Andare oltre l’immagine
Quante volte ci siamo fermati a riflettere su cosa sia, intrinsecamente, una fotografia? Per chi fa il nostro mestiere, o semplicemente per chi divora le pagine di PHOCUS MAGAZINE, la risposta sembra scontata: la fotografia è luce, composizione, un istante catturato dal sensore e restituito alla vista. È un’arte che si consuma quasi esclusivamente attraverso gli occhi. Ma cosa succede se sottraiamo la vista da questa equazione? Rimane solo il buio o c’è dell’altro?
La risposta arriva da un progetto rivoluzionario firmato Canon che ho analizzato da vicino e che scardina l’essenza stessa della fruizione visiva. Si chiama “World Unseen” (Il mondo non visto) ed è, a mani basse, l’operazione culturale e tecnologica più coraggiosa degli ultimi anni nel nostro settore. Una mostra itinerante globale – che ha già toccato istituzioni sacre come la Somerset House di Londra, la Camera dei Deputati a Roma e il Photo Museum Ireland di Dublino – definita provocatoriamente dagli stessi organizzatori come “l’esposizione fotografica che non hai bisogno di vedere”.
l paradosso di vedere con le dita
L’idea alla base di “World Unseen”, sviluppata in collaborazione con il Royal National Institute of Blind People (RNIB) e l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, è di una semplicità disarmante quanto potente: rendere i grandi scatti d’autore accessibili a ciechi, ipovedenti e vedenti in modo paritario.
Varcando la soglia della mostra, il visitatore si trova di fronte a quindici immagini iconiche di celebri fotoreporter e Canon Ambassador, tra cui i lavori drammatici di Brent Stirton sul bracconaggio dei rinoceronti o i reportage di Yagazie Emezi. Ma non sono stampe normali. Grazie alla tecnologia di stampa elevata (o a rilievo) di Canon, le immagini escono dalla bidimensionalità della carta.
Facendo scorrere i polpastrelli sulla superficie, è possibile percepire i contorni netti delle figure, la rugosità della pelle di un animale, la texture delle macerie o l’andamento geometrico di un paesaggio. Il senso del tatto si sostituisce alla retina, attivando nel cervello del fruitore una decodifica dell’immagine che non passa dagli occhi, ma dalle dita. Ad accompagnare il viaggio tattile ci sono didascalie in Braille e audio-descrizioni immersive registrate dagli stessi fotografi, che raccontano il contesto, i colori e l’atmosfera del momento dello scatto.
Quando la tecnologia incontra l’inclusione
Dietro la poesia di un bambino non vedente che scopre la forma di un elefante o di un rinoceronte c’è una massiccia dose di ingegneria italiana e internazionale. Le opere sono state stampate attraverso i sistemi flatbed della serie Canon Arizona, gestiti dal software proprietario PRISMAelevate XL. Questa tecnologia consente di depositare strati millimetrici successivi di inchiostro polimerizzato UV, creando rilievi strutturati perfetti e resistenti all’usura dei continui sfioramenti.
Ma la mostra lancia una sfida cruciale anche a noi vedenti. Gli scatti esposti, infatti, sono in parte oscurati o alterati per simulare diverse patologie visive: dal glaucoma alla retinopatia diabetica, fino alla degenerazione maculare. Guardare quelle foto costringe chi ha una vista perfetta a fare i conti con la parzialità della percezione altrui, trasformando l’esperienza in un potentissimo esercizio di empatia.
La mia riflessione per i lettori di PHOCUS
Come testata che vive di immagini, non potevamo ignorare questo fenomeno. “World Unseen” dimostra che la fotografia non è una proprietà esclusiva degli occhi, ma un veicolo di storie ed emozioni universali che possono aggirare i limiti fisici per arrivare dritte alla mente.
Il brand giapponese, guidato dalla filosofia aziendale del Kyosei (“vivere e lavorare insieme per il bene comune”), ha dimostrato che l’innovazione tecnologica non serve solo a guadagnare megapixel o frazioni di secondo nell’autofocus, ma può essere applicata per abbattere barriere che credevamo insormontabili. Per chiunque voglia approfondire l’esperienza o scoprire le storie dei singoli scatti, l’intero progetto è fruibile anche in formato digitale direttamente sulla pagina ufficiale di Canon Italia – World Unseen.
La prossima volta che premerete il pulsante di scatto della vostra fotocamera, provate a chiudere gli occhi per un secondo. Chiedetevi quale consistenza avrebbe il vostro scatto se qualcuno potesse soltanto toccarlo. Forse, proprio in quel momento, inizierete a vedere davvero.
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Maurizio Natali

Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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