Da fotografo di formazione umanistica mi sono sempre interrogato su questioni che vanno oltre le mie competenze strettamente professionali, dedicando la mia attenzione all’orizzonte più ampio della società in cui la mia attività si colloca, con particolare interesse per l’evoluzione dei costumi, delle dinamiche relazionali, dei linguaggi e della comunicazione.
Per spiegare il senso della serie di fotografie che ho intitolato “Vanity Fire” vorrei muovere da due considerazioni.
La prima è che l’epoca della contraffazione digitale e dell’intelligenza artificiale è anche, per reazione, quella della ricerca e della richiesta di autenticità.
La seconda è che quanto più la tecnologia avanza, tanto più rende sempre più facile e accessibile per chiunque la produzione, il controllo, l’alterazione e la manipolazione delle immagini.
La conseguenza è che oggi noi tutti siamo – o almeno dovremmo – essere consapevoli del fatto che ciò che vediamo quando buttiamo l’occhio su una cartellone pubblicitario, sfogliamo le pagine di un magazine, è in realtà frutto di un’elaborazione, finalizzata ad ottenere un determinato effetto e a veicolare un contenuto di cui l’imagine di partenza, se esiste, è solo una bozza.
E più o meno quello che accade quando postiamo sui social la nostra foto al mare col filtro che ci snellisce o ci leviga il volto, o quella de tramonto indimenticabile con i colori saturi e un mood nostalgico. Le prime che abbiamo visto ci hanno fatto pensare che il nostro amico o amica dimostrasse 10 anni di meno (con nostra frustrazione) e si trovasse in vacanza in luoghi dove il mare è sempre turchese. Ma dopo averne viste a migliaia il loro effetto degrada insieme alla loro credibilità.
E’ insomma definitivamente tramontata l’epoca in cui i professionisti della fotografia e della postproduzione potevano agire dietro le quinte nella catena della creazione delle immagini e stupire come il mago di Oz. Oggi basta avere uno smartphone per realizzare in pochi secondi quello che anni fa richiedeva anni di esperienza e preparazione. Possiamo creare immagini impeccabili con una semplice frase e modellarle a nostro piacimento nella forma e nel contenuto quale che sia il soggetto: un volto, una persona, un oggetto, un paesaggio. Questa competenza digitale rende allo stesso tempo il nostro atteggiamento meno ingenuo rispetto a tutto ciò che ci viene mostrato.
Di qui la domanda: possono ancora un certo tipo immagini sempre più perfette – ma proprio per questo anche sempre più omologate – colpire, sedurre, attrarre l’esercito di manipolatori-consumatori che ormai tutti siamo?
A quali esigenze rispondono quelle narrazioni visive che, soprattutto, nel mondo della comunicazione pubblicitaria e di moda, si basano sulla riproposizione di modelli, classici, aspirazionali e però sempre meno credibili?
Intere generazioni si sono formate un’immaginario fondato su canoni di bellezza, femminile e maschile, veicolati e incarnati da modelle e modelli (nel duplice significato del termine) imposti dall’alto dai professionisti della comunicazione. Oggi ognuno di noi sa che quei volti sono pura apparenza, e nel migliore dei casi un gioco ben riuscito.
Possono ancora fornire una risposta alla nostra ricerca di identità, unita all’esigenza sempre più diffusa di rispecchiarci in ciò che ci viene proposto? Possono dunque ancora raggiungere lo scopo per cui vengono create? Queste sono le domande da cui muove questo progetto.
La serie è composta da dettagli fotografici di pagine di riviste di moda in cui immagini stereotipate di bellezza, che da sempre rappresentano simbolicamente la nostra aspirazione all’armonia e al desiderio di fascino e seduzione, si trasformano in volti infuocati o cinerei.
Fotografie di fotografie in cui la bellezza eternizzata nella rappresentazione pubblicitaria prende la forma di una contingenza terrena: ciò che ci attrae e ci seduce è anche ciò che, bruciando svela la sua inconsistenza.
Sono un autore e fotografo di formazione filosofica. Ho affiancato al mio lavoro nella comunicazione e nella divulgazione culturale quello di fotografo professionista che ho indirizzato verso un percorso sempre più personale, attraverso una ricerca espressiva che spesso esula dai generi fotografici classici.
PREMI
2025 – IPA – International Photo Awards Jury Top 5 selection
2023 – Prix de la Photographie de Paris – Px3 Menzione d’onore categoria Fine Art/Nude
2020 – IPA – International Photo Awards Jury Top 5 selection
2016 – International Photo Awards, 2° classificato Categoria Profess. Architecture/Industrial
2016 – International Photo Awards, 2° classificato -Category Profess. Architecture/Industrial
2015 – Renaissance Photography Prize Finalista
2015 – Worldwide Photography Gala Awards Photographer of the year 2014
2014 – Moscow International Photo Awards, Categoria Professional /Nature 1°classificato
2014 – Prix the la Photographie de Paris Categoria Non prof- Fine Art/Nude 1°classificato
2012 – Sony World Photography Awards – Shortlist categoria Architecture – Open competition
CONTATTI
mail: info@fabrizio.intonti.com
sito: www.fabriziointonti.com
instagram @fabrizio.intonti
Fabrizio Intonti è Socio TAU VISUAL
Altre info puoi trovarle qui: https://www.phocusmagazine.it/tau-visual-projects-chi-siamo/
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