C’è un Egitto che nessuno racconta. Non quello delle rovine grandiose, dei resort scintillanti o delle feluche che scivolano eleganti al tramonto. Ma un Egitto fatto di mani ruvide, di occhi stanchi e di bambini che crescono troppo in fretta, inseguendo turisti e rovistando tra i rifiuti che galleggiano sugli stessi corsi d’acqua che un tempo hanno dato vita a una civiltà immortale.
Nei quartieri periferici e lungo le rive dei canali secondari, i bambini sono ovunque. Correndo tra mucchi di plastica e immondizia, si fanno strada con astuzia e disperazione. Non giocano, lavorano. Non chiedono caramelle, chiedono monete. Avvicinano gli stranieri con sorrisi furbi e mani tese, spingendosi oltre la timidezza perché sanno che non stanno mendicando per sé. Dietro quei gesti c’è l’ordine tacito di un padre senza lavoro o di una madre sola, c’è la necessità imposta dal destino di chi è nato con poco e non può pretendere di più.
Alcuni di questi bambini non hanno mai messo piede in una scuola. Per loro l’alfabeto non sono lettere, ma i movimenti rapidi per scappare da un controllo indesiderato o per afferrare una bottiglietta che un turista lascia distrattamente. Crescono respirando polvere e promesse rotte, imparano presto che nel loro paese il futuro è un lusso e la sopravvivenza una scienza.
Intorno a loro scorre una realtà ingombrante fatta di corruzione sistemica e speranze che affondano come i sacchi di plastica nel Nilo. Chi è ai margini resta lì, spesso ignorato dagli uomini delle Istituzioni che si mostrano quando servono fotografie ufficiali, ma che spariscono quando bisogna asfaltare una strada, costruire una scuola, pulire un canale. Tratta, favori, piccoli e grandi inganni: il sistema è un labirinto dove chi ha potere lo protegge e chi non ce l’ha diventa invisibile.
Eppure, in mezzo a tutto questo, l’Egitto continua a sorprendere. Perché tra la polvere e la fatica, tra le risate dei ragazzini che rincorrono un turista e gli uomini che lavorano dall’alba con il cuore spezzato ma le mani salde, ci sono sorrisi veri. Sorrisi come quello di un anziano barcaiolo sul Nilo: schietti, imperfetti, resistenti. Sorrisi che non nascono dall’abbondanza, ma dalla consapevolezza che, nonostante tutto, vale ancora la pena vivere, lottare, sperare.
Forse è questo il segreto dell’Egitto che vive lontano dalle brochure: la capacità di trovare umanità dove nessuno guarda. La capacità di sorridere anche quando il mondo ti ha tolto quasi tutto, e di continuare a credere che domani, in qualche modo, potrebbe essere migliore di oggi.
In un Paese dove i faraoni hanno costruito l’eternità molti bambini non riescono a immaginare il domani. La povertà non è solo una condizione: è un paesaggio, un’abitudine, un marchio. È un luogo dove la dignità non si arrende, dove ogni gesto quotidiano è una forma di resistenza.
Qui non trovi la perfezione. Trovi la verità. E la verità, spesso, sorride anche quando non dovrebbe.
Daniele Collovà
www.agenziafotograficadanielecollova.com
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https://www.instagram.com/daniele_collova_photographer
BIOGRAFIA
Daniele Collovà diplomato nel 2003, muove i primi passi nel campo fotografico dopo il diploma, iniziando come assistente fotografo durante i matrimoni.
Dal 2006 inizia a lavorare presso uno studio fotografico di Capo d’Orlando, fino al 2012, anno del suo trasferimento nel continente australe.
Nel 2010 e nel 2012 realizza, per conto dell’Associazione Giovani Orlandini Liberi e il Centro d’Arte Moderna “Agatirio” il concorso fotografico “Orlando e le sue Terre”, patrocinato dall’Assessorato ai BB.CC.AA della Provincia di Messina.
Nel Novembre del 2012 la decisione di trasferirsi in Australia per iniziare una nuova avventura e trovare nuove ispirazioni.
Terminata l’esperienza australiana, rientra in Italia per dare sfogo alla sua creatività e mettere al servizio degli altri la sua conoscenza fotografica per realizzare shooting che vengono apprezzati ogni giorno di più.
Nel 2021 apre la propria agenzia fotografica con sede in Sicilia e uffici anche in Calabria e Roma.
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