Paolo Ventura è un artista che sembra uscito da una favola, una storia come quelle che lui stesso mette in scena; in fin dei conti gli Artisti non possono far altro che raccontare sé stessi.
Chi è Paolo Ventura?
Nato a Milano nel 1968 in una famiglia in cui l’immaginazione era di casa – il padre Piero era illustratore di libri per l’infanzia – cresce circondato da carta, colori e storie. Non stupisce quindi che la sua arte abbia sempre avuto il sapore di un racconto sospeso, una sorta di fiaba malinconica in cui la realtà si lascia piegare dalla memoria e dall’invenzione. Dopo gli studi all’Accademia di Brera, Ventura comincia come fotografo di moda per riviste patinate come Vogue, Elle e Marie Claire, ma quella strada non lo soddisfa: a lui interessa meno la perfezione estetica e molto di più l’imperfezione poetica, il dettaglio fragile che nasconde un mondo. La vera svolta arriva quando si trasferisce a New York, in un piccolo studio a Brooklyn, e inizia a costruire minuscoli teatri di cartone, diorami artigianali popolati di personaggi in miniatura, luci calibrate e atmosfere sospese. Sono fotografie, certo, ma prima di tutto sono racconti visivi, e confluiscono nel suo primo libro, War Souvenir del 2005, una raccolta che non narra fatti bellici, ma restituisce il clima emotivo delle storie di guerra ascoltate da bambino. Quelle immagini colpiscono al punto che la BBC lo include, due anni dopo, nel documentario The Genius of Photography. Da quel momento la carriera di Ventura decolla e nel 2009 arriva Winter Stories, forse la serie più poetica e conosciuta: una collezione di scene malinconiche, figure quasi oniriche immerse in paesaggi invernali che sembrano usciti da un sogno. Pubblicato da Aperture, quel volume lo consacra a livello internazionale e porta le sue opere nei musei più prestigiosi, dal MACRO di Roma al Mart di Trento e Rovereto, fino al Museum of Fine Arts di Boston, alla Library of Congress di Washington, alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi e alle Rencontres d’Arles.
Negli anni successivi nascono progetti come The Automaton, Behind the Walls, Lo Zuavo Scomparso, tutti costruiti con la stessa logica: un set reale, costruito a mano, che diventa scena per fotografie sospese tra pittura, cinema e memoria. Nel 2010 Ventura si trasferisce in Toscana, ad Anghiari, e qui sviluppa una delle sue serie più intime, Short Stories. In queste opere coinvolge direttamente la moglie Kim, il figlio Primo e il fratello Andrea, trasformandoli in attori di piccoli drammi e commedie surreali. Lui stesso racconta che inizialmente fotografava da solo, ma poco alla volta la famiglia è entrata in scena, fino a diventare parte integrante della sua ricerca: “mi sono trovato a rifare quello che facevo da ragazzo… nascondermi nei miei mondi immaginari”. Questo aspetto familiare non toglie nulla alla raffinatezza del lavoro, anzi, lo rende ancora più autentico, perché i volti e i gesti diventano specchio della vita reale che si intreccia con l’invenzione. Paolo Ventura si definisce un artista anomalo, uno che non si accontenta della fotografia pura: “la fotografia è un atto meccanico che non mi dà nessuna gioia”, ha dichiarato, “mentre dipingere è un atto di concentrazione, quasi una preghiera”. Per questo nelle sue opere convivono fotografia, pittura, collage, persino cuciture e parole: ogni progetto sceglie da sé la tecnica giusta, in un linguaggio ibrido che restituisce tridimensionalità e intensità emotiva. Negli ultimi anni le mostre si susseguono senza sosta: nel 2020 Carousel, retrospettiva al Centro CAMERA di Torino, ha raccolto il meglio dei suoi cicli, da War Souvenir a Short Stories, da Ex-Voto a The Automaton. Da lì in avanti Ventura continua a sorprendere con lavori come La città nuova, Milano per filo e per segno, Racconti Immaginari e Grazia Ricevuta, in cui la dimensione scenica si fonde con la memoria collettiva. Nel 2024 il MAMbo di Bologna ha ospitato Bologna 10 + 1, una mostra che trasforma la città in un giocattolo urbano fatto di fotografie dipinte e cucite, architetture ridotte all’essenziale ma capaci di evocare nostalgia e stupore. E nel 2025 arriva Il teatro della vita, con cicli come Der Sturm che introducono nuove suggestioni legate alla poesia, alla storia e al simbolismo delle marionette.
Tutto nel suo lavoro respira la manualità di un artigiano e la visione di un narratore: costruisce mondi e poi li fotografa, non per documentarli ma per farli vivere dentro un’immagine. Ventura non è solo un fotografo, è un regista che mette in scena la memoria, un pittore che usa l’obiettivo come cornice, un sognatore che restituisce al presente l’incanto del passato. Scoprirlo significa entrare in un teatro silenzioso in cui gli attori siamo anche noi, con le nostre storie, i nostri ricordi e le nostre malinconie. Forse è proprio questo il segreto del suo fascino: dietro la bellezza delle immagini c’è sempre uno spazio vuoto che invita lo spettatore a completare la storia, a immaginare cosa accade prima o dopo lo scatto. E in quell’invito discreto, che sembra un sussurro, si nasconde la forza di un artista capace di trasformare il fragile in eterno.
Quello che più mi colpisce di Paolo Ventura è la sua capacità di stare in bilico fra due mondi: quello dell’arte colta, riconosciuta dai grandi musei internazionali, e quello infantile, quasi naïf, che appartiene a un gioco fatto di cartone, forbici, colla e fantasia. C’è in lui una coerenza rara: invece di rincorrere la perfezione tecnica, Ventura ha costruito un linguaggio che nasce dal gesto manuale, dall’imperfezione che diventa stile. Mi sembra quasi un alchimista che ha scelto di recuperare la fragilità come valore artistico, restituendo dignità all’incompiuto, alla macchia di colore, al bordo visibile di una scenografia di cartone.
Lo trovo un artista profondamente europeo, nel senso migliore del termine: il suo immaginario è intriso di memorie della guerra, di atmosfere da cinema muto, di città vuote che ricordano i metafisici italiani e le piazze di De Chirico, ma allo stesso tempo c’è sempre una leggerezza ironica, un gioco teatrale che evita la pesantezza della Storia e la trasforma in racconto. Non cerca la verità oggettiva, ma quella soggettiva ed emotiva: le sue opere non spiegano, non illustrano, ma evocano.
Ventura mi appare come un narratore che lavora con i silenzi: lascia sempre uno spazio allo spettatore, non ti consegna una storia chiusa ma un frammento da continuare. Ed è qui che la sua arte diventa universale, perché chi guarda non rimane passivo: è chiamato a immaginare, a proiettare i propri ricordi e le proprie paure dentro quelle piccole scene. Personalmente penso che sia uno dei pochissimi artisti contemporanei capaci di mettere in dialogo la fotografia con la pittura e con il teatro senza farne un ibrido confuso: nei suoi lavori si respira l’aria del laboratorio artigiano e, insieme, quella del palcoscenico.
In un’epoca in cui la fotografia digitale tende a spersonalizzarsi e a inseguire l’istantaneità, Ventura ricorda che la lentezza, la costruzione manuale, il dettaglio imperfetto possono essere un gesto rivoluzionario. È come se ci dicesse: “Non abbiate paura di fermarvi a guardare, di immaginare, di giocare”. Per me, questo lo rende un artista non solo importante, ma anche necessario.
Se penso a Paolo Ventura, la prima immagine che mi viene in mente non è una sua fotografia, ma un tavolo di legno, sporco di colla e di colori, su cui si accumulano scatole di cartone, forbici, pennelli e vecchie lampadine. È lì che nasce la sua arte: in una dimensione artigianale che precede lo scatto e che, paradossalmente, diventa più importante della fotografia stessa. Mi affascina perché Ventura sembra volerci ricordare che l’immagine non è mai un prodotto “magico” della tecnologia, ma il risultato di una costruzione lenta, quasi infantile, fatta di errori e di intuizioni. È un ritorno all’essenza del fare, un antidoto all’istantaneità compulsiva a cui ci ha abituati la società digitale.
Ciò che trovo straordinario è la sua capacità di trasformare la fragilità in forza. Un teatrino di cartone, che in mani meno sapienti apparirebbe povero o dilettantesco, nelle sue immagini diventa un mondo intero: città sospese, inverni senza tempo, personaggi che sembrano usciti da un sogno a metà tra memoria storica e fiaba. Ventura lavora sull’imperfezione come fosse un linguaggio segreto: non cancella il bordo della scenografia, non nasconde la pennellata, anzi li esibisce come indizi, come se volesse farci capire che la verità dell’arte sta nella sua costruzione, non nel suo farsi inganno perfetto.
«Un anno, tre giorni, dipende dall’ispirazione. Direi che non è importante il tempo effettivo, mi è successo di metterci due ore o un anno. Dipingo un fondale, mi ci metto davanti, io solo o con altri, e mi fotografo. Il procedimento è semplice se vogliamo, ma tutto nasce prima.»

Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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