C’è un luogo, sulla Terra, dove il tempo non scorre in modo impercettibile come altrove, ma lascia segni evidenti nel giro di pochi anni: è l’Islanda, terra di colate laviche ancora in movimento, ghiacciai che si ritirano a vista d’occhio e strutture costruite dall’uomo che il paesaggio sembra riassorbire senza fretta ma senza pietà. È in questo scenario che si muove “In Search of Lost Time”, il progetto fotografico della polacca Zuzanna Szarek.
Un paesaggio che ridimensiona
Szarek torna in Islanda dopo “Humans do not rule this land”, lavoro con cui aveva già esplorato il rapporto squilibrato tra presenza umana e forze naturali. In “In Search of Lost Time” il tempo diventa protagonista assoluto: la sua corsa inarrestabile, e insieme l’impatto che l’essere umano lascia su un territorio che sembra, al contrario, capace di ignorarlo o di inglobarlo lentamente. Le sue immagini, malinconiche e analitiche a un tempo, cercano le tracce di questo intervento — un edificio abbandonato, un manufatto corroso, un segno che la natura islandese, con i suoi fenomeni geologici accelerati, finisce per restituire come reperto di un passato già remoto.
Il progetto è accompagnato da un testo dello scrittore e attivista islandese Andri Snær Magnason, che descrive la sensazione di muoversi in questi spazi vuoti e monumentali come un rallentamento quasi onirico della percezione, in cui anche i movimenti più bruschi sembrano appartenere a un sogno appena interrotto.
Chi è Zuzanna Szarek
Artista visiva e insegnante, laureata all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, Zuzanna Szarek ha esposto in diverse mostre individuali e le sue fotografie fanno parte di collezioni pubbliche e private, tra cui quella del Museo Nazionale di Danzica. Il suo lavoro si muove costantemente tra ricerca documentaria e sensibilità pittorica, cercando nei paesaggi più estremi — e l’Islanda, con la sua instabilità geologica, è tra i più estremi d’Europa — il punto esatto in cui la natura mostra, senza filtri, il passaggio del tempo e la fragilità di ciò che l’uomo costruisce al suo interno.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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