stato nel buio di un cinema che ho pianto di gioia, specie quando i ragazzi di Zero in condotta salgono sul tetto del collegio, prendono a colpi di libri e  barattoli di marmellata i manichini del potere nel cortile, buttano via la bandiera nazionale e issano quella nera della libertà.  

Elio Ruffo. Sul cinema della disperanza

Non mi è mai piaciuto ammazzare i conigli, perché dopo che sono stati ammazzati si muovono! Meglio tagliare le catene dell’ammirazione con la pignatta di coriandoli sotto il culo dei conquistatori. 

Di cinema si può anche morire di noia o farlo saltare in aria per mancanza d’indulgenza verso un Mito, un Dio, uno Stato o di un rivoluzionario comunista che appena ha preso il potere si comporta peggio del tiranno che ha impiccato… non si può concepire il cinema che non faccia a pezzi l’universo d’imbecillità che ha creato e diffuso ovunque sin dalla sua nascita… ci dev’essere qualcosa di marcio nella macchina/cinema… i film-Campbell’s (zuppa di Pomodoro) della fabbrica delle illusioni hollywoodiane (ma a ogni angolo della Terra è la medesima cosa)… recitano il ruolo del genio da Oscar e finiscono per rappresentare la cultura della mediocrità… ci ha pensato Internet a omologare tutto… non c’è mai stata tanta produzione di film come nel XXI secolo… film, serie televisive, sport, show, affari… hanno colonizzato l’immaginario collettivo del pianeta ed edificato il tempio della stupidità. 

Nel profluvio del cinema italiano, fatti salvi i soliti fuoriusciti dal consenso mercatale, c’è solo cattiva letteratura… ci sono anche film significativi, certo, e sono sempre quelli in cui sono denunciati i nemici della bellezza, della giustizia e della verità… la volgarità della ragione imposta non è compatibile con l’intelligenza e persino con il talento… per cui capita d’imbattersi in qualche film dove si sostiene che l’inferno dei vivi è esistito, esiste ed è alla portata di tutti, compreso gli ingenui… e sono sempre i galantuomini, gli uomini d’onore, i prosseneti della miseria a tirarne i fili… siccome conta soltanto il film che si pianta come un coltello nel cuore del pubblico più affine con la prevaricazione e avvezzo ai discorsi da tribuna, ecco che il cinema la fa finita con la pratica dei saltimbanchi e degli esteti del miserabilismo, s’imbarca sul battello ebbro della verità e oscilla tra la rabbia e i singhiozzi secolari della buona gente. 

Nel viaggio in terra di Calabria, nella Locride, che abbiamo fatto con gli amici fraterni Francesco, Anna Maria e Paola, la mia compagna di scorribande, flânerie e passages fotografici nel mondo… e ti vengo a cercare tra il profumo della carta di lino bianco, gli abbracci intrecciati allo scirocco africano e baci appassionati su un’altalena di fiori legata alle stelle… una deriva fotografica sulle tracce di cinque scrittori calabresi tra i grandi del ‘900 (Corrado Alvaro, Francesco Perri, Saverio Strati, Saverio Montalto, Mario La Cava), confluita nel libro a  cura di Francesco Mazza, “Terzo Regno. Gli scrittori” (1), ci è toccato in sorte di scoprire un regista calabrese di ragguardevole autorialità, Elio Ruffo. 

(1) Terzo Regno. Gli scrittori, a cura di Francesco Mazza, Cine Sud, 2024

Con Paola, siamo rimasti abbacinati dalla forza filmica di Ruffo… abbiamo passato giorni e giorni a scorrere in moviola le opere di Ruffo che ci sono state donate da Francesco e Anna, e tra vino di Borgheri, pastasciutte con tanto peperoncino e baci al sapore di mare, è uscito questo trattatello sul cinema randagio di un fuorigioco… vedere autori inattuali nell’epoca torbida della civiltà dello spettacolo, è la migliore disintossicazione che ci sia… lo spettatore non è fatto per essere inchiodato alla poltrona di un cinema nella felicità dei beoti, ma forse non merita di meglio. 

Nella storiografia del cinema italiano i dimenticati, gli emarginati, i cancellati non sono pochi… uno di questi è Elio Ruffo, figlio di una terra da sempre martoriata dal malaffare ma che conserva e pervade i volti, corpi, sogni nella millenaria cultura grecanica… quella terra di Calabria che ha sprigionato le intuizioni o il teorema di Gioacchino da Fiore (abate, teologo e filosofo, 1130 circa, 1202), dove profetava che l’umanità può raggiungere la sua salvezza attraverso l’Età dello spirito, l’avvento di un regno dove i conflitti saranno pacificati, le guerre eliminate e l’uomo potrà vivere in fratellanza con i suoi simili… precetti che sono alla base di tutti gli utopisti e libertari della Terra. 

Il cinema della disperanza di Ruffo è pervaso da tematiche universali — sacrificio, conformismo, menzogna, poesia, morale, snobismo, eroismo, religione, rivolta, dominio —… le immagini che fabbrica non tradiscono l’incultura né ignorano l’arroganza dei potentati… sfuggono a etichette e universi convenuti… non appartengono a nessuna scuderia religiosa né ad alcuna corrente ideologica… disdegnano gli oracoli mafiosi che imbrattano di sangue il candore delle fiumare, più di cosa il cinema di Ruffo porta in sé il soffio della verità e del dissapore e lo trasporta nella rivelazione del bello, del giusto e del buono. Dalla lettura della sua opera si esce più imbecilli o più intelligenti. 

Al fondo del cinema della disperanza di Ruffo… nella potenza delle inquadrature e la fotografia diretta su volti e ambienti (specie nei documentari e in Tempo d’amarsi)… c’è una linguistica aurea-profetica che si richiama al pensare per figure di Gioacchino da Fiore, teologofilosofo calabrese che attraverso l’alfabetizzazione diagrammatica-simbolica d’immagini, indizi, metafore… induceva ad abitare la luminosità dei semplici di spirito per raggiungere il luogo condiviso, dove forma e sostanza danno corpo a un vivere sociale nella bellezza e nella giustizia… verità e libertà non sono concepibili una senza l’altra — sono fiori d’uno stesso prato —, quello del raggiungimento della felicità per la maggiore umanità. 

Sul pensare per figure di Gioacchino da Fiore. La vitalità del pensiero figurativo-visionario di Gioacchino da Fiore ha investito i Movimenti del libero spirito del millenarismo e sollecitato la rimembranza e la storia di tutti i dispregiatori della libertà… ha attraversato il Medio Evo, il rinascimento, il secolo dei lumi ed è giunto fino alla pedagogia libertaria della nostra epoca. I Catari, gli Amalriciani, Bentivenga da Gubbio, Margherita Porete, Tommaso Scoto, Gerardo di Borgo San Donnino, Ubertino da Casale, Pier di Giovanni Olivi, Ildegarda di Bingen, Quintin Thierry e i libertini spirituali… hanno ripreso — in versioni diverse, naturalmente —, le tesi gioachimite sul Tempo della conoscenza, il Tempo della saggezza, il Tempo della piena intelligenza, e cioè che il primo è stato l’obbedienza servile, il secondo la servitù filiale, il terzo sarà la libertà contro tutte le gerarchie e autoritarismi, incluso quello della chiesa, a favore del riscatto della persona in amore con l’intera umanità. “Lo Spirito Santo produce alla luce del sole la libertà, che è l’amore”, Gioacchino diceva… e non c’è bisogno di riconoscere alcunché fuori dell’amore dell’uomo per gli ultimi, gli sfruttati e gli oppressi. 

Le accuse d’eresia all’abate calabrese erano forse giustificate. Attraverso i secoli il pensiero figurativo gioachimita ha interessato e coinvolto filosofi, letterati, artisti, registi cinematografici (Jordan River, Il Monaco che vinse l’Apocalisse), semiologi (Umberto eco, In nome della rosa), educatori (Alexander S. Neill, I ragazzi felici di Summerhill)… e la sua seminagione libertaria la possiamo riconoscere nelle pagine di Fourier, Proudhon, Tolstoj, Nietzsche, Dante o nella corrente di pensiero della Teologia della liberazione (1968), emersa intorno al teologo Gustavo Gutiérrez, l’arcivescovo Hélder Câmara, il teologo francescano Leonardo Boff, il presbitero, guerrigliero-rivoluzionario Camilo Torres (ucciso dai soldati del colonnello Alvaro Valencia Tovar, 1966)… che chiedeva la nascita di una chiesa dei poveri in America Latina e nel mondo. 

Nel 1971 il pedagogista brasiliano Paulo Freire pubblica La pedagogia degli oppressi(2) riprende la filosofia e la psicologia del linguaggio gioachimita e attraverso l’uso delle immagini-parole cerca di sconfiggere l’analfabetismo della povertà e la disumanizzazione degli oppressori in America Latina. Nel 1984, Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, mise sotto inquisizione i teologi dei poveri e il processo si concluse con l’imposizione di un “silenzio ossequioso”, cioè divieto di parlare, d’insegnare, di svolgere qualsiasi attività teologica. Quando lo spirito e il verbo s’intrecciano e diventano dogma, si decompongono. 

(2) Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Mondadori, 1971

A margine del pensiero libertario gioachimita, che poggia le sue visioni comunitarie nella luce di cuori puri e fedi che non siano finte, e nelle ombre gerarchiche che impediscono la grazia angelica di manifestare la libertà assimilata all’amore di sé e del prossimo… occorre ricordare che le prime immagini negative-positive non sono state scoperte con la fotografia di Joseph Nicéphore Niépce, Vista dalla finestra a Les Gras, 1826, circa… e nemmeno la filosofia del Mito della caverna di Platone (La Repubblica) ha annunciato le ombre e le luci che i filosofi più avvertiti hanno interpretato essere alla base della fotografia, del cinema e di tutte le arti figurative. 

La raffigurazione dell’immagine negativa-positiva nasce nell’Arte rupestre preistorica (Neolitico), come si può vedere nella grotta con tracce di mani, Santa Cruz,(Argentina). Lì gli uomini del tempo hanno ottenuto la tipologia negativa appoggiando la mano asciutta sulla pietra, soffiandoci sopra la polvere rossa che poi toglievano… per l’immagine positiva il palmo della mano veniva spalmato di polvere che premevano sul muro in modo da lasciare la sagoma della mano. Rappresentare un pensiero, un’immagine, un suono o un segno nella sua essenza… significa mostrare che la “bella parvenza” dell’uomo fiorisce nella presentificazione del senso. Il resto è solo forma. Amen e così è. 

L’immagine fotografica-cinematografica è già tutta nel pensiero figurativo-visionario di Gioacchino da Fiore… l’uomo si racconta e racconta il mondo che lo circonda, l’opprime, lo violenta, lo distrugge… e attraverso la rappresentazione segnica-simbolica di un nuovo alfabeto, rivendica la propria dignità e accende le millenarie rivolte dei popoli che hanno combattuto per la verità e la giustizia. Una lingua di figure è l’accezione che porta al dialogo… il pensiero figurativo non pensa solo quello che sa, indica anche le codificazioni, i rituali, i marchi a fuoco che attraverso l’omologazione dell’asineria hanno eretto le forche della modernità tecnologica. La dittatura del consenso passa dall’adesione a tirannie, ideologie, religioni, sistemi finanziari, mercato delle armi e la dittatura della mediocrazia (incluso il valore d’uso di Internet) è l’immagine-spettacolo di una civiltà che continua a partire mostri.

Elio Ruffo. Sul cinema della disperanza

II. Sull’utopia comunarda di Tommaso Campanella

Il cinema randagio di Ruffo fuoriesce da quella Calabria profonda che ha dato i natali a Tommaso Campanella (filosofo, teologo, poeta e frate domenicano, 1568-1639). Trascorse 27 anni in prigione per aver diffuso l’aura utopica di un nuovo umanesimo e con La città del sole, mostrato la possanza dell’uomo di fronte ai mali che gli vengono inflitti dal potere (3). Ignudati anche nei madrigali del carcere: «Io nacqui a debellar tre mali estremi: /tirannide, sofismi, ipocrisia […] / Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, / ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno, / tutti a que’ tre gran mali sottostanno, / che nel cieco amor proprio, figlio degno / d’ignoranza, radice e fomento hanno.» (4). L’avvento dunque di una società egualitaria dove ogni cosa è tenuta in comune e ciascun uomo è principe di sé. 

(3) Tommaso Campanella, La città del sole, Introduzione e commento di Alberto Savinio, Adelphi, 2023 

(4) Tommaso Campanella, Le poesie, a cura di Francesco Giancotti, Bompiani, 2013

La filosofia randagia che deborda dall’immaginale figurativo-poetico del cinema di Ruffo… è incisa nell’utopia comunarda di Tommaso Campanella… i sentieri in utopia di Campanella non riguardano tanto i modelli scolastici di Platone (Repubblica)(5), Tommaso Moro (Utopia ) (6) o Francesco Bacone (La Nuova Atlantide) (7), quanto le azioni di rovesciamento delle gerarchie che tengono gli uomini in schiavi… la Città del sole di Campanella è avvolta in cerchie murarie concentriche… l’organizzazione sociale e politica è una combinazione di uguaglianza e partecipazione, da una parte, e di forte gerarchia, dall’altra. I “solari” non sono mai soli: vivono in gruppo, partecipano a molte decisioni pubbliche in maniera diretta, l’organizzazione economica è rigidamente comunistica. Hanno dei capi le cui funzioni sono ben precisate, e i cui poteri sono forti. La condizione di uguaglianza consente, attraverso la competizione che mette in luce le doti naturali, di costruire, in parte per elezione e in parte per cooptazione, la gerarchia sociale e politica. Tutti, tuttavia, hanno un unico e medesimo fine… la felicità sociale. 

(5) Platone, Repubblica, Bompiani, 2009 

(6) Tommaso Moro, L’utopia o la migliore forma di repubblica, Laterza, 2007 

(7) Francesco Bacone, La nuova Atlantide, SE, 2022

À nous la liberté… ci pare di leggere nel pensiero filosofico-politico di Tommaso Campanella… per un po’ compagno di cella di Giordano Bruno, bruciato, e Francesco Pucci, decapitato, per eresia… il pensiero libertario che è al fondo del filosofo calabrese, non si sviluppa soltanto nella concezione delle Tre primalità dell’essere : potestà, sapienza, amore presenti in ogni uomo/specchio della SS.Trinità: il Padre=la potenza, il Figlio=la sapienza, lo Spirito=l’amore)… e costituiscono i fondamenti dell’esistenza umana (autocoscienza, verità, bontà). Alcuni accademici sostengono che l’Utopia di Tommaso Moro esprime libertà e tolleranza, l’Utopia di Campanella sostiene invece l’ordine di stampo totalitario. A noi pare che l’utopia di La città del sole contenga in nuce la visione di un comunismo libertario che invita all’esplosione della storia. “Tutte cose son communi; ma stan in man di offiziali le dispense, onde non solo il vitto, ma le scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si può appropriare cosa alcuna. Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio; ché, per sublimar a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono l’amor proprio, resta il commune solo” (8) , scrive Campanella. Leggere con attenzione Campanella fa bene allo spirito comunardo delle anime belle ed è certo meglio che “sentire Bach nei grandi magazzini, mentre si sta comprando un paio di mutande!” (E.M. Cioran) (9) . Scrivere a un certo grado di qualità non interessa a nessuno, in questo ci siamo quasi riusciti. 

Le leggi di La città del sole sono pochissime, scritte su una tavola di rame alla porta del tempio… il popolo onora il sole e le stelle come cose viventi, e statue di Dio. Esempi celesti, ma non l’adorano, e in più onorano il sole… per Campanella occorre ricorrere al concetto di “spropriatezza” per liberarsi d’ogni proprietà e giungere a valori più alti della fratellanza universale. Nella città del sole gli atti dei superbi sono puniti severamente. Non ci sono servi né schiavi, poiché ciascuno basta a se stesso. Gli abitanti della Città del Sole si scambiano funzioni e i lavori manuali non sono considerati inferiori a quelli intellettuali, ogni lavoro è ritenuto dignitoso. La cultura s’apprende mentre si gioca, si legge, si cammina, senza nessun sforzo e con gioia. I sapienti sono posti a governare la città, ma non dovranno mai essere crudeli, né scellerati, né tiranni… la visione storica/rivoluzionaria di Campanella traboccherà nelle concezioni sul comunismo libertario di Thomas Müntzer, Gracchus Babeuf, Claude Henri de Saint Simon, Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon, Robert Owen, Michail Aleksandrovič Bakunin, Pëtr Alekseevič Kropotkin, Carlo Cafiero… per sfociare nel debutto di una società anarchica auspicata da Noam Chomsky… una società fortemente organizzata, ma sulla base di unioni organiche tra le persone… un arcipelago di confederazioni dove tutte le decisioni, a tutti i livelli, saranno prese a maggioranza (10) . Non una società senza governo, ma dell’autogoverno, una democrazia partecipativa, che è alla base della vera liberazione umana.

(8) Tommaso Campanella, La città del sole, Introduzione e commento di Alberto Savinio, Adelphi, 2023 

(9) E.M. Cioran, Quaderni, 1957-1972, Adelphi, 2001 

(10) Noam Chomsky, Anarchia e libertà. Scritti e interviste, Datanews, 2003

 La filmografia di Ruffo è contrappuntata nella spiritualità comunarda di Campanella… la solidarietà tra i poveri, l’accoglienza amorosa, la dignità rivendicata, il riscatto ribellistico… sono disseminate in tutto il suo fare-cinema… e ci aiutano a comprendere il linguaggio delle mani, degli occhi, del silenzio… lo spettatore diventa custode di un’alfabetizzazione della miseria e della speranza, e interroga la reminiscenza del ricordo dove il diritto alla libertà è calpestato… da discepolo di Campanella, Ruffo sembra dire: Non sei libero dove ti nascondi a te stesso, ma soltanto là dove prendi nelle mani la tua vita… se il discepolo non supera il maestro, vuol dire che il maestro ha fallito. 

L’architettura fotografica nel cinema di Ruffo non lascia spazio a fraintendimenti… la macchina da presa “lavora” sulla spogliatura dei volti, dei corpi, dei gesti… mostra l’antica saggezza di morire nudi o reclamare il diritto ad alzare il capo… è una sorta di teologia dell’immaginale che rifiuta la marginalità… una fame di diritti calpestati… un’inquietudine appassionata di sincerità che si riversa nelle terre di Calabria… un riscrittura anche sul verbo rovesciato nei luoghi di pianto e disperazione… una teologia della cine-fotografia di strada dove la cicatrice del vero è incisa nella lama di rasoio che taglia l’occhio sinistro di una donna sul balcone al passare della luna in Un cane andaluso (1929) di Luis Buñuel… e rivela la realtàverità surrealista che infligge la ferità più profonda allo spettatore e alla storia del cinema. La rivoluzione visiva surrealista di Buñuel, appunto, ha molto a che vedere con ciò che lo spettatore non ha mai visto e soprattutto con ciò che non ha mai voluto vedere. 

Un’annotazione fuori margine. Ci dev’essere una legame o una complicità della teologia cinefotografia di Ruffo con la teologia situazionista della fotografia di strada (che facciamo nostra)… lasciamo il primato delle anime belle, delle glorie nei cieli, in terra e in ogni luogo alle buffonerie dei potentati, dei credenti a tutto o degli accademici privi del dono d’insegnare… e al contrario di Marco Aurelio, imperatore-filosofo tra i più citati nella filosofia professorale… vogliamo macchiare e agitare il daimon che risiede nel nostro petto e fare con questo “compagno segreto” tutti i percorsi accidentati che riportano al codice dell’anima: “Ciascuno di noi è chiamato a diventare uno spirito libero così come ogni seme di rosa è chiamato a diventare una rosa” (James Hillman) (11) . Il daimon rivela il contenuto della nostra immagine, è il grumo di elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore e rivelatore del nostro destino. 

(11) James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, 1996

La teologia situazionista della fotografia di strada si riconosce nella pedagogia degli oppressi che unisce teoria e prassi e secondo l’insegnamento di Paulo Freire, tende a modificare la relazione tra l’uomo oppresso e l’ambiente che lo circonda. La coscienza critica della fotografia situazionista di strada come teologia di liberazione (12) , trova un suo linguaggio e diventa essa stessa icona o traccia di trasformazione radicale della società ingiusta. Financo uno dei padri della chiesa, Agostino il berbero, diceva: “Indicami qualcuno che ami ed egli comprenderà quello che sto dicendo. Dammi qualcuno che desideri, che cammini in questo deserto, qualcuno che abbia sete e sospiri per la fonte della vita. Mostrami questa persona ed ella saprà quello che voglio dire” (13). Nella santa trinità della teologia situazionista della fotografia di strada che si palesa nella filosofia-politica della liberazione, si riconosce il fermento dei poeti e il ricongiungimento con la lingua ruvida e secca dei poveri, mai definitivamente sgretolata dall’accidia dei potenti. 

(12) Gustavo Gutiérrez, Teologia della liberazione, Queriniana, 1972

(13) Agostino, Le confessioni, Einaudi, 2015

1. La teologia situazionista della fotografia di strada si oppone alla violenza istituzionalizzata e non si scandalizza che contro la violenza ingiusta degli oppressori, possa sorgere la violenza giusta degli oppressi. Quando l’ingiustizia ha posto al suo servizio la legalità, l’ordine, il diniego… le classi povere private del diritto alla voce, alla dignità, alla presenza… alla fotografia di strada non resta che lavorare per un’educazione liberatrice e passare dalle condizioni di vita inumane a condizioni più umane, con ogni mezzo necessario. 

2. La teologia situazionista della fotografia di strada esprime — sotto ogni forma estetica/ etica — la denuncia dell’ingiustizia e delegittima il sangue versato e rimasto impunito dell’ordine dominante. È l’amore dell’uomo per l’utopia scomposta che libera gli schiavi, fa crollare gli imperi e solleva gli oppressi. Il silenzio o l’accettazione dello sfruttamento dei deboli da parte dei potenti, passa attraverso il consenso della mediocrazia e le preghiere di sterminio sono deposte sugli scaffali dei supermercati e nei parlamenti… si tratta di cogliersi come uomini planetari non ancora realizzati che rifiutano di vivere in una società alienata e si schierano a fianco degli esclusi. La liberazione degli affamati, degli offesi, degli umiliati… è prima di ogni cosa un atto politico. È la rottura con una realtà di sfruttamento e di povertà estrema, l’inizio della costruzione di quella società giusta e fraterna che molti uomini, molte donne tengono nel cuore. La liberazione degli oppressi passa dalla difesa dei diritti fondamentali dei poveri, il castigo degli oppressori e la restituzione dei beni che hanno loro sottratto in secoli di vessazioni, saccheggi e genocidi.

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