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Una foto o un fumetto?

di Tiziana Bonomo

Tutte le linee sono morbide come i colori scuri cremosi in mezzo ai quali svettano i rossi slavati e un gaio azzurro. Anche la donna in posa ha un colore uniforme scuro accentuato sul viso da una lucentezza ricercata come quella del fucile che imbraccia. I beige chiari sono dedicati alle coperte, a qualche oggetto di legno, alle ciabatte e ad una pavimentazione che sa di terra. Gli oggetti, i vestiti appesi sembrano disegnati volutamente per restituire l’atmosfera di un luogo provvisorio, miseramente affascinante proprio perché appartiene alla fervida creatività di un disegnatore attento ai dettagli come i capelli bianchi della protagonista. Lei sembra un personaggio inventato quasi la tata buona di una storia sudamericana che si lascia riprendere con un fucile che serve a difendersi nelle case di praterie isolate: chissà mai che si presentino i cattivi.

Invece no! Purtroppo no! Non è un fumetto e nemmeno una storia della Disney è una fotografia di un giovane talentuoso fotoreporter milanese Alfredo Bosco. Una delle tante immagini che compongono la sua indagine – oggi un libro di Seipersei – su “Estado di Guerrero”. Uno dei tanti lavori a medio-lungo termine che in questo caso Alfredo Bosco continua a seguire a Guerrero, in Messico, un luogo che si caratterizza per la violenza e i disordini causati dalla guerra per il controllo della droga.

Guerrero ha la più alta concentrazione di campi seminati a papavero del Paese ma, al contrario degli altri Stati, che sono sotto il controllo di una singola organizzazione, Guerrero è ostaggio di più gruppi armati non statali. Quaranta tra cartelli e diversi gruppi di difesa autoproclamati (autodefensas) combattono per il controllo della produzione e del traffico di droga – principalmente di eroina per il mercato statunitense – e di altre attività criminali tra cui l’estorsione. La realtà di una zona del Messico a noi europei poco conosciuta quella di Guerrero dove il paesaggio seduce gli occhi e la mente, dove la gentilezza del popolo ti fa sentire quasi a casa. Case però abitate dalla paura, dal dolore di chi quotidianamente viene ferocemente aggredito da uomini veri, non finzioni, non attori che poi si rialzano come se nulla fosse, comparse felici di una paga sicura per il grande circo del cinema. Uomini, donne, bambini come accade in tante altre parti del mondo sottomessi alla ferocia disumana di altri uomini che la legge sembra non riuscire a fermare. Allora troviamo intorno ai trentamila omicidi di ogni anno famiglie piegate dalla violenza che devono inventarsi nuovi modi di sopravvivenza.

Ecco la ragione per cui donne, come le nostre nonne, che si occupano della casa, dei bambini si sentono in obbligo di avere un fucile per dimostrare che sono disposte a morire pur di difendere la loro famiglia, la loro casa.

La visione giovane e sincera di Alfredo fa mettere in posa le persone che ricordano i soggetti di alcuni dipinti seicenteschi. Donne messicane obbedienti, volontarie della comunità di polizia locale con i sandali ai piedi, con lo sguardo prosciugato dal pianto, con il grembiale giallo della cucina su cui appoggiano il fucile, alcune con il figlio che penzola da un lato, o con i bambini in piedi accanto a loro, con i capelli bianchi prima del tempo, donne messicane in posa per difendersi dalla violenza. Queste donne sono il simbolo di un Messico incapace di difendere famiglie che vivono nel cuore delle montagne “vittime – come scrive Olimpio su Sette – di uno dei tanti patti tra agenti corrotti, politica e trafficanti”.

Solamente chi è assetato di sapere, di conoscere la verità si arma di macchina fotografica e parte alla ricerca della verità. Alfredo Bosco fotografo, ancora giovane, con una inesauribile voglia di parlare del mondo con il linguaggio che più sente suo quello della decide di scoprire cosa succede a Guerrero. Dov’è? cos’è? perché lì? chi scrive? Cosa succede?

Ha un’intuizione perché nel reportage è così come dice Alfredo “vieni mandato dal giornale, dall’agenzia per cui lavori, o per ragioni di vantaggio economico o in molti casi per una scelta personale, individuale perché quella vicenda è vicino alla propria sensibilità e ai propri temi narrativi.”

Per lui è avvenuto così mentre dialogava con il suo amico giornalista Pierre Sautreil sui paesi fantasma in Messico la cui causa, da indagare, approfondire, sembrava un’inquietante ingerenza sul territorio di bande di narcotrafficanti che hanno svuotati – di vita e di abitanti – villaggi nascosti nella natura.

L’intuizione è stata la scintilla che lo ha spinto, nel 2018 a partire, a scoprire cosa stava accadendo. Un lavoro di lunga durata in cui Alfredo è rimasto due mesi consecutivi, gennaio e febbraio, nello stato di Guerrero per poi ritornare sempre nello stesso anno per altri due mesi a ottobre e novembre. Scoprire la realtà, avere conferme, fidarsi del fixer, ascoltare per comprendere, fotografare protagonisti pericolosi: sono tutti elementi dello stesso progetto che lo hanno fatto ritornare in Messico per un altro mese nel 2019 e poi per un accordo con Figaro ancora nel 2020.

Il libro “Estado de Guerrero” sia con le immagini sia con i testi di grandi giornalisti –contiene testi di Domenico Quirico, Elisabeth Malkin, Lorenzo Giroffi, Lou Sarah Lucie Perrin, Romain Le Cour Grandmaison, Tiziana Bonomo, Vania Pigeonutt e  Infografiche di Valerio Pellegrini – e ricercatori fa ben comprendere l’impegnativo lavoro di Alfredo, la sua determinazione nel documentare i fatti che si muovono su strati diversi: villaggi, polizie comunitarie, narcotrafficanti, paesaggi, personaggi politici ed istituzionali, morti ammazzati, animali, oggetti, immagini abbandonate, cimiteri per piangere e vanghe per scavare la ricerca dei “desaparecidos”.

Un grande potente lavoro che merita conoscere per conoscere come dice Alfredo “pezzi di mondo di vita che non riusciamo neanche ad immaginarci” esattamente come quello che appare nel ritratto guardato con particolare attenzione.

Alfredo Bosco Bio

Alfredo Bosco è un fotografo freelance che vive e lavora a Milano.

Inizia a lavorare come fotoreporter nel 2010, documentando il terremoto di Haiti e la giovane generazione di Tashkent, lavoro che gli vince la menzione speciale del premio FNAC. Dal 2011 al 2014 lavora per l’agenzia fotografica di Stefano Guindani, agenzia fotografica specializzata in moda ed eventi, documentando nel frattempo le attività ad Haiti della ONLUS Francesca Rava.

Nel 2014 inizia un reportage di quattro anni sulla guerra civile in Donbass, nell’Ucraina dell’est. Nel 2015 viene selezionato da Lensculture tra i primi 50 talenti emergenti nel mondo della fotografia. Svolge diversi reportage in paesi dell’ex Unione Sovietica, tra cui la comunità LGBTQ nella Mosca di Putin, la situazione politica e sociale in Kazakistan sotto il controllo di Nazarbayev, e il problema dell’eroina in Kyrgyzistan. 

Nel 2018 viene selezionato dal World Press Photo per lo Joop Swart Masterclass e, seguendo il tema proposto, svolge un lavoro sui millennials che vivono nelle provincie italiane. Nel 2019 riceve il premio speciale For Humanitarian Photography del Comitato Internazionale della Croce Rossa al concorso Andrea Stenin a Mosca.

Dal 2018 lavora a Forgotten Guerrero, un reportage sulla guerra della droga nello stato messicano di Guerrero con cui ottiene il riconoscimento del Visa d’Or Humanitarian Award ICRC nel 2020 al festival di fotografia Visa Pour l’Image e il Premio Voglino al Festival Fotografia Etica di Lodi. 

Nel 2020 inizia il progetto a lungo termine “U’Lup” riguardo il fenomeno della Quarta Mafia nella provincia di Foggia.  Da febbraio 2022 si occupa del conflitto in Ucraina collaborando per varie riviste e quotidiani italiani e oltre al lavoro di fotografo anche come inviato per il programma “Tagadà” su La7.

Mostre: Mia Fair 2022 Emergenza Ucraina per Fondazione Francesca Rava , il progetto fotografico sul Donbass: No Man’s Land al Festival Io Resisto di Empoli nel 2022,  Ucraina al festival Collateral Maris a Vieste nel 2022,  al Centro Espositivo Villa Pacchiani di Santa Croce sull’Arno nel 2021 la mostra Aree di crisi, alla Galleria Fait&Cause a Parigi 2020 e 2021, al Centre Geopolis a Bruxelles nel 2021, al Festival della Fotografia Etica del 2020 la mostra Forgotten Guerrero e a Visa pour l’Image nel 2020.

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