Entrare a Petra è come entrare in una dimensione parallela. Il Siq non è solo un accesso fisico, è una preparazione mentale. Ti rallenta, ti isola, ti porta dentro il luogo con gradualità. Quando poi ti trovi lì davanti la reazione è sempre la stessa: resti immobile, in silenzio, a guardare.
Era la quarta volta che percorrevo il Siq.
Tre volte durante la mia prima visita, una volta adesso, e ogni volta con la stessa identica emozione. È una sensazione che non cambia, che non perde intensità neppure quando sai esattamente cosa sta per succedere. Cammini tra le pareti di roccia, riconosci le curve, la luce che cambia, i punti in cui lo spazio sembra stringersi ancora di più, eppure l’attesa resta intatta. Il momento in cui il Tesoro si intravede per la prima volta, alla fine del Siq, è sempre un colpo allo stomaco. Anche sapendo che sta arrivando, anche dopo averlo già visto e rivisto, rimane qualcosa di profondamente emozionante.
Una delle cose che più amo di questo sito è il fatto che non si limita a mostrarti un capolavoro e basta. Petra è un continuo salire e scendere, perdersi, scegliere se affrontare l’ennesima scalinata sapendo che probabilmente le gambe protesteranno. Le scale sono infinite, spesso irregolari, consumate dal tempo e dai passi. Ma conducono sempre a qualcosa che ripaga lo sforzo. I punti panoramici sul Tesoro sono incredibili e regalano una prospettiva completamente diversa, quasi irreale, mentre il cammino verso il Monastero è una sorta di viaggio nel viaggio. Quando arrivi davanti ad Ad Deir, questo il suo nome originale, la sensazione è quella di essere di fronte a qualcosa di surreale. È imponente, essenziale, potentissimo. Meno decorato del Tesoro, ma forse ancora più solenne.
Quello che mi colpisce ogni volta è il modo in cui Petra alterni spazi monumentali ad angoli più nascosti. Si passa da facciate imponenti a dettagli che rischiano quasi di sfuggire, gradini consumati, incisioni appena visibili, canali scavati nella roccia che raccontano l’intelligenza dei Nabatei, capaci di far funzionare una città in un ambiente tutt’altro che semplice.
È una bellezza che non ha bisogno di spiegazioni continue, basta osservare per capire che tutto qui aveva un senso preciso.
Rispetto alla mia visita di sette anni fa, però, ho percepito una differenza forte. Petra oggi è più silenziosa. Le grandi folle non ci sono più e alcuni chioschetti che ricordavo sono spariti. È vero che a volte il turismo era eccessivo, quasi soffocante, ma era anche il cuore economico di chi vive intorno a questo luogo straordinario. È impossibile non pensare alle ripercussioni che questo calo ha avuto sulle comunità locali, sulle famiglie che per anni hanno trovato in Petra il proprio sostentamento.
Eppure, vivendo il Paese, non si avverte alcuna sensazione di insicurezza. La Giordania è uno dei luoghi più accoglienti che abbia mai visitato. Le persone sono gentili, presenti, sempre pronte a offrire aiuto o semplicemente a scambiare due parole. La tensione geopolitica che dall’esterno sembra incombere qui non si percepisce affatto. È un Paese che paga solo il prezzo di una posizione geografica complicata, nulla di più.
Tornare a Petra per la seconda volta, dopo sette anni, è stato come ritrovare qualcosa che non se n’era mai andato davvero. Le emozioni sono rimaste le stesse, forse ancora più profonde. È uno di quei luoghi che non smettono di parlarti, che non stancano mai, che continuano a sorprenderti anche quando pensi di conoscerli. Per questo mi auguro che non venga abbandonato, che non venga evitato per paura o disinformazione. Petra merita di essere vissuta, camminata, osservata lentamente. E la Giordania merita di essere scelta, oggi più che mai.
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