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“Songs of the Sky. Photography and the Cloud”, Les Rencontres de la Photographie di Arles.

di Massimo Mastrorillo

Anche quest’anno ha aperto i battenti il festival di fotografia Les Rencontres de la Photographie di Arles. Dopo due anni di pandemia, la partecipazione, l’entusiasmo e la voglia di ritrovarsi per parlare di fotografia e vedere mostre sono stati davvero ai massimi livelli. Nella settimana inaugurale, dedicata ai professionisti, tantissimi sono stati gli eventi, gli incontri, i dibattiti. In questo articolo e in alcuni di quelli che seguiranno, voglio condividere con voi alcune delle mie impressioni riguardo i lavori esposti in questo “Visible or Invisible. A summer revealed”.

Una mostra davvero degna di interesse, se non altro per le tematiche affrontate, è “Songs of the Sky. Photography and the Cloud”, visitabile nello spazio Monoprix, un’area espositiva al di sopra del supermercato omonimo, da cui tra l’altro si deve passare per accedervi.

È una collettiva curata da Kathrin Schönegg, esposta in precedenza presso il C/O Berlin e accompagnata da un bel catalogo pubblicato dalla casa editirice Spector Books. Include opere di Claudia Angelmaier, Sylvia Ballhause, Marie Clerel, Raphaël Dallaporta, Fragmentin, Noémie Goudal, Louis Henderson, Internationales Meteorologisches Komitee, Noa Jansma, Stefan Karrer, Almut Linde, NASA, Observatoire de Juvisy, Lisa Oppenheim, Trevor Paglen, Meghann Riepenhoff, Simon Roberts, Evan Roth, Mario Santamaría, Adrian Sauer, Andy Sewell, Shinseungback Kimyonghun e Louis Vignes & Charles Nègre.

Nel 1922, Alfred Stieglitz rivolse per la prima volta la sua macchina fotografica al cielo “per scoprire ciò che aveva imparato in 40 anni di fotografia”. La sua serie di immagini di nuvole, che inizialmente chiamò “Songs of the Sky”, prima di diventare famose come “Equivalents”, aprì la strada all’astrazione per un mezzo che era stato associato alla rappresentazione della realtà.

Da allora tanti sono stati gli autori che hanno trovato ispirazione da questo tipo di astrazione, pensate per esempio a Luigi Ghirri con il suo “Infinito 1975”, in cui fotografò il cielo ogni giorno per 365 giorni.

A distanza di un secolo, la mostra tematica “Songs of the Sky. Photography & the Cloud”, utilizza il titolo originale per discutere l’attuale cambiamento della fotografia dovuto alla digitalizzazione e le conseguenze che ne sono derivate. Il tema viene affrontato ovviamente con la presenza di immagini di nuvole e metafore legate al tema della tecnologia del Cloud. L’astrazione di Stieglitz di fatto continua ad esistere, ma assume un significato e implicazioni completamente diverse. Pensare alla fotografia oggi implica una considerazione delle infrastrutture che formano e organizzano le reti.

Indipendentemente dal fatto che le immagini siano generate da telecamere di sorveglianza o satelliti, o che siano costituite da materiale d’archivio digitalizzato o da fotografie personali delle vacanze sui nostri smartphone e laptop, tutte, inevitabilmente, sono salvate o comunque lasciano traccia, sulla nuvola gestita dall’intelligenza artificiale. La trasmissione nell’etere prevede la loro scomposizione in una serie di uno e zero e la distribuzione attraverso i cavi sottomarini in cui la tecnologia Cloud entra in gioco (non è già sbalorditivo e interessante pensare che parliamo di Cloud e ci muoviamo al di sotto della superficie marina?)

Analogamente al modo in cui le nuvole hanno risuonato all’inizio dell’astrazione nella fotografia cento anni fa, il modo in cui gli artisti di oggi interagiscono con le nuvole riflette le visioni del futuro del XXI secolo. Accostando fotografie storiche e contemporanee di nuvole, la mostra riflette anche sulle conseguenze della tecnologia di cloud-computing sul cambiamento climatico e sulla geopolitica.

Le imprese commerciali che massimizzano i loro guadagni valutando e utilizzando i nostri dati cloud finiranno per acquistare tutte le nuvole del cielo? L’immensa impronta di carbonio della nuvola tecnica accelererà il riscaldamento globale a tal punto che in futuro sarà raro vedere creature nuvolose dalle molte facce fluttuare nel cielo? C’è una forte ambivalenza in questo gioco di trasmissione di dati di cui sembra non si possa più fare a meno. Quella che è un’attività commerciale che porta lauti guadagni a chi la gestisce, a fronte dell’utilizzo diffuso di un servizio gratuito, ha in realtà un costo altissimo dal punto di vista ambientale. 

Questo aspetto è messo molto bene in evidenza nel video dell’autrice Almut Linde in cui nuvole vere si fondono con nuvole in continuo movimento che in realtà non sono altro che i fumi emessi da una centrale elettrica in Germania, nota per avere le più alte emissioni di CO2 nel paese (29 tonnellate nei soli tre minuti del video). Il suo lavoro pone questioni sul limite tra etica ed estetica. Tutto sembra essere affascinante e al tempo stesso attrattivo dal punto di vista estetico ma la sostanza di quello che viene mostrato è inquietante e ha conseguenze gravi di cui, tutti indistintamente, ci stiamo rendendo conto.

Stefan Karrer raccoglie migliaia di immagini di nuvole, onde e rocce associate ad aggettivi quali “cool”, “crazy”, “lonely”. Una voce robotica le descrive mentre le immagini si susseguono aprendosi e chiudendosi dalla scrivania del computer. L’analisi dell’autore pone questioni sull’utilizzo dei tagging nei social, su questa nuova e discutibile tassonomia nata in conseguenza della loro esistenza. Cos’è una cool cloud? A cosa assomiglia o in cosa è differente dalle altre? E che differenza c’è tra una “cool cloud” ed una “crazy cloud”?

L’artista americano Trevor Paglen mette in evidenza le difficoltà degli algoritmi nel definire e riconoscere le nuvole che, per loro natura, non hanno contorni, colori o texture ben definite. In definitiva, esattamente come Stieglitz che rivolse il suo sguardo al cielo per creare astrazioni dall’osservazione delle nuvole, il software le crea per l’incapacità di distinguere la forma dall’assenza della stessa, il fronte dallo sfondo.

Un lavoro complementare è quello di Raphael Dallaporta, il quale collaborando con il matematico Alexandre Brouste, crea dei cianotipi con chiari riferimenti a formazioni nuvolose, creati non con una fotocamera ma con un algoritmo che si basa sul principio della Covarianza, molto utilizzato nel calcolo delle probabilità e in statistica.

Meghann Riepenhoff nella sua serie “Littoral Drift” crea immagini ricavate dal passaggio dell’acqua del mare su carta sensibilizzata. Sono delle vere astrazioni che hanno a che fare con l’idea del tempo ma creano un’immediata associazione mentale con le astrazioni che fluttuano in forma di numeri binari attraverso i cavi sottomarini della tecnologia Cloud.

Lungo gli spazi espositivi, ci si imbatte anche nei testi di Adrian Sauer che ha composto un glossario, una sorta di lista alfabetica di keywords e descrizioni provenienti da testi religiosi, letterari, scientifici, articoli e da alcune sue personali narrazioni, usate per esplorare il significato delle nuvole.

“Songs of the Sky . Photography & the Cloud” è una mostra che richiede tempo, piena di contenuti, complessa e affascinante, come se ne vedono poche e che apre interrogativi davvero interessanti che riguardano il ruolo della fotografia, la situazione ambientale e la digitalizzazione. Consiglio a tutti di vederla o per lo meno di acquistare il catalogo stampato da Spector Books per potersi avvicinare lentamente e ripetutamente ai tanti temi affrontati.

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