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Verso Oriente – Parte I

di Emanuele Mei

Le stazioni si somigliano tutte. Il silenzio non esiste, tutto è suono. L’urlo della motrice in partenza e l’eco dello speaker che annuncia un ritardo coprono il vociare prodotto dai viaggiatori. Nell’atrio gli odori si mescolano creando quel caratteristico fetore presente in ogni stazione. Mi sembra di essere qui da una vita intera. L’aria è fredda, ma non come immaginavo potesse essere la brezza di una città sul Baltico in inverno. Quando entri in una stazione ti infili in una trappola temporale. Il mondo si ferma e tutti i luoghi comunicano tra loro. Durante il tragitto da un luogo all’altro senti l’impressione del distacco, e mentre guardi fuori dal finestrino lotti coi sogni come nella vita. Il treno è come un teletrasporto, sali in un luogo e scendi in un altro. Guardando fuori ti sembra di correre veloce, ma osservando il passeggero di fronte a te ti accorgi di essere fermo. Che stregoneria è mai questa!!! Lo scomparto diventa una fortezza in cui il tempo non riesce ad entrare. Nessuno si salva dalla fuga del ritmo. La monotonia conquista lo spazio lentamente, attraverso gesti che diventano rituali, quasi militareschi. La stessa giornata si ripete nelle ore senza grosse novità. Nei volti dei viaggiatori si alternano espressioni di speranza e delusione di chi rimane fermo ad aspettare, mentre il mondo continua a galoppare ad una velocità spaventosa. L’est è dappertutto, è il marchio di un luogo che non porta da nessuna parte, è un percorso che corre verso l’ignoto emotivo che attrae tutti gli uomini. Ho umanizzato il treno, gli ho voluto bene. Ho condiviso il letto con sconosciuti che sembrava volessero combattere la dipendenza dall’alcol con l’eroina.

ANDREJ

“Se c’è la nebbia gelata, fuori ci sono 40 gradi sotto zero. Se respirando l’aria fai rumore ma riesci comunque a tirare il fiato senza difficoltà fuori ci sono 45 gradi sotto zero. Se la respirazione è rumorosa e provoca affanno i gradi sotto zero sono 50. Sotto i 55 gradi lo sputo si congela in volo”.

Guardo la terra che dorme fuori dal finestrino, i dettagli della tundra si mescolano come in una tela di Cézanne. Il treno, lanciato idealmente a tutta velocità, procede lentamente verso est, come incollato all’Occidente russo che fatica a scrollarsi di dosso. Fuori c’è un mondo che esiste. Nel vagone l’aria è gelida e maleodorante, all’inizio dello scompartimento ci sono tre uomini evenchi ubriachi fradici, giocano a carte e scommettono il loro futuro. Sui letti si trova un ammasso confuso di vestiti e stracci, bottiglie di birra e di vodka, piatti lerci e decine di teste di pesce sparse ovunque. Il finestrino è un quadro che racchiude campiture della natura che fanno da sfondo alla forma. Vedo Andrej che entra e conquista prima lo spazio e poi il tempo. Il suo corpo compie un intenso sforzo verso la taiga per sfuggire all’immobilismo del vagone, con un spasmo si divincola dalla vita e dalla struttura materiale che lo imprigiona. Andrej ha 34 anni ma ne dimostra il doppio, piegato dalla vodka sta su per miracolo senza perdere mai la coscienza di essere. E’ alto come un orso, il suo fisico sembra energico, ma la sua anima è consumata dalla durezza del gelo. Ha la faccia un pò schiacciata e le orecchie a sventola, la testa rasata, la barba di due giorni e rughe spesse gli solcano il viso. Nei sui occhi c’è tutta la Siberia. Il respiro metallico del vagone annebbia il fruscio delle voci, le parole mutano in suoni incomprensibili che sono gesti funzionali ad una conversazione grottesca e superficiale. Osservare le immagini che mi circondano rimane la mia unica speranza di  sopravvivenza.La luna entra timidamente dal finestrino disegnando potenti chiaroscuri sui volti dei miei compagni di viaggio nella penombra della tundra siberiana. La transiberiana è una straordinaria galleria di ritratti, babushkas con la schiena ricurva e militari armati dominano la scena. I vecchi siberiani fanno una vita di dolore fisico e spirituale, pervasi da una profonda sofferenza che esiste perché è condivisa. Insomma gente felice, che sopravvive con lavori duri, spesso saltuari. Le immagini della transiberiana sono potenti, ma al contrario di ciò che sembra rappresentano un medium verso un mondo interiore, in cui più ti avvicini a una cosa e più questa si allontana, come nei sogni. 

Si mangia. Andrej addenta teste di pesce con avidità accompagnate da abbondanti sorsate di vodka. Una babushka imbandisce il  tavolo con cura. Da un borsone tira fuori piatti di plastica, una zuppa di soljanka, cetrioli sottaceti, pomodori, cubi di lardo, smetana, omul affumicato, olive sgusciate, poi uova sode, qualche bibita dai colori sgargianti e pane nero. Dopo due giorni di viaggio Andrej parla della mia terra, la osanna, la rispetta, e con quel poco che riusciamo a comunicare non me la sento di distruggere la sua idea. E’ incredibile, più ci si allontana dall’Occidente e più la cultura occidentale diventa pura.

Da Mosca a Vladivostock il percorso è interiore. Durante il viaggio si è obbligati ad ascoltarsi, la tundra e la taiga diventano i luoghi della disintegrazione delle identità.  L’angoscia esistenziale è un passaggio per raggiungere una nuova conoscenza di sè. L’Ejsei scorre incontenibile sotto il ponte di metallo, ma sulla mia anima passa invano. Anche questa notte sarà uguale alle altre, tetra, taciturna e senza sogni. Il treno si muove in un contesto dove si percepisce l’instabilità, in cui lo spazio è in rovina, modificato dalle nuove ideologie occidentali. Qui niente e immune all’esperienza della disgregazione sovietica. Ho potenziato i miei sensi coi media. Ho accostato la fotografia di paesaggio al pensiero per indagare l’ignoto e fare chiarezza nell’anima e non per confermare quello che già conoscevo. Ho trovato un luogo grigio neutro, armonico, creato dalla somma di tutti i colori in equilibrio.

 

[Continua…]

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