Rientrare da un viaggio in Cina significa portarsi dietro una serie di immagini difficili da ordinare. Grattacieli che si dissolvono nella foschia, montagne scolpite dall’uomo tanto quanto dalla natura, e soprattutto volti. Questo viaggio attraversa due Cine diverse e complementari: quella iconica di Pechino e Shanghai e quella più silenziosa dei parchi naturali, dove anche l’idea di fatica viene reinterpretata secondo una logica tutta locale.
Il mio viaggio è iniziato dalla capitale, Pechino, una città immensa. La Città Proibita si attraversa come un lungo corridoio della memoria, dove ogni porta sembra ricordare quanto la storia qui sia ancora materia viva. In mezzo alla folla, la fotografia diventa un esercizio di pazienza: attendere che lo spazio si svuoti, che un gesto emerga, che la luce trovi una traiettoria pulita.
Negli hutong, invece, tutto cambia. La vita scorre più lenta. Sgabelli di plastica, carte da gioco, biciclette appoggiate ai muri. È qui che iniziano i primi sguardi curiosi, le prime foto scattate senza troppe cerimonie, come se la macchina fotografica fosse un linguaggio universale.
A Shanghai invece ho trovato un’atmosfera differente, direi totalmente opposta. Una città verticale, luminosa, veloce, che vive di superfici riflettenti e geometrie perfette. Fotografarla significa accettare il movimento continuo, giocare con i riflessi dei palazzi, con le sagome che attraversano i passaggi sopraelevati.
Nei parchi naturali, la Cina invece sorprende. Montagne spettacolari, foreste avvolte dalla nebbia, panorami che sembrano dipinti. Ma il rapporto con la fatica è diverso da quello a cui siamo abituati: cabinovie, ascensori panoramici, passerelle sospese rendono accessibile anche ciò che altrove richiederebbe ore di cammino.
All’inizio spiazza, poi diventa un interessante spunto di riflessione. Qui il paesaggio non è qualcosa da conquistare, ma da osservare. La fotografia ne beneficia: più tempo per guardare, meno per arrivare.
La parte più intensa del viaggio, però, non è legata ai luoghi ma alle persone. La barriera linguistica è totale: niente inglese, pochi gesti, molte risate. E una costante: l’interesse verso noi occidentali. Spesso qualcuno si avvicina, scatta una foto, sorride e se ne va. Altre volte si crea un piccolo gruppo, come se fossimo diventati per qualche minuto un’attrazione locale.
Non c’è invadenza, solo curiosità genuina. Un’umanità solare, confusionaria, estremamente gentile. Fotografare diventa uno scambio, mai un furto.
La Cina è un Paese che non si può riassumere facilmente. È complesso, contraddittorio, a tratti spiazzante. Ma è proprio in questa complessità che nasce il desiderio di tornare. Per continuare a osservare, a fotografare, a farsi sorprendere da un popolo che, senza parlare la tua lingua, riesce comunque a comunicare moltissimo. Un viaggio che non considero concluso, ma solo momentaneamente sospeso.
No comment yet, add your voice below!