II. Il cinema che strappa le bende sugli occhi del paradiso in fiamme
Il cinema, nella sua approssimazione o prostituzione generalizzata al mercato hollywoodiano e all’intrattenimento televisivo di società “video on demand” (Netflix, Disney, Amazon, Timvision, Mediaset infinity, Raiplay…) è una baracconata senza grandi poeti… coltiva la spettacolarizzazione dell’ordine costituito e si contorna di una mediocrità senza rimedio… il cinema italiano, in particolare, è una pletora di ossessionati che fanno film per rimbambiti e adolescenti… l’idea che il cinema possa essere una forma d’accusa alla società del privilegio, del profitto o dell’oppressione, non li sfiora nemmeno… sono dei parvenu dell’approvazione e dell’apparenza… ben oliati da una critica servizievole che li sprona a trafiggere tutte le cause, specie quelle che attentano alla seduzione ordinaria dell’immaginario assoggettato della macchina/cinema – 12. “Tremare è facile; ma sapere dirigere il proprio tremito è un’arte. Da qui derivano tutte le ribellioni” (E.M. Cioran) – 13, anche quelle sconfitte. Governi, banche, assicurazioni, partiti, chiese, polizie, imprenditori, trafficanti d’armi… si spartiscono i soldi europei destinati al cinema e attraverso la produzione seriale di film smerciati nelle piattaforme digitali forgiano una stupidità di massa mai vista prima.
Il cinema muore di cinema… non sono mai stati prodotti tanti film dalla nascita del Cinématographe quanti negli ultimi trent’anni… la prima proiezione pubblica a pagamento avvenne il 28 dicembre 1895, a Parigi, quando i fratelli Auguste e Louis Lumière — figli di un fotografo e di una lavandaia — inventarono il Cinématographe (non è vero, ma prendiamola per buona) e accesero lo stupore e la meraviglia degli spettatori nel Salon indien du Grand Café di Boulevard des Capucines a Parigi, con L’uscita dalle officine Lumière a Lione… dura poco meno di 1 minuto… operai e operaie escono dai cancelli della fabbrica Lumière vestiti con cura, sorridenti, pettinati, puliti, più finti dei santi dipinti, diceva la canzone… contenti del loro lavoro di sfruttati… si vedono bene i suggerimenti tecnici dei Lumière… la reverenza insomma degli operai ai padroni che fanno il cinema (infatti, le versioni del film sono diverse, tuttavia la copia proiettata al Salon indien du Grand Café appare la meglio organizzata). Per i Lumière il cinema non aveva futuro (forse era solo Louis che lo diceva), ma la merce che produceva di certo avrebbe costruito con perseveranza la disgregazione ontologica della felicità… mostrato che il cinema è sempre stato al servizio dei lustratori di scarpe ebrei di Hollywood che videro subito come arricchirsi sull’edificazione di cinema-chiese, prodotto film-tombe dove seppellire l’infelicità e codificare un linguaggio mercatale-crepuscolare che presuppone un’ammaestramento degli sguardi nel firmamento mitopoietico dello schermo.
12 -Pino Bertelli, La macchina cinema e l’immaginario assoggettato, Nautilus, 1987
13 – E.M. Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, 1984
I brevi filmati dei Lumière esprimono una pedagogia che crea più illusioni delle religioni o delle tribune politiche… tra i treni che arrivavano alle stazioni e suscitavano la paura d’essere investiti, pappe ai bambini ricchi in giardino, la pesca dei pesci rossi, passioni di Gesù Cristo e panorami turistici molto apprezzati dalle corti nobiliari dell’epoca… Louis firma la regia di Jérusalem, porte de Jaffa, côté Est (1897) e Auguste La Palestina en 1896 (1897)… in verità i Lumière avevano sguinzagliato i loro operatori per raccogliere le vestigia delle immagini in movimento e fare un cinema d’intrattenimento per nuove tipologie di pubblico… non credevano nell’arte del cinema ma nel suo utilizzo come merce o registrazione dei fatti di cronaca. Le scene di vita di strada in La Palestina en 1896 (al tempo era parte dell’Impero Ottomano), figurano la stazione di Gerusalemme, un ebreo che prega al muro del pianto, una processione e palestinesi, vecchi, donne, bambini ed ebrei che sembrano convivere in maniera pacifica… si percepisce un’atmosfera di armonia pratica che si riflette sui volti ripresi… quasi un libero accordo tra le genti e il frammento documentale che raccatta la realtà, afferrandola attraverso il cinema… nell’ingenuità delle riprese di La Palestina en 1896 non c’è velamento né immedesimazione del bello come segreto… c’è una trasparenza del semplice che si autoracconta e si contempla nella sua umanizzazione.
Nei medesimi anni William Kennedy Laurie Dickson, regista inglese alle dipendenze di Thomas Edison, altro pioniere della nascita del cinema… “inventa” l’estetica dell’evento… si prodiga a costruire come finalità superiore sia del cinema sia del significato di ciò che narra… filma la prima benedizione mediatica nella storia della Santa Sede (1898), quella di Papa Leone XIII (Gioacchino Pecci) che lo proietta nel falansterio della religione conquistatrice del divenire… davanti a tanta venerabilità che il cinema rende ancora più sacra… preti, suore, perfino gli angeli, e anche i cani con lo sguardo umido si commuovono… e ancora oggi la banca del Vaticano sembra che almeno una volta all’anno proietti il filmato di Dickson ai nuovi impiegati… per far sì che quella benedizione immortale faccia scolorire il sangue dai soldi dei trafficanti d’armi che passano dalle loro casse… è davvero commovente… esaltare il “Papa dei lavoratori” al quale si deve la promulgazione di ulteriori dogmi, tra i quali l’infallibilità papale… ci fa un po’ sorridere… se poi riflettiamo sulle sue visioni di — “demoni e di aver sentito i loro bisbigli, le loro blasfemie, le loro denigrazioni… udito la voce di Satana sfidare Dio e dire che poteva distruggere la Chiesa e portare tutto il mondo all’inferno” —…. ci assale lo sconforto e siamo portati a pensare che nemmeno nella scelta di un’anacoresi sprofondata in un sarcofago di gigli di campo, riuscirei mai a credere a qualsiasi teologia della punizione e dell’assoluzione… decisa da un numero ristretto di eletti da Dio? I parassiti del paradosso lo sanno… tra le gerarchie ecclesiastiche e Dio c’è sempre di mezzo la Santa Inquisizione, la corruttela dei vescovi, il finanziamento di gruppi armati e sindacati per attuare la destabilizzazione di un paese… ho conosciuto analfabeti geniali che mi hanno insegnato più cose sulla vita di tutti i libri e film che ho buttato giù come medicine… specie un mio giovane amico che aveva dato l’assalto al cielo della empietà politica e l’ammazzarono perché aveva osato sfidare i piombi della legalità… forse è per questo che la mia più grande ambizione è sempre stata quella di vincere alle bocce con le teste dei dignitari del palazzo.
Papa Leone XIII era avanti nei tempi… già a fine ‘800 aveva capito come funzionava la comunicazione visiva… il Papa era un grande estimatore del Vin Mariani, una bevanda energizzante e stimolante che conteneva cocaina, tanto da inviare al produttore Angelo Mariani, una medaglia d’oro in segno di riconoscenza e lo definì un benefattore dell’umanità. Il Pontefice comparve anche nei manifesti pubblicitari del Mariani Wine (affissi sui muri di mezzo mondo), circondato da slogan che lodavano il prodotto (prescritto come un medicinale che alleviava l’influenza, disturbi nervosi, l’anemia, l’impotenza). L’oggetto diventa specchio del soggetto che lo celebra e lo veicola in una iperrealtà della merce che è il primo grande medium del mondo moderno. Il Papa è protagonista della seduzione ordinaria del prodotto e invita alla precipitazione del lettore in qualcosa di sacro… il Vin Mariani si pone così a metà strada fra la santità e la vita quotidiana.
14 La prima benedizione mediatica nella storia della Santa Sede di Papa Leone XIII è stata a lungo attribuita all’operatore in Italia del torinese Vittorio Calcina (1896). Nello studio di Gianluca Della Maggiore, Le vedute delle origini su Leone XIII. Vaticano, Biograph e Lumière tra mito e storia, UTET, 2023, la storia tra papato e cinema viene compiutamente riscritta.
15 Jean Baudrillard, L’altro visto da sé, Costa & Nolan, 1987
Il Vin Mariani era stato inventato nel 1863 dal chimico e farmacista còrso Angelo Mariani… un tonico a base di vino di Bordeaux rosso infuso con foglie di cocaina del Perù o della Bolivia (tra i 6 e i 7 mg per oncia), macerate nel vino per 10 ore… il Vin Mariani era apprezzato ovunque sul pianeta e l’imprenditore apre uffici a New York, Londra, Montreal… non mancava sulle tavole di re, regine, diplomatici, zar di tutte le Russie (Nicola II, incappato malamente in una rivoluzione che gli ha strappato i baffi ancora sporchi di caviale mentre i suoi sudditi morivano di fame ne era un cultore d’alto lignaggio), Jules Verne, Thomas Edison, Emile Zola, Sarah Bernhardt, Colette, i fratelli Lumière, il presidente degli Stati Uniti William McKinley (ucciso a colpi di rivoltella da un anarchico di origine polacca, Leon Czolgosz, forse perché voleva assaggiare il Vin Mariani) e di almeno altri due Papi che succedettero a Leone XIII, Benedetto XV e Pio X (infiocchettarono di altre medaglie d’oro il còrso)… ogni bottiglia di Vin Mariani conteneva il 10% di alcool, l’8% di cocaina e il 6% di zucchero… ai tempi la cocaina non era considerata una sostanza pericolosa e i suoi effetti venivano descritti come rinforzanti e curativi. Il successo planetario del Vin Mariani spinse il militare e farmacista di Atlanta, John Pemberton, a creare la sua versione, il Pemberton’s French Wine Coca, che, a seguito delle ordinanze sul proibizionismo, divenne la Coca-Cola.
Le immagini sono lo specchio sul quale l’umanità si riflette… l’antropologia visuale, la teoria dell’arte e le politiche dello sguardo intrecciano fotografia, cinema e le nuove tecnologie digitali… ma sovente sono dispositivi che discettano su codici, morali, valori, definizioni precostituiti che attengono alla mortificazione dell’anima… sotto ogni cielo dell’immagine, l’arte sarà scandalosa, eversiva, sovversiva o non sarà nulla. Non si tratta di mostrare la guerra di Tik Tok e similari (secondo certe curiose analisi giovanilistiche, come quella del teorico della post-fotografia alchemica e algoritmica, Joan Fontcuberta), elevate a copertura mediatica dei conflitti mondiali né trattare le immagini di tragedie profonde come fossero videogiochi da combattimento… si tratta di passare dalla denuncia privata alla contestazione nelle piazze… con tutto ciò che comporta, anche quello di rischiare la pelle sotto le cariche della polizia… sempre ben addestrata a manganellare chi manifesta per la conquista di una società meno feroce e più egualitaria.
La vita dell’uomo è stata ridotta a una sommatoria dolore per il maggior numero o di magnificenza per pochi designati, si tratta ora di lavorare a una rifondazione dello sguardo… decostruire ciò che è stato costruito attraverso le immagini, le parole, i dogmi… disimparare la grammatica dei fini imposti… lo scopo di un artista è di inventare idee poetiche, condannare l’alienazione dominante che germoglia sulle rovine della verità… calpestare le leggi, le politiche, le culture e sostituirle con dei princìpi con i quali combattere la volgarità delle categorie… davanti a un tribunale della sovversione non sospetta, tutti i saprofiti saranno condannati alla vergogna, per l’ultima volta… ciò che mette fine alla tribolazione degli ultimi, diviene irrimediabilmente storia dell’uomo che ha eliminato i prosseneti della crudeltà… la Rivolta sociale è il più antico e il solo sentimento che dà all’uomo il diritto di opporsi alla teocrazia delle certezze e di asciugare le lacrime di un bambino che muore per fame in un abbraccio.
La tempesta d’immagini che cascano addosso allo spettatore attraverso i social media come meteore dell’irrisorietà, sono disastrosamente spontanee e mostrano che i cattivi cineasti esprimono un sommario di decomposizione del cinema a venire dove il falso, l’arbitrato e il fatale trionfano e iniettano nei fruitori la più grande favola mai raccontata (dopo quella delle chiese monoteiste)… lavorano sull’adesione all’immaginario destituito che proiettano, ma in quella merce luccicante (gravida di effetti speciali) c’è anche il dirottamento degli sguardi che soggiaciono a tutto ciò che viene loro propinato da uno schermo/video… nemmeno i buffoni di Shakespeare sono stati così stupidi e hanno fatto del disinganno e dell’ironia, utensili per detronizzare i re… il cinema-merce non contiene altro che una filosofia da bidè… ecco perché non ne vuole sapere dei demoni di Dostoevskij, degli angeli tremendi di Rilke o dell’età dell’oro di Buñuel… le sale cinematografiche chiudono per far posto a parcheggi e supermercati o condomini di lusso… si tira un film come si tira uno schiaffo a qualcuno che non ha la forza di difendersi… il cinema è l’empireo di carta velina, messo alla vulgata di un servo o di uno schiavo, qualche volta è importante sparare contro lo spettatore come in The Great Train Robbery (1903) di Edwin S. Potter o assaltare lo schermo alla maniera di Buster Keaton in Sherlock Jr. (1924) o distruggere il lenzuolo bianco come nel film incompiuto di Orson Welles, Don Chisciotte (1992)… insomma azzerare la magia del cinema per entrare nella realtà… l’utopia è un attentato contro ogni idea di sistema… forse non risolve niente, ma dà inizio a tutto… è il fremito delle passioni incontrollate dalle quali nascono tutte le contaminazioni sovversive della temporalità.
La fabbrica delle illusioni di Hollywood (per lo più in mano ad ebrei, contrabbandieri, venditori di guanti, cercatori d’oro, truffatori d’ogni sorta) capisce subito la potenzialità economica della nuova scoperta e inizia ad approntare un apparato divistico per addormentare la coscienza delle platee e fare dell’immaginario un linguaggio di domesticazione sociale… una sorta di modello (proprio come i social network dei nostri giorni) che alleva i lettori-utenti in un’alfabetizzazione levigata che tende a impedire qualsiasi forma di dissidio… un’anestetizzazione della percezione che comporta dipendenza e costrizione al medium delle affezioni che determina visioni, gusti e comportamenti. Naturalmente — come in ogni forma d’arte — ci sono sempre stati (e ci saranno sempre) dei magnifici randagi che non si lasciano imbrigliare da nessuna codificazione mercatale e le loro opere restano a futura memoria di quanti hanno visto e vedono nel cinema una volontà prometeica che divelte tutta la storia del male.
16 – Leon Czolgosz venne giustiziato sulla sedia elettrica e il corpo distrutto con l’acido solforico. La ricostruzione dell’esecuzione dell’anarchico fu filmata da Thomas Edison (reperibile in Rete).
17 – https://www.gamberorosso.it/notizie/attualita/leone-xiii-vin-mariani/
18 – Joan Fontcuberta, Oltre lo specchio. La fotografia dall’alchimia all’algoritmo, Giulio Einaudi Editore, 2024
19 – Georges Sadoul, Storia generale del cinema ( tre volumi ) Vol 1 – Le origini e i pioniieri ( 1832 – 1909); Vol 2 – L’arte muta ( 1919 – 1929 ) ; Vol 3 – Il cinema diventa un’arte ( 1909 – 1931 ), Einaudi, 1965
20 – Edgar Morin, I divi. Genesi, metamorfosi, crepuscolo e resurrezioni delle star, Garzanti, 1977
21 – Edgar Morin, Il cinema o l’uomo immaginario, Feltrinelli, 1982
22 – Byung-Chul Han, La salvezza del bello, Nottetempo, 2025
La panacea digitale del “cinema indicizzato” si adegua automaticamente alle sue variazioni mercantili e cataloga i processi di memorizzazione delle pagine web secondo le richieste degli utenti attraverso parole chiave, metadati, immagini, suoni… impone i film o serie-tv più imbecilli dei loro consumatori… e tutto rifluisce in atteggiamenti, subordinazioni, assuefazioni all’ordine del discorso della società repressiva che intreccia verità e potere, e delinea il controllo e le punizioni sui pericoli eversivi che ne mettono in discussione o delegittimano la sua supposta modernità… fino a disprezzare, incrinare, inceppare le fonti dell’idiozia precostituita e sostituirla con il diritto di difesa, il rispetto dei diritti umani, il riscatto della rispettabilità come grimaldello di ogni richiesta di libertà… sapere che ci sono percorsi autodeterminazione che possono dare inizio allo smantellamento della paura come guinzaglio della passività e dell’indifferenza… le autocrazie dell’espiazione hanno ingabbiato il mondo, si tratta ora di rovesciarlo alle radici… farsi evasi, clandestini, dirottatori, ribelli a una supremazia finanziaria/politica perturbata che coltiva la violenza come gli innamorati le primule a maggio… e non va difesa ma aiutata a crollare.
I bagliori di probità delle caste al potere, tuttavia non riescono sempre macerare tutte le opposizioni e gli antagonismi sotto grappoli di bombe… dalle periferie della Terra fuoriescono sempre poeti, scrittori, cantastorie, cineasti, gente semplice ma ostica ad abbassare le armi di fronte all’iniquità dei governi genocidari… e nascono madrigali di rabbia e di pace e film capaci di amare senza la vergogna d’amare… dove lo stile è l’espressione diretta della vita offesa… e siccome lo stile è l’architettura dello spirito, diceva… s’accordano bene con il fiorire del bello, del giusto, del buono che gridano libertà e giustizia… e strappano le bende sugli occhi al Paradiso in fiamme, come La voce di Hind Rajab (2025) di Kawthar ibn Haniyya (del quale parleremo più avanti)… piccoli film indipendenti che si riallacciano ai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (pastore anglicano irlandese, poeta e scrittore di pamphlet satirici sulla corruzione politica del suo tempo e di tutti i tempi) e mostrano la controversia sul modo più corretto di come si rompono le uova, dalla parte grossa o da quella più piccola?… quando i lillipuziani uniscono le loro forze, i giganti cadono al suolo legati e impotenti… e fanno del gigante una frittata (questo i Viaggi di Gulliver non lo dice, ma ci suscita un sorriso malevolo pensare che possa andare così)… il capolavoro di Swift è un attacco libertario/allegorico contro l’albagia dei finanzieri, dei partiti, degli uomini politici e dei servi che appaiono brutali, sporchi, cattivi e sostenitori imperturbabili della tirannide.
23 – Michel Foucault, L’ordine del discorso e altri interventi, Einaudi, 2004
24 – Jonathan Swift, I Viaggi di Gulliver, Frassinelli, 1999

Pino Bertelli è nato in una città-fabbrica della Toscana, tra Il mio corpo ti scalderà e Roma città aperta. Dottore in niente, fotografo di strada, film-maker, critico di cinema e fotografia. I suoi lavori sono affabulati su tematiche della diversità, dell’emarginazione, dell’accoglienza, della migrazione, della libertà, dell’amore dell’uomo per l’uomo come utopia possibile. È uno dei punti centrali della critica radicale neo-situazionista italiana.
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