Incontro Mauro Raffini in occasione della sua mostra MirgEye – Un occhio aperto sulle migrazioni del passato e del presente.
Lecce – Convitto Palmieri, via Benedetto Cairoli 15. Prorogata fino all’8 agosto. Ingresso libero.
Mauro si racconta così.
Sono un fotografo. Nei miei 48 anni di lavoro, in Italia e all’estero, ho sempre cercato di mettere al centro del mio interesse l’uomo e la sua condizione. Non potevo quindi tralasciare di occuparmi anche dell’immensa tragedia, prima della migrazione interna e poi di quella comunitaria ed extracomunitaria, che interroga ogni giorno le nostre coscienze. Le prime immagini che ho cercato si riferiscono alla fine degli anni ‘60 e alla decade successiva. Sono fotografie di quell’altrove ritrovato e in parte dimenticato: quegli anni ’70 fatti di viaggi quasi sempre di sola andata, di arrivi di treni con tempi infiniti, di valigie di cartone e morsi dell’ultimo panino con la soppressata al peperoncino o di un pezzo di dolce fatto in casa dalla nonna prima dell’ultimo saluto.
Quello che pensavo uno scatto istantaneo, un momento più o meno decisivo, un fotogramma tra migliaia di altri scelto con cura oggi si fa storia e mi indica non solo il cammino percorso ma il tempo che fugge e l’ingenuo pensiero di fermarlo, di riavvolgere il film e ritrovare le emozioni di un tempo. Fotografare è curiosare al di là dell’angolo, percorrere strade impervie e non battute, vedere in modo consapevole invece di ‘gettare uno sguardo’ e passare oltre. Fotografare è sollevare una coltre che copre le cose, è entrare in empatia con i soggetti coinvolti, è anche stupirsi o commuoversi di fronte alla incredibile leggerezza e allo stesso tempo alla maestosa grandiosità della natura. La fotografia è anche violenza: è forzare le situazioni perché siano più realistiche, ingannare i soggetti, tendere trappole visive, ammorbidire la realtà a fini puramente estetici. Etica e responsabilità dovrebbero essere le parole chiave e i principi su cui si incarna l’itinerario di un fotografo, la sua bussola prima di uomo e poi di professionista.
Conosco bene i limiti dell’immagine, la sua incapacità di scalfire il dolore del mondo, la sua debolezza nell’intaccare l’apatia che ci avvolge, l’incuranza di fronte alla voragine fatta di intolleranza xenofoba, di vecchi e nuovi populismi, di muri che si innalzano per respingere persone inermi che fuggono da situazioni crudeli e spesso indescrivibili. Eppure anche la fotografia, con tutti i suoi limiti può avere a volte un suo valore documentale, può essere testimone della condizione umana, può diventare il piccolo seme che aiuta la comprensione di un fenomeno, che colpisce la sensibilità delle persone e si fa carico di metterle di fronte a realtà ignote, una goccia dentro il grande mare tempestoso della storia.
Personalmente, oltre alle immagini, mi ha affascinato il testo scritto dalla storica e saggista Marcella Filippa.
Attimi catturati, fermati, fissati allora, e riportati oggi alla luce. Restituiti a noi che li guardiamo attoniti e sgomenti. Volti, oggetti, luoghi, spazi che narrano di un incontro spesso difficile, finanche scontro con una città e suoi abitanti negli anni della grande immigrazione dal Sud.
Gli occhi di un giovane Mauro Raffini, fotografo empatico e sensibile, capace ogni volta di stupirci, si fermano su un mondo a parte, visitano un altrove lasciato troppo in ombra, ritraggono volti che ci interrogano sul senso di quella esperienza, di quei viaggi intrapresi alla ricerca di una vita migliore, degna di essere vissuta. Un viaggio di solo andata sovente, come il viaggio di tanti migranti oggi.
Di fronte a quelle immagini, capaci però di lasciarci libertà e facoltà di giudizio, pur nella loro forte denuncia sociale, possiamo intraprendere un percorso in parte guidato dal fotografo, che individua tappe e scandisce momenti fortemente simbolici.
Raffini ci sorprende con una narrazione che non lascia spazio a sentimentalismi, con la sua messa in forma, leggermente scandalosa e beffarda, come quella di ragazzini che esibiscono un corpo anticipatamente adulto dentro un modello sfacciato di mascolinità. Immagini che ci pongono interrogativi, disorganizzano le nostre certezze, le mettono in movimento, ponendoci domande sui percorsi di integrazione e esclusione.
Attraverso i suoi occhi superiamo discretamente la soglia abitata, scorgiamo camere buie, fredde, esageratamente cariche di oggetti, ricordi, mobili recuperati chissà dove, simboli religiosi e profani, donne senza età dentro corpi stanchi. Stanze dove la famiglia si riunisce intorno a un tavolo per lavorare, nessuno escluso, in nero, a montare penne a sfera, ma anche per mangiare insieme e bere un bicchiere di vino, quello buono, del paese.
Una città che non lascia spazio a luce, energie nuove, una città fatta di macerie a cielo aperto, bidoni di immondizia, una città ferita e disordinata. Disagio, vergogna,degrado, solitudine, gettano lunghe ombre su un conclamato sviluppo lineare e progressivo. Emergono ambiguità, ambivalenze. A prevalere è il lato oscuro.
Mauro Raffini osa in quel tempo sollevare il velo, osserva coniugando il cuore e la mente. La macchina fotografica si fa strumento di ciò che guardiamo con fatica e forse non vorremmo nemmeno vedere.
Foto-choc, nel senso più alto del termine, quel concetto suggerito da Roland Barthes, che auspicava immagini capaci di introdurci allo scandalo, inducendo lo spettatore sulla via di “un giudizio che egli stesso elabora senza essere intralciato dalla presenza demiurgica del fotografo”. Raffini ci conduce, senza sostituirsi alla nostra libertà di opinione, lungo stazioni ferroviarie, strade, piazze, piazzali spogli e disselciati, al mercato di Porta Palazzo, dove un uomo, una sorta di Gorille di Brassens, esibisce per un pugno di monete la sua forza sovrumana agli astanti ammaliati. Ma poi ci sono i bambini che giocano, scavano buche, addentano un panino, o restano a guardare dietro una porta chiusa, quasi sbarre di una prigione. Con i loro sguardi dai grandi occhi scuri, i loro sorrisi, magari anche in posa, le loro maglie a righe strette, i pantaloni troppo corti. A noi trovare il punctum che leggermente ci punge, ci tocca, ci ghermisce. Punti sensibili, punteggiate, maculate che sfilano in questo percorso di immagini di una umanità dolente. A venire i giorni e il tempo del riconoscimento e del cambiamento.
Se siete in zona o di passaggio in Puglia non perdetevi questa migrazione di occhi, donne e uomini, viaggi e anime in cerca del futuro. MigrEye
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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