Luigi Ghirri considerò la Polaroid non come un espediente tecnico o un divertissement laterale, ma come un dispositivo mentale: un modo per verificare l’istante, per misurare lo scarto tra la visione e la sua cattura. Se il suo lavoro degli anni Settanta e Ottanta è stato ricondotto più volte alla geografia sentimentale del paesaggio italiano, le Polaroid rappresentano un laboratorio segreto. Qui l’autore emiliano abbandona la costruzione rigorosa del progetto e la lunga riflessione sulla rappresentazione per avvicinarsi alla fragilità del gesto minimo. L’immagine non nasce per durare, ma per esistere.
Lo scatto immediato, destinato per natura a non essere manipolato, diviene una prova di sincerità. L’immagine appare e si consolida chimicamente come una rivelazione domestica: il tavolo di casa, le sedie, una finestra socchiusa, la luce pomeridiana che lambisce un muro, una carta geografica che si arriccia, un libro lasciato aperto. Oggetti e interni non sono semplici scenografie, ma vettori di senso; elementi che Ghirri isola per verificare quanto basti un frammento per evocare un sistema di relazioni.
La Polaroid conferma ciò che l’artista ha sempre saputo: l’enigma non risiede nell’esotico, ma nel familiare; l’epifania non si manifesta nell’improbabile, ma nel quotidiano. Le sue istantanee non cercano la spettacolarità, ma l’intervallo, quel varco in cui l’ordinario mostra la propria tensione metafisica. Guardando queste fotografie, si ha l’impressione che lo spazio non sia più un contenitore, ma una presenza che respira e trattiene. La casa diventa un paesaggio mentale, un luogo di apparizioni.
A emergere è una fotografia che non giudica e non interpreta, ma osserva. Il colore tenue, spesso lattiginoso, si sposa con la convinzione che il mondo fosse già un’immagine prima ancora di essere fotografato. La Polaroid, con la rapidità della resa, azzera la distanza tra occhio e supporto: non c’è tempo per la retorica, solo constatazione. Per questo molti critici hanno letto in queste prove un Ghirri più disarmato, quasi diaristico. In realtà, quella leggerezza è ingannevole. La sequenza di istantanee compone un atlante degli interni mentali, uno spazio in cui la fotografia si fa esercizio filosofico e fenomenologico: vedere significa verificare, verificare significa dubitare.
Dal 1979 al 1983, periodo cruciale per l’artista, le Polaroid accompagnano esplorazioni parallele: l’indagine sul paesaggio padano, il lavoro editoriale con Viaggio in Italia, la riflessione sullo statuto dell’immagine e del simulacro, il rapporto con la cartografia. Tuttavia, in queste piccole superfici sensibili, Ghirri sembra voler sospendere il compito del fotografo-autore. Non progetta, non teorizza, non costruisce un corpus per la pubblica esposizione. Semplicemente guarda e registra. La Polaroid diventa così un esercizio di riduzione: meno formato, meno scena, meno intenzione.
Oggi quelle intuizioni ritornano visibili in una selezione di rari originali, finalmente sottratti all’ambito privato. Il Centro Pecci di Prato dedica infatti al fotografo la mostra “Polaroid ’79–’83”, che presenta una sequenza di istantanee capace di ricostruire questo capitolo silenzioso: immagini brevi, domestiche, poste al confine tra appunto visivo e rivelazione. Un’occasione per misurare, ancora una volta, come Ghirri sia riuscito a trasformare la quotidianità in una forma di epifania.
CENTRO PECCI – Viale della Repubblica 27759100, Prato, Tuscany (Italy)
https://www.centropecci.it/programma/mostre/luigi-ghirri-polaroid-79-83/

Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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