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Thierry Mugler: l’architetto visionario che vestiva i sogni

di Paolo Ranzani

Parigi Immaginate un futuro che sa di Art Déco e fantascienza anni ’50, un mondo in cui il corpo umano diventa scultura e il tessuto è più simile all’acciaio che alla seta. Questo universo ha avuto un demiurgo: Thierry Mugler, stilista, fotografo e regista delle proprie visioni, capace di trasformare la passerella in un set cinematografico.

Nato a Strasburgo nel 1948, Mugler cresce circondato dalle guglie gotiche della cattedrale e dalla geometria solenne delle piazze alsaziane. Da adolescente studia danza classica e scenografia: due discipline che formeranno la base del suo sguardo. “Ho imparato il senso del movimento e della prospettiva prima ancora di cucire un bottone”, dirà. Non frequenta scuole di moda, ma impara da sé, viaggiando tra Londra e Parigi e osservando le sottoculture urbane.

Il debutto arriva nel 1973 con Café de Paris: linee nitide, colori decisi, una femminilità che sfida il minimalismo del tempo. La sua firma sarà inconfondibile: vita strettissima, spalle pronunciate, curve scolpite come opere d’arte industriale. Gli anni ’80 e ’90 lo consacrano come il re della “power couture”. Ma Mugler non si limita ai tessuti: vuole dirigere l’immagine della sua moda. E così, armato di macchina fotografica, inizia a produrre campagne e editoriali che portano la moda fuori dagli studi e dentro paesaggi impossibili.

Negli anni ’80 e ’90, la sua moda è sinonimo di potere visivo. Le giacche con spalline iperboliche e vita da vespa diventano icone della power woman. La passerella mugleriana non è mai una semplice sfilata: è uno spettacolo da Broadway, con modelle trasformate in robot cromati, amazzoni spaziali, sirene in vinile lucente. È qui che entra in gioco la sua fotografia: Mugler non si accontenta di disegnare, vuole controllare ogni immagine. Dirige personalmente campagne pubblicitarie e editoriali, realizzando immagini che sembrano frame di un film.

Nel 1992 lancia Angel, il profumo dalle note gourmand che segna una rivoluzione olfattiva. La campagna pubblicitaria, diretta e fotografata da lui, è una fiaba cosmica: un’eroina avvolta in un abito di cristalli fluttua nello spazio, circondata da stelle che sembrano uscite da un set di Georges Méliès. Non era semplice marketing: era un cortometraggio fotografico.

Celebre è la serie di immagini a Linda Evangelista nei panni di una donna-falena: ali monumentali, trucco teatrale, luce radente che scolpisce ogni piuma.  Nel suo obiettivo, la fotografia diventa estensione della couture: luci taglienti, contrasti estremi, fondali naturali spinti oltre il reale.

Negli anni ’90 veste e fotografa le dive del pop: Beyoncé lo chiamerà “il genio che trasforma il palco in un tempio”, mentre David Bowie e George Michael indossano le sue creazioni come armature di scena. Lavorando su riviste come Vogue e Harper’s Bazaar, Mugler unisce il rigore della moda all’impatto da poster cinematografico. Nel 2002, quasi all’apice, Mugler si ritira dalla moda. Si dedica a progetti teatrali e fotografici, firma costumi per il Cirque du Soleil e libri fotografici che condensano il suo universo estetico. Thierry Mugler: Photographer (2019) raccoglie scatti in cui la couture incontra il reportage onirico: non racconta una realtà, ma un futuro che avrebbe potuto essere.

Vederlo lavorare significava assistere a un rito: “L’abito deve vivere” diceva, “e io devo raccontarne la storia”. Lo faceva in passerella, dietro l’obiettivo, o nel buio di una sala prove, tra teli metallici e fari teatrali. Thierry Mugler non vestiva soltanto le persone. Vestiva le fantasie. E le fotografava, per non lasciarle mai svanire.

“Quando creo, non penso a un vestito: penso a una storia”. Thierry Mugler lo ripeteva spesso, e chi ha assistito alle sue sfilate o sfogliato i suoi libri fotografici sa che quelle storie erano racconti epici. Il suo universo era fatto di scenografie titaniche, modelle-eroine, luci teatrali e un’ossessione quasi architettonica per la silhouette.

La sua fotografia era un’estensione della sua moda: angoli bassi per allungare le figure, ottiche grandangolari per accentuare la teatralità, controluce netti che scolpivano il corpo come fosse metallo. Non cercava la spontaneità: voleva il mito.

Un aneddoto famoso racconta che per una campagna nel deserto, Mugler attese tre giorni la luce perfetta. Il risultato: la modella Iman in abito corazzato, argentato, davanti a dune infuocate dal tramonto. Nessun fotoritocco, solo la precisione maniacale nel calcolare l’ora, l’angolo e l’intensità della luce. Era solito portare con sé squadre ridotte: preferiva lavorare in condizioni estreme, controllando ogni dettaglio dal trucco alle ombre proiettate sulla sabbia.

Nel 2002, all’apice della carriera, Mugler si ritira dalla moda per dedicarsi alla regia e alla fotografia. Collabora con il Cirque du Soleil e pubblica libri come Thierry Mugler: Photographer (2019), dove rivela il lato più intimo del suo lavoro: bozzetti, dietro le quinte, prove di luce. “Ogni scatto è un set cinematografico” spiegava. “Non importa se la scena dura un secondo: deve sembrare eterna”.

Nel 2022, la notizia della sua morte a 73 anni scuote il mondo della moda. Ma Mugler non è mai stato solo un couturier: era un regista di sogni, un ingegnere di corpi, un fotografo ossessionato dal controllo della luce e della scena. La sua eredità vive oggi nei revival delle sue collezioni, negli archivi riscoperti da giovani stylist, e nella fotografia di moda che ancora cita i suoi tagli di luce e il suo gusto per l’iperbole.

Thierry Mugler ha insegnato che moda e fotografia possono fondersi fino a diventare un’unica arte. “Io non faccio vestiti per il quotidiano. Io creo per i momenti in cui si deve essere indimenticabili”. Guardando oggi le sue fotografie, si capisce che quella promessa l’ha mantenuta.

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