“Non voglio fare foto posate.” È una delle prime frasi che si sentono quando si chiede a qualcuno di fare dei ritratti fotografici. La parola “posa” porta spesso con sé l’idea di qualcosa di rigido, artificiale e macchinoso. Molte persone desiderano essere ritratte in modo naturale e spontaneo e pensano che, per ottenere questo risultato, il fotografo debba lasciare loro completa libertà.
Poi, però, arriva il momento di mettersi davanti alla macchina fotografica e improvvisamente arrivano le domande. “Non so come mettermi”, “dimmi tu cosa devo fare”, “dove guardo?”, “così va bene?”. In molti casi la persona che si trova davanti alla macchina fotografica si trova improvvisamente in difficoltà. C’è chi si sente semplicemente insicuro e c’è chi invece vive questo tipo di situazione con una certa ansia, preoccupato di non sapere come muoversi o cosa fare.
Ed è proprio qui che nasce una delle contraddizioni più interessanti della fotografia di ritratto. Da una parte non vogliamo una fotografia posata, dall’altra chiediamo al fotografo di guidarci in ogni momento. Forse il problema non è la posa in sé. Forse è il modo in cui la intendiamo.
Posare per una foto non significa rimanere immobili
Quando si parla di posa fotografica, molto spesso si immagina una scena in cui il soggetto deve rimanere immobile in una posizione prestabilita, mentre il fotografo osserva in silenzio aspettando qualche segnale divino. Ma, in realtà, sapere come posare una persona non significa necessariamente questo.
La posa è tutto ciò che riguarda il modo in cui il corpo comunica qualcosa allo spettatore. La posizione dei piedi, delle gambe, del bacino, delle spalle, delle mani e della testa. Ma anche il peso del corpo, la direzione dello sguardo, la tensione muscolare e il rapporto tra tutte queste parti. Come se non bastasse anche la posizione della macchina fotografica, la prospettiva, la focale, la luce e la composizione influiscono su come percepiamo una posa.
Una piccola modifica può cambiare completamente il risultato finale. Spostare il peso da una gamba all’altra, ruotare leggermente una spalla o modificare l’inclinazione del viso può rendere un’immagine più equilibrata, più dinamica oppure può raccontare aspetti diversi della persona che stiamo fotografando, facendo emergere caratteristiche e sfumature della sua personalità.
Per questo motivo non credo molto nell’idea di imparare una serie di pose a memoria e riproporle indistintamente a ogni soggetto. Una posa può essere adatta per una persona ma completamente sbagliata in un’altra.
Guidare il soggetto anziché metterlo in posa
Uno dei momenti più delicati di una sessione di ritratti è quando il soggetto non sa più cosa fare. Dire semplicemente “fai qualcosa di naturale” raramente aiuta, anzi molto spesso può aumentare la sua insicurezza.
Il compito del fotografo dovrebbe essere quello di trasformare ciò che ha in mente in indicazioni comprensibili per la persona che si trova davanti. A volte basta anche solo chiedere di spostare leggermente il peso del corpo, ruotare il busto o cambiare la direzione dello sguardo per costruire diverse pose.
La differenza importante è tra imporre una posizione e guidare il soggetto verso una posizione. Nel primo caso chiediamo alla persona di eseguire qualcosa. Nel secondo la accompagniamo verso un risultato, osservando continuamente quello che sta succedendo davanti alla macchina fotografica.
Questo però richiede al fotografo di osservare con attenzione. Non basta sapere che una certa posa “funziona”. Bisogna capire perché funziona e soprattutto riconoscere in quali casi non sta funzionando. È un aspetto che purtroppo spesso viene trascurato, soprattutto in chi si avvicina alla fotografia di ritratto. È molto più semplice cercare una posa già pronta, replicarla e sperare di ottenere lo stesso risultato, piuttosto che dedicare del tempo a capire come il corpo, la postura e la prospettiva influenzino l’immagine
Non esiste una posa che vada bene per tutti
Una delle ragioni per cui non credo nell’idea che una posa funzioni per tutti è molto semplice: le persone non sono tutte uguali e nemmeno le fotografie lo sono. Una posizione che funziona perfettamente in un ritratto può risultare completamente sbagliata in un altro. Cambiano le proporzioni del corpo, la postura, il modo di muoversi, la sicurezza davanti alla macchina fotografica e il modo in cui ciascuno percepisce il proprio corpo.
Per questo motivo, durante uno shooting non penso alla posa come a qualcosa di prestabilito. Preferisco partire da una situazione e modificarla progressivamente, osservando quello che succede davanti alla macchina fotografica. Una gamba può cambiare posizione, le spalle possono ruotare, il mento può salire o scendere, le mani possono trovare un appoggio diverso. Sono piccole variazioni che permettono di costruire immagini diverse partendo dalla stessa situazione.
È anche così che una posa smette di essere una posizione rigida da replicare e diventa uno strumento creativo. Non si tratta di trovare la posa giusta in assoluto, ma quella giusta per quella persona, per quella luce e per quella situazione.
Un ritratto spontaneo non nasce necessariamente dalla spontaneità
Un ritratto può sembrare spontaneo anche quando è stato costruito con grande attenzione e cura. Pensiamo a un ritratto in cui il soggetto sembra semplicemente appoggiato a una parete, con uno sguardo naturale e una postura rilassata. Potremmo pensare che il fotografo abbia semplicemente aspettato quel momento, mentre in realtà potrebbe aver disposto i diversi elementi dell’immagine, dalla posizione del corpo alla direzione dello sguardo, dalla distanza dalla parete al modo in cui sono appoggiate le mani, fino alla posizione della testa, per costruire un’immagine equilibrata.
Quando tutto funziona, il lavoro del fotografo quasi scompare dall’immagine e ciò che rimane sembra semplice e spontaneo. In realtà, però, dietro quella semplicità possono esserci molte scelte e molta attenzione.
La posa migliore è quella che non sembra una posa
Alla fine, forse, il vero problema è proprio il termine. Quando diciamo che una fotografia è “posata”, spesso intendiamo che appare costruita. Ma essere guidati dal fotografo e trasmettere una sensazione di rigidità sono due cose completamente diverse. Un soggetto può essere guidato per tutta la durata dello shooting e apparire comunque completamente naturale nei ritratti. Può essere aiutato a trovare la posa più adatta, accompagnato nel passaggio da una posa all’altra, corretto nei movimenti, invitato a cambiare espressione o semplicemente portato verso una determinata direzione.
Il fotografo non deve necessariamente lasciare tutto al caso per ottenere spontaneità nei suoi ritratti. Deve piuttosto creare le condizioni perché quella spontaneità possa emergere. Per questo considero la posa non come qualcosa da evitare, ma come uno degli strumenti più importanti che i fotografi di ritratto hanno a disposizione.
Imparare a posare una persona significa soprattutto saperla guidare. Capire cosa funziona e cosa invece va modificato per ottenere il risultato voluto. Quando finalmente il soggetto si sente a proprio agio e non deve più chiedersi continuamente cosa fare, è più facile ottenere una fotografia naturale.
Alessandro Zugno è un fotografo e videomaker professionista con sede a Padova, attivo anche a Milano. La sua attività si concentra principalmente sulla fotografia di ritratto, con particolare attenzione alla direzione del soggetto, alla posa e all’uso della luce.
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