Un tavolo in legno, una tovaglietta, un piatto, due posate, un bicchiere, un muro con un termosifone a muro, una sedia vuota bianca a capotavola, una stoffa color salmone che si intravede.
Riusciamo a trovare altro in questa immagine?
Penso di sì! Troviamo, pesiamo, sentiamo ciò che non c’è ciò che è assente!!
L’assenza può rimandare a tanti pensieri: una immagine imperfetta, una immagine perfetta per comunicarci qualcosa, un gioco, un tentativo fotografico.
Se guardiamo con più attenzione notiamo che il piatto è sbrecciato quasi ad indicarci quanto poco sia importante la perfezione del piatto ma piuttosto quanto sia vuoto e preso a caso tra i tanti magari molto più belli in casa. Qualcuno deve mangiare? Forse, molto probabile perché è tutto in attesa di qualcuno. Aspettando forse Godot? La luce sulla tappezzeria del muro fa pensare alla sera.
Ebbene il titolo della fotografia è “La mia tipica cena” di Gianluca Loi, studente di 15 anni, della 5D del Liceo Alfieri di Torino che ha realizzato, per una esercitazione, all’interno di un laboratorio sull’immagine, il tema della solitudine. Ha saputo con poche immagini restituire il suo significato di solitudine: “Ciao sono Gianluca, ho quindici anni, vivo a Torino e frequento il liceo classico «V. Alfieri». Ho diverse passioni, ma tra tutte ce n’è una che spicca più delle altre, ed è il calcio. Mi piace anche ascoltare la musica: il mio cantante preferito è Lazza mentre il mio genere preferito è l’Hip Hop. Ho deciso di scegliere il tema della solitudine perché mi ci rispecchio molto, infatti, durante la giornata, sono più le ore che sto da solo che in compagnia. A volte mi rendo conto di star affrontando una situazione difficile mentre altre volte penso che stare da solo alla fine non è nemmeno così male. Infatti, secondo me, la solitudine, può essere sia un momento di riflessione e pace interiore che un’esperienza difficile e dolorosa.”
Gianluca ha avuto il coraggio di esporsi, di raccontare la sua solitudine e lo ha fatto con una capacità di sintesi e di essenzialità estrema. È riuscito con l’immagine a sbatterci in faccia l’assenza, il tempo sospeso di quando si è soli, l’atmosfera muta dell’ambiente fatto di oggetti silenti. L’idea della luce serale risulta perfetta: non è ancora notte, non è più giorno ed è l’ora in cui si aspetta che qualcosa possa accadere. Mi immagino l’inizio di un libro fatto di fotografie e di parole che avanzano e scavano nella profondità di questo sentimento ambiguo: respingente e attraente nello stesso tempo.
La solitudine in questa immagine mi fa pensare ad una pasta che si continua a modellare senza riuscire a creare nulla. Un impasto mal riuscito, una vita attorcigliata nelle maglie della malinconia del vuoto dell’ingannevole piacere. Poi altre volte attimi di solitudine sono benessere vita arricchimento, quegli attimi che però non sono assenza ma nutrimento per la propria anima, il proprio io.
L’unica soluzione è materializzare la solitudine renderla consistente darle vita come l’impasto del pane. È l’unica sconcertante soluzione, l’unico rimedio contro il baratro dell’annientamento provocato dal nostro inconscio.
Immaginarla, darle un volto è quello che questo giovane ragazzo è riuscito a fare. Tutta la sua esercitazione è stata eccezionale e questa immagine è l’icona del suo sentimento, della sua visione. Il piatto vuoto è il protagonista ma la sbrecciatura è certamente il punctum di tutta l’immagine. Una scenografia da grande regista. Vuoto poiché ci si sente vuoti, senza nessuno che si desidererebbe avere vicino ma vuoto poiché è senza cibo, è un piatto in attesa che si riempia. È un piatto che prenderà vita con e senza solitudine.
È una stanza che dopo il vuoto sentirà il pieno del nuovo giorno. È un tavolo che porta la vita di una stoffa …. Di chi? Perché è appoggiata lì?
“La mia tipica cena” è un inizio di chi sa guardare, sa sentire, sa comunicare. Complimenti!
Complimenti che vanno anche a tutte le insegnanti del liceo Alfieri che hanno aderito al laboratorio sull’immagine e hanno dato la possibilità ai loro studenti e studentesse di iniziare a leggere e a raccontare attraverso il linguaggio della fotografia. Un linguaggio che aiuta a far emergere le proprie sensibilità, i talenti, a far scoprire quante relazioni ci sono con tutte le loro materie come la letteratura, la storia, il cinema, la filosofia. Un linguaggio che aiuta ad esprimersi, a far pensare. Vorrei dedicare ogni mese un pezzo su una fotografia di uno studente. Questo è il primo: bravo Gianluca!

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Dal 2015 mi dedico attivamente al progetto ArtPhotò con cui propongo, organizzo e curo eventi legati al mondo della fotografia intesa come linguaggio di comunicazione, espressione d’arte e occasione di dialogo e incontro. La passione verso la fotografia si unisce ad una ventennale esperienza, prima nel marketing L’Oreal e poi in Lavazza come responsabile della comunicazione, di grandi progetti internazionali: dalla nascita della campagna pubblicitaria Paradiso di Lavazza nel 1995 alla progettazione, gestione e divulgazione delle edizioni dei calendari in bianco e nero con i più autorevoli fotografi della scena mondiale fra cui Helmut Newton, Ferdinando Scianna, Albert Watson, Ellen von Hunwerth, Marino Parisotto, Elliott Erwitt e i più famosi fotografi dell’agenzia Magnum.
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