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Un ritratto da regina

di Tiziana Bonomo

Queen Elizabeth II ©Derek Hudson archive rummage / Queen Elizabeth II / Windsor Horse Show 1975

Un ritratto che invito a guardare con grande attenzione. Lentamente. In tutti i suoi dettagli. Cosa vi colpisce di più sapendo che lei nel ritratto è la Regina Elisabetta II? E se non fosse la Regina, the Queen? Vi lascereste attrarre ugualmente?

Ecco una prima differenza tra pittura e fotografia. Un tempo la pittura non avrebbe consentito – non ci sarebbe stato il sufficiente tempo – di riprendere per un istante il viso di una Regina in un attimo di vita quotidiana, in una posa naturale mentre dialoga con qualcuno. La fotografia ci offre questo grande dono di poter fare un ritratto ad una regina senza chiedere il permesso, senza metterla in posa, senza
obbligarla all’immagine che forse si vorrebbe di lei. E per l’appunto la fotografia rovescia il senso tradizionale del ritratto pittorico. Poco importa se il soggetto si è messo volontariamente in posa davanti al fotografo o è stato colto durante un reportage o ancora è stato recuperato durante le scene di un film.

Per questa ragione è normale che siano apparse milioni di foto della regina Elisabetta II e della sua corte. Tra le tante, questa fotografia scattata da Derek Hudson, un grande fotografo di Life che ritengo uno dei più incisivi e straordinari fotografi di ritratto, ha il merito di farci vedere Elisabetta II così vicina da sentire i suoi occhi davanti a noi. Occhi penetranti, intensi, vivi. E se non fosse la regina potremmo dire con certezza che è una donna di carattere, che ha un suo stile, che nella sua compostezza emana rispetto. La regalità non è in quel suo volto con labbra ben delineate, con un naso importante ma regolare, con occhi ben disegnati: è una bellezza comune, vien da dire popolare. La regalità è nell’intensità, nella concentrazione che sprigiona dal suo sguardo sostenuto da un corpo abituato a stare diritto, in piedi, ad affrontare “l’avversario” per quanto l’altro possa essere amico, collega, cortigiano, familiare, nobile o proletario. Fuori dagli schemi il suo abbigliamento che la rende ancora più una donna, una donna più che una regina altezzosa, una donna che per il suo lungo regno tutti abbiamo l’impressione di aver conosciuto come fosse una persona di famiglia.

Ho intervistato Derek Hudson, l’autore del ritratto. Ecco il racconto che mi ha rilasciato. “Innanzitutto non ho mai seguito né la Regina né la famiglia reale come altri fotografi che hanno fatto carriera esclusivamente seguendo loro. Non mi sembrava molto interessante come occupazione. Per il semplice fatto che quando ho iniziato la mia carriera abitavo non lontano da Windsor, la città principale della famiglia reale. Questo, oltre al fatto che frequentavo amici fotografi che seguivano i reali negli anni ’70 e che io mi consideravo apprendista in fotografia, ho partecipato a diversi eventi in cui si trovava la famiglia reale e principalmente la regina. Molti eventi soprattutto al Royal Windsor Horse Show. Come sapete, la regina era appassionata di cavalli, come suo marito e sua figlia Anne. Spesso i tre erano alla RWHS dove Anne gareggiava e la regina era sempre presente per guardare sua figlia. Per me era semplicemente l’idea di trovare in quel luogo altre storie da raccontare con la fotografia, oltre al fatto che l’ambiente, l’atmosfera da ‘cavaliere di campagna’, la classe aristocratica mi affascinavano. Così come i loro vestiti, comportamenti e accenti snob, le tende da tè. Io non sono di questo ambiente. Anzi lontano da quello. Sono cresciuto ‘working class’ pura e dura. Sono un osservatore e questo ambiente mi ha affascinato perché non avevo mai conosciuto questo tipo di persone piuttosto ricche e aristocratiche. È un mondo a parte rispetto a quello da cui provengo.

Con i miei colleghi e amici intimi mi sono semplicemente divertito a chiedermi se potevo fotografare la Regina d’Inghilterra, perché no? Ero freelance e pensai che se potevo fare delle belle foto avrei avuto l’opportunità di venderle ai giornali. La situazione in questione di questa foto della Regina è capitata per caso. Mi sono trovato molto vicino a lei senza saperlo. Avevo la Regina alle mie spalle e all’improvviso me la sono trovata di fronte ma ad una distanza un po’ troppo vicina per il mio confort. Mi sono sentito un po’ imbarazzato dalla vicinanza. Lei stava conversando con un uomo e non prestava attenzione a ciò che le stava accadendo intorno. Avevo un obiettivo da 180mm sulla mia Nikon F2 il tele-focale più lungo che abbia mai avuto, per niente adatto a scattare immagini da molto lontano come i miei connazionali, che spesso venivano considerati ‘paparazzi’ che si servivano di lunghe focali come 400/500mm. L’occasione era troppo seducente e così ho impostato l’obiettivo e ho fatto 3 scatti, l’ultimo è questo con il suo sguardo intenso.
Mi sono ritirato e sono scomparso tra la folla. Sapevo di avere una foto forte e l’ho venduta a uno dei giornali. A quel tempo si doveva guidare fino a Fleet Street, sviluppare il film nel laboratorio di un giornale – non ricordo più quale – e la foto è andata …in prima pagina! La foto è in bianco e nero semplicemente perché i giornali, in quegli anni, non pubblicavano a colori. Di tanto in tanto ho seguito altri eventi reali fino a quando ho lasciato l’Inghilterra per gli Stati Uniti nel 1976.”

È proprio l’intensità che attrae in questo ritratto, composto, fermo, algido, talmente preciso che potremmo dire …. pittorico! Aggiungo un ultimo dettaglio che mi ha suggerito Derek Hudson “Lo sguardo, sia chiaro, è di dispiacere. Ho raccolto il suo dispiacere perché sentivo di essermi avvicinato troppo a lei. Il suo sguardo diretto nell’obiettivo era sicuramente per comunicarmi questo disappunto. Negli altri due scatti prima di questo la Regina sta sorridendo durante la conversazione, quindi penso che abbia voluto dirmi ‘Signore, Lei mi da fastidio’. Non posso dirti come ha reagito dopo questo scatto perché mi sono ritirato molto rapidamente”.

Il guaio è che sia in pittura che in fotografia il nodo che si pone non appartiene al semplice dominio della fisica: assomiglia o no al soggetto vivo, rientra, semmai e a vigoroso titolo, in quello della metafisica. Ovvero nel ritratto fotografico si dovrebbe realizzare una sintesi della vita, della storia personale, dell’opera degli uomini che conosciamo: l’attendibilità dunque che cerchiamo e che separa la banalità tecnica dal capolavoro è restituire il senso di quella vita e non semplicemente indurci a esclamare: è davvero somigliante, lo ricordo proprio così…. Per dirla con una parola aristotelica si deve realizzare, fissandola in saecola saeculorum, la sua anima. In modo semplice: in ogni uomo o donna che ha un destino, morire tragicamente, regnare per quasi un secolo, scrivere un libro fondamentale, innovare la scienza dell’uomo, quel destino è presente in ogni istante, anche prima che si compia. In ogni punto della sua vita sarà inesorabilmente quello. Come ben aveva compreso Sant ‘Agostino: in ogni essere umano c’è contemporaneamente passato presente e futuro…

 

Biografia Derek Hudson

Influenzato sin dall’adolescenza da fotografi britannici del calibro di Don McCullin, a 17 anni Derek Hudson si avvicina all’arte fotografica da autodidatta. Inizia la sua carriera di fotografo in un giornale locale e, nel giro di 18 mesi, viene premiato come miglior fotografo dell’anno nel Regno Unito. Incoraggiato da questo riconoscimento, si cimenta come freelance per i periodici della leggendaria Fleet Street di Londra, dove incontra il suo mentore, che lo incoraggia a tentare la fortuna a New York.

Arrivato a Manhattan proprio la sera dei festeggiamenti per il nuovo lancio della rivista LIFE, riesce a intrufolarsi alla festa, stringendo i primi contatti con alcuni dei migliori photo-editor di New York. Dopo dodici anni a New York, da dove copre con i suoi reportage guerre civili in America Centrale, due elezioni presidenziali e un tour statunitense con i Rolling Stones, torna in Inghilterra per collaborare con l’agenzia francese Sygma. Si trasferisce quindi a Parigi nel 1993, dove diventa il principale fotografo europeo per la rivista LIFE, oltre a collaborare con Le Monde e il New York Times Magazine.

Dal 1996 si dedica principalmente alla famiglia, pur continuando a realizzare reportage sui più importanti eventi di cronaca internazionale. Nel 2001 è in Afghanistan, dove un attacco al contingente con cui collabora mette seriamente a rischio la sua vita. Per il bene della famiglia, decide così di non accettare più incarichi rischiosi e collaborando con alcune riviste di viaggi, in particolare French Geo. Nel 2012, durante un reportage in Sud Africa, un gravissimo incidente automobilistico lo costringe per anni su una sedia a rotelle, mentre “combatte” con la riabilitazione. Si rivolge quindi al settore pubblicitario e nel contempo cura il suo vasto archivio, che copre oltre cinquant’anni di fotogiornalismo.

Attualmente vive e lavora a Berlino.

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