Da artista pugliese, cresciuta in una terra in cui il passato e il presente si intrecciano senza soluzione di continuità, sento che il mio lavoro nasce dall’urgenza di trasformare questa stratificazione di memorie, visioni e tradizioni in un linguaggio artistico capace di interrogare l’oggi. La mia formazione accademica, che mi ha permesso di approfondire la pittura e la fotografia, si è nutrita anche di studi in ambito sociopsicopedagogico e umanistico: un percorso che mi ha condotta a esplorare i legami tra immaginazione, memoria e psiche collettiva, intrecciando così l’analisi critica con la ricerca artistica.
In questo cammino ho riscoperto i racconti mitici della mia terra, affidati per generazioni alla trasmissione orale e custoditi nelle voci delle nonne. Tra essi, la leggenda del Lauro ha assunto per me un valore simbolico: una figura sospesa tra il magico e l’inquietante, capace di incarnare le paure collettive e le speranze di un popolo.
Questa riscoperta si è intrecciata con la mia indagine psicologica e antropologica, che mi ha spinta a porre in dialogo il mito e l’immaginazione popolare con le categorie della psicologia contemporanea. Così, ciò che apparteneva all’invenzione fantastica e alla ritualità antica si rivela oggi come uno specchio delle dinamiche inconsce e delle fragilità universali dell’essere umano.
Rifletto spesso su come, nonostante il progresso e l’evoluzione dei linguaggi abbiano razionalizzato molti aspetti del passato, si sia andata perdendo quella dimensione affettiva, familiare e comunitaria che un tempo teneva unite le persone. L’arte, in questo senso, diventa per me uno spazio di resistenza e di consolazione: un luogo in cui ciò che è stato non si disperde, ma si trasfigura in immagine e simbolo.
Il mio lavoro si nutre di questa tensione poetica e antropologica: dare corpo all’ombra e voce al mito, perché la memoria possa farsi sogno e il presente ritrovare nella tradizione la sua linfa vitale.Nella tradizione del Mezzogiorno, un ruolo di rilievo è rivestito dalla leggenda del Lauro, una figura mitica e ambivalente, che simboleggia paure e desideri, cercando di decifrare attraverso l’immaginazione la drammaticità dell’esistenza. Tale credenza affonda le proprie radici nella cultura popolare e nella diffusione orale del racconto. Non a caso il nome di derivazione romana attinge a Lari, spirito protettore della casa e del focolare, adorato nell’intimità delle proprie abitazioni. Numerose sono le versioni riguardanti le imprese del Lauro. La dimora preferita del Lauro resta però la stalla: alcune versioni lo vedono intrecciare crini e code dei cavalli con grande maestria, come solo una creatura magica può fare, ma anche far ingrassare o deperire gli animali, fare cagliare il latte appena munto o far smettere alle galline di fare le uova. La versione più inquietante descrive il folletto intento a solleticare i piedi di adulti e bambini durante la notte o a saltare sulla pancia dei dormienti, cercando di risvegliarli bruscamente per negoziare tra pentole e denaro (Come l’Incubus degli antichi romani si poggia sul ventre e toglie il respiro, è figura simile ad altri demoni come Fatuus, Fatuclus e Inuus, raffigurati con occhi scintillanti e con un berretto che a volte perdevano mentre folleggiavano). Chi sceglieva le pentole riceveva denaro e viceversa, ma solo dopo aver preso e restituito al Lauro il suo cappello rosso, un requisito indispensabile per siglare l’accordo, citato anche da Petronio nel Satyricon. La derivazione diretta delle credenze sui Laùri da quelle relative agli spiriti dei defunti in antichità, si rivela, oltre che negli aspetti fisici e caratteriali del Laùro assimilabili alle varie figure sopra dette, anche in alcune orazioni augurali:
«Bonasera a Gisu Cristu
Bonasera alla Madonna
Bonasera allu Laùru di li casi…
cacciàti lu male, e lu beni cu trasi»
Il Lauro, così, diventa la personificazione del temuto pavor nocturnus, un disturbo del sonno che colpisce soprattutto i bambini e si manifesta con risvegli parziali accompagnati da grida, agitazione e tachicardia. In una società tradizionale, in gran parte analfabeta e contadina, le spiegazioni degli aspetti dell’esistenza, che apparivano addirittura irrazionali, trovavano espressione nella funzione teoretica e a tratti consolatoria del mito. Tale creatura magica incarna l’ineluttabilità del vivere, manifestando al contempo la necessità di superare le paure incarnando il principio consolatorio e universale che caratterizza la letteratura popolare, trascendendo i confini delle singole esperienze. Esso rappresenta i prodotti di una facoltà tipicamente umana, spesso relegata ad un rango inferiore rispetto alla tanto onorata razionalità, ovvero la facoltà dell’Immaginazione, in assenza della quale la visione della vita sarebbe asettica. Grazie ad essa e al suo potere, possiamo sublimare le paure, innalzarci al sogno per superare le delusioni e creare dei prodotti della mente che consolano e danno speranza nelle situazioni più difficili.
Bio
Daisy Peluso è un’artista pugliese. Nei suoi lavori, trovano incontro elementi di tradizione pittorica classica e quelli dell’innovazione e sperimentazione fotografica, in un connubio audace in grado di fonderli in un’unica realtà. Affronta tematiche sociali spesso anche umanistiche attraverso un velato manto di ironia, invitando l’osservatore alla riflessione. Vincitrice di alcuni premi come quello Bper Banca, Huffington post “fiducia e speranza nel futuro” (2021) e il premio Basilio Cascella LXVIII 2024, e protagonista di esposizioni come quella presso il C.I.F.A nella settima edizione della biennale dei giovani fotografi italiani (2021), la mostra di ImageNation presso la fondazione L. Matalon (2024) e pubblicazioni su riviste come Fotografare Magazine (2021), Eve Magazine (2023), Fifteen 8/9 (2024).
Contatti
E-mail: daisy.peluso@icloud.com Ig: https://www.instagram.com/daisypelusoart/ website: https://daisy-peluso.webador.it/
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