Patty Maher è un’artista multidisciplinare che vive appena fuori Toronto, in Canada. Attiva sia nel campo della pittura che della fotografia, la sua pratica artistica è guidata da un profondo interesse per il processo artistico e per il potere trasformativo della quiete e dello spazio.
I dipinti di Maher sono costruiti a partire da un vocabolario grezzo di materiali sovrapposti in modo intuitivo per creare opere che appaiono consumate dal tempo, ricche di texture e di storia. Ogni opera è una convergenza di controllo e intensità espressiva, definita da linee gestuali, texture e una tavolozza di colori tenui ma emotivamente risonanti. Lavorando sia nell’astrazione che nella figurazione, l’artista bilancia presenza e assenza, forma e informe, evocando un senso di effimero e di ampia introspezione. Il suo lavoro invita alla contemplazione piuttosto che alla conclusione, dispiegandosi lentamente, come un ricordo o un respiro.
Sebbene le sue composizioni nascano spesso dall’intuizione e dalla fisicità dei materiali, la sua ispirazione più profonda deriva da una ricerca permanente sulla trasformazione personale, emotiva e spirituale. Il suo lavoro invita alla quiete, al silenzio e alla possibilità di un movimento interiore.
Maher è anche ampiamente conosciuta per la sua fotografia concettuale, che esplora figure femminili in contesti naturali. Attraverso ritratti messi in scena, utilizza la postura, i gesti, i colori e il simbolismo per trasmettere narrazione ed emozione, spesso oscurando i volti dei suoi soggetti per universalizzare le loro storie.
La sua fotografia ha ricevuto riconoscimenti in importanti concorsi, tra cui il Julia Margaret Cameron Award, il PX3 Prix de la Photographie Paris e l’Hasselblad Masters Competition. Il suo libro Story è stato pubblicato da New Heroes and Pioneers.
Le opere di Patty sono state esposte a livello internazionale e fanno parte di collezioni private in tutto il mondo.
“Ognuno di noi vive in un mondo di propria creazione. Anche se condividiamo lo stesso spazio fisico con gli altri, il modo in cui percepiamo tale spazio è del tutto unico, basato sulla nostra storia, sui nostri pregiudizi, sulle nostre speranze e paure. In questo senso, viviamo tutti in paesaggi immaginari e gli eventi che si svolgono all’interno di tali paesaggi vengono interpretati in base ai pregiudizi delle nostre percezioni. In questa serie, i paesaggi sono stati tutti costruiti: nessuno di questi luoghi esiste nella realtà, ma sono stati assemblati per creare un mondo illusorio. Ogni foto raffigura personaggi impegnati nel mondo interiore di questi paesaggi attraverso metafore e narrazioni surreali”.
I giapponesi hanno un concetto chiamato “Ma”, che può essere tradotto approssimativamente come “spazio negativo”. Si riferisce all’area di spazio intorno o tra i soggetti: una “zona libera” che permette a cose dissimili di coesistere.
“Ma” sostiene che il modo in cui trascorriamo il nostro tempo e modelliamo il nostro spazio influisce direttamente sul nostro progresso.
Se non abbiamo tempo o il nostro spazio è limitato, non possiamo crescere.
Quando mi sono trasferita dalla città alla campagna, ero intimidita dallo spazio che mi circondava. Ero abituata ad essere soffocata e limitata dagli spazi ristretti della città e mi sentivo molto vulnerabile negli spazi aperti della campagna. Ma è stato proprio grazie a questo spazio che la mia immaginazione ha iniziato ad aprirsi e sono stata in grado di concettualizzare e creare idee che non mi sarebbero mai venute in mente se fossi rimasta in città. La campagna ha dato al mio artista lo spazio per crescere e prosperare.
Spesso mi viene chiesto quale messaggio generale sto cercando di trasmettere con la mia arte, e la risposta più semplice è questa: sto cercando di creare spazio. Nella mia fotografia, lo spazio che cerco di creare varia da foto a foto o da serie a serie; molto spesso è uno spazio che suscita domande senza una risposta immediata. Ritratto figure all’interno di questi spazi, in modo che la loro identità non sia visibile: in questo modo invito lo spettatore a collocarsi nella scena e ad abitare lo spazio.
Quando si tratta di uno spettatore, il mio obiettivo è quello di offrire uno spazio visivo a chiunque possa trovarsi in una situazione di assenza di spazio.
Nell’affollata autostrada dell’informazione del nostro mondo attuale, spero che le mie foto possano causare una pausa, un respiro, una virgola e, per estensione, piantare un piccolo seme di spazio che un giorno potrebbe crescere.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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