Robert Mapplethorpe è uno di quegli artisti che non puoi semplicemente “studiare”: prima o poi ti costringe a prendere posizione, più lo frequenti, meno riesci a chiuderlo in una definizione. O lo rifiuti, o ti lasci attraversare.
Io, col tempo, ho capito che la sua forza non stava tanto nella provocazione – che pure c’era, eccome – ma nella lucidità quasi classica con cui guardava il corpo, il desiderio, la forma. Guardi le sue immagini e ti accorgi che sotto c’è una disciplina feroce, quasi ossessiva, e una ricerca della perfezione formale che ha più a che fare con la scultura classica che con la fotografia contemporanea.
Arriva a New York alla fine degli anni Sessanta, quando la città è sporca, pericolosa, elettrica. È il posto perfetto per uno come lui: ambizioso, curioso, disposto a spingersi dove altri si fermano. Vive al Chelsea Hotel, che non è solo un edificio ma una specie di laboratorio umano. È lì che incontra Patti Smith, ed è difficile raccontare la loro relazione senza cadere nel mito. Erano giovani, poveri, affamati di arte e di vita. Più che una coppia, erano due complici. Patti lo racconta benissimo in Just Kids, ma quello che colpisce è quanto si siano sostenuti a vicenda in un momento in cui nessuno dei due era ancora “qualcuno”.
Vivono in condizioni precarie, spesso senza soldi, ma con una convinzione quasi incrollabile. C’è un episodio che Patti racconta e che secondo me dice molto di lui: Mapplethorpe non accettava compromessi neanche quando non aveva nulla. Preferiva rinunciare a tutto piuttosto che fare qualcosa che non sentiva necessario. Questa radicalità lo accompagnerà sempre.
All’inizio lavora con collage, oggetti, Polaroid. La fotografia entra quasi per necessità, come uno strumento pratico. Ma nel giro di pochi anni diventa il suo linguaggio assoluto. Ed è qui che compie una scelta fondamentale: invece di seguire il caos del mondo che lo circonda, decide di dominarlo. Le sue immagini non sono mai casuali. Sono costruite, pensate, calibrate. La luce diventa il suo vero marchio: una luce netta, scultorea, che isola il soggetto e lo trasforma in qualcosa di quasi monumentale.
La sua omosessualità, che emerge in modo sempre più chiaro anche nella sua vita privata, non è mai raccontata in modo confessionale. Non c’è autobiografia nel senso tradizionale. C’è piuttosto una traduzione estetica del desiderio. I corpi diventano forme, tensioni, equilibri. Anche quando entra nei territori più espliciti – il mondo leather, il BDSM – quello che resta è sempre una costruzione formale impeccabile. In questa New York assetata di vita estrema avviene l’incontro con Andy Warhol, un incontro importante non tanto per influenze stilistiche dirette, quanto per una consapevolezza: si può essere radicali e allo stesso tempo costruire un sistema attorno al proprio lavoro. Mapplethorpe capisce presto che la libertà artistica passa anche dalla capacità di controllare la propria immagine pubblica.
I suoi libri sono fondamentali per capire questa evoluzione.
The Black Book è forse il più noto e controverso: una celebrazione del corpo maschile nero che è insieme estetica, politica e profondamente personale. Lady: Lisa Lyon ribalta completamente lo sguardo sul corpo femminile, rendendolo potente, muscolare, quasi scultoreo. E poi Flowers, che a prima vista sembra un lavoro più “quieto”, ma che in realtà concentra tutta la sua ossessione per la forma, la simmetria, la sensualità nascosta.
Negli anni Ottanta arriva il riconoscimento pieno. Gallerie, collezionisti, istituzioni. Ma arriva anche la diagnosi di AIDS. Ed è qui che la sua figura cambia ancora. Invece di rallentare, lavora con un’intensità quasi disperata. Le immagini diventano più essenziali, più pure. Come se stesse togliendo tutto il superfluo per arrivare a qualcosa di definitivo.
E poi c’è quella fotografia. Lui seduto, quasi su un trono, elegante, impeccabile, con il bastone sormontato da un teschio. È un’immagine costruita, ovviamente, ma anche terribilmente reale. Sa di essere vicino alla fine, e decide di metterla in scena. Non c’è vittimismo, non c’è cedimento. C’è una dignità quasi regale. Guardandola oggi, è difficile non pensare a quanto fosse lucido fino all’ultimo: trasforma la propria morte in un’ultima opera.
Muore nel 1989, a 42 anni. Ma quello che lascia non è solo un corpus di immagini: è un modo di guardare. E questo lo si capisce ancora meglio vedendo quanto abbia influenzato generazioni di fotografi. Da Herb Ritts a Bruce Weber, fino a Steven Klein e anche lo stilista Hedi Slimane ha affermato di aver subito il fascino di Mapplethorpe, il suo segno è ovunque: nella costruzione del corpo, nell’uso della luce, nell’idea che le immagini possano essere insieme estetica e disturbante, così come forse è la vita.
In questi mesi è possibile ammirare le sue opere alla mostra “Le forme del desiderio” a Palazzo Reale di Milano, esposizione curata da Denis Curti, questa eredità diventa tangibile. L’allestimento è pensato con grande intelligenza: non segue semplicemente una cronologia, ma costruisce un ritmo. Le sale dialogano tra loro, alternando lavori iconici e immagini meno note, creando pause e accelerazioni visive.
Quello che colpisce davvero sono le stampe. Dal vivo, la qualità è impressionante. I neri sono profondi, quasi materici. I bianchi tagliano lo spazio. C’è una precisione che nei libri si perde completamente. Alcune immagini, viste così, acquistano una presenza fisica che ti obbliga a rallentare. E poi c’è quella sensazione strana, uscendo: non hai la percezione di aver visto qualcosa di “storico”, ma qualcosa di ancora vivo, ancora in tensione.
Forse è questo che rende Mapplethorpe così difficile da archiviare. Non è mai solo passato. Ogni volta che torni alle sue immagini, ti chiedono qualcosa. E non sempre è una risposta comoda.
Qualche riga sopra ho citato un libro, un bellissimo libro: “Just Kids” scritto proprio da Patti Smith, racconta di loro due e di quel periodo pazzesco e tempo fa ne parlai in questo articolo, se vi va approfondite, magari vi viene anche voglia di comprarlo e fareste bene, è meraviglioso.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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