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Tales of Time and other waterways

di Irene Gittarelli

La celeberrima Venere di Willendorf, raffigurazione femminile votiva del Paleolitico databile intorno a trentamila anni fa e scolpita in pietra calcarea oolitica dipinta originariamente in ocra rossa, è la prima testimonianza effettuale dell’ideale di bellezza: essa proiettava un canone verso il quale tendere e stabiliva proporzioni desiderabili e simboliche. La sua tangibilità primitiva delinea un corpo formoso dalle caratteristiche femminili pronunciate, con vulva e seno gonfi, senza evidenziare tratti fisionomici – il volto è infatti nascosto dall’acconciatura – icona di prosperità assoluta. La pietra si addolcisce butterata materializzando il primo topos della storia dell’umanità, ovvero il legame tra donna e natura, maternità e floridità.

Tales of Time and other waterways si ispira quindi alla rappresentazione della prima armonia universale: le anatomie delle rocce si fondono con le conformazioni del corpo femminile; il fiume plasma le sponde come il corso della vita corrode la materia. Lo stesso rivo d’acqua alla cui sorgente si affiancò una società di cacciatori e raccoglitori – dove la corpulenza della donna coincideva con salute, fertilità e potere, costituendo uno status superiore – oggi sfocia ai piedi di una civiltà che considera la maternità un ostacolo e il fisico della donna un involucro puramente estetico, il cui modello osserva dettami fatui. Sul medesimo canale dalla notte dei tempi, l’incessante profluvio insiste e solca modificando indelebilmente il paesaggio circostante, rimanendo vivido e immobile soltanto nella memoria di chi si affaccia a guardarlo: Irene Gittarelli attraversa e consolida il passare dei secoli dell’arte e delle diverse concezioni della donna nella storia con uno sguardo accorto, risoluto e altrettanto delicato, che non cede a trite retoriche ma che tenta un dialogo equilibrato e leggibile, etico ma mai moralistico – nonché schiettamente appagante alla vista per cromie e composizione, ricco di simmetrie, volumi, mimesi e pose classicheggianti – tra retaggio primigenio e contemporaneità.

 

Federica Maria Giallombardo

Breve bio di Irene Gittarelli

Nata nel 1991 e cresciuta a Torino ma attualmente residente a Padova, Irene Gittarelli è un artista visiva e fotografa professionista di moda e ritratto.

Da fedele amica della penombra e delle luci tenui fin dai primi lavori nel 2005 imparando le basi nello studio dell’artista Plinio Martelli, mette da sempre in scena il suo mondo onirico e surreale attraverso immagini cinematografiche che rivelano scene impossibili e fotogrammi di racconti sospesi.

La sua ricerca artistica, influenzata dalle scienze umane, dall’arte e dal cinema affronta i temi della fragilità umana e della relazione tra uomo e paesaggio.

Il corpo come mezzo per creare immaginari profondamente ispirati al concetto di rinascita infinita e metamorfosi, e agli archetipi del femminile e del maschile, identificati da un senso di delicatezza, eleganza e mistero.

Nelle sue opere, Gittarelli vive uno scambio profondo e personale tra l’artista e il soggetto ritratto creando una dimensione estetica senza tempo e senza spazio, dove i personaggi danno vita al loro Io interiore nelle sue forme di espressione più varie e fluide, una collezione di momenti con il leitmotiv di un crepuscolo fioco eppure persistente come a simboleggiare un positivo barlume di speranza che riscatta il malinconico senso di perdita.

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