Un tuffo nella fotografia sportiva e subacquea.
Storia di un nuotatore diventato fotografo per brand globali.
Scritto da Marianna Santoni e Laura Bessega
Soggetti in movimento, colori impossibili, luci difficili e ISO altissimi.
Sfide comuni alla maggior parte dei fotografi.
Sott’acqua, però, è tutto più difficile e la fotografia sportiva subacquea mette costantemente sotto stress l’intero flusso di lavoro, dallo scatto alla post-produzione fino all’output.
Sotto la superficie
Le problematiche tecniche più importanti che si incontrano nelle fotografia subacquea
Cromie impossibili
- Dominanti cromatiche forti dovute al colore dell’acqua, che rendono molto difficile arrivare a colori naturali in post-produzione.
- Incarnati difficili: la pelle in acqua è verde-blu e ottenere un incarnato piacevole in post-produzione è complicato.
Contrasti molto bassi
- L’acqua spesso torbida crea immagini estremamente piatte.
- A volte basta essere a due metri dal soggetto per non vedere più nulla.
Scarsa nitidezza
- Micromosso o profondità di campo insufficiente. Queste problematiche sono il prezzo da pagare quando si ha paura di alzare gli ISO. Si finisce per rimbalzare tra i tre fuochi che segnano l’inferno della scarsa nitidezza che da un lato porta a foto sfocate con profondità di campo insufficiente, dall’altro a foto micromosse e dall’altro ancora a foto piene di disturbo.
- Rumore evidente anche a ISO bassi, soprattutto nelle ombre. A volte ISO bassi non sono la soluzione. Perfino a ISO bassi e con attrezzatura costosa spesso le ombre non appaiono nitide.
Troppo tempo in post-produzione
- Per ottenere lo stile fotografico desiderato.
- Per arginare mille problematiche e incertezze tecniche.
Incertezza in stampa
- Incertezza in fase di stampa (profili colore, ricampionamenti, rumore): per molti fotografi la stampa è un salto nel buio e spesso rappresenta una forte incognita: molti trovano difficile avere il controllo al 100% sulla resa reale (sia cromatica sia dei dettagli) del risultato in stampa.
- Problemi cromatici e di nitidezza anche sul web: senza un’ottimizzazione in output dei file destinati al web le foto online spesso presentano colori alterati e una forte compressione JPEG che rovina molto del duro lavoro fatto per ottenere immagini di alta qualità.
Come si fa a superare tutti questi ostacoli tecnici e ad arrivare ad immagini così spettacolari… in meno di 2 anni?
La storia di Alessandro Evangelista ci porta dalla piscina alle campagne per brand globali, raccontando una crescita fatta di errori utili, ostinazione e studio… a dimostrazione del fatto che la fortuna non si aspetta: si costruisce.
C’è chi l’acqua la attraversa e chi prova a raccontarla.
Alessandro fa entrambe le cose.
È cresciuto nuotando tra corsie, virate e cloro; poi ha voluto cercare la forma più spettacolare per restituire, a chi guarda da fuori, colori, gesti e respiri sott’acqua.
L’ho incontrato nelle mie classi due anni fa e ho avuto il privilegio di seguirne da vicino la crescita: dalla GoPro in piscina per passione agli shooting underwater per marchi internazionali.
Questa intervista ripercorre la mappa di quel percorso: dagli inizi sott’acqua alla consapevolezza tecnica che permette di consegnare file puliti, affidabili e ad alta risoluzione, capaci di reggere stampa e close-up.
Ripercorriamo anche gli step con cui ha aumentato le sue competenze: la piscina come banco di prova — luci difficili, dominanti cromatiche, rumore — e il passaggio a un metodo solido in ripresa e in post-produzione.
Un confronto sincero su errori, soluzioni e criteri replicabili: come governare la luce “ostile” di una piscina, preservare texture e incarnati (anche a ISO altissimi) e costruire un flusso di lavoro che non cede davanti alla stampa… nemmeno quando l’immagine diventa grande come un palazzo.
Un percorso onesto, con inciampi e svolte vere, che mostra come la tecnica possa servire l’immagine e non il contrario.
Ora trattieni il respiro e immergiti nel suo mondo.
Segui la storia qui:
Qualcuno deve aver inventato la parola talento
con intenti diabolici.
Con una sola parola ha fatto due danni.
Ha dato vita all’illusione che per qualcuno
sia più facile che per altri
e allo stesso tempo ha creato l’alibi
per non provarci abbastanza.
MARIANNA SANTONI
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