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Paolo Di Paolo. Fotografie ritrovate.

di Paolo Ranzani

Nel suggestivo scenario del Palazzo Ducale di Genova, la grande mostra dedicata a Paolo Di Paolo si impone come uno degli appuntamenti culturali più intensi e necessari degli ultimi anni. Paolo Di Paolo. Fotografie ritrovate non è soltanto una retrospettiva: è un viaggio emozionale e storico che restituisce al pubblico la voce limpida e profonda di un autore capace di raccontare l’Italia con grazia, intelligenza e umanità, senza mai indulgere nella retorica.

L’esposizione, articolata in un percorso ampio e rigoroso, raccoglie oltre trecento immagini, molte delle quali inedite, provenienti da un archivio straordinario rimasto per decenni nell’ombra. Fin dai primi passi, il visitatore è immerso in una narrazione visiva coerente, dove ogni fotografia dialoga con le altre, costruendo una memoria collettiva fatta di sguardi, gesti minimi e silenzi eloquenti.

La prima sezione, dedicata agli esordi romani degli anni Cinquanta, introduce subito la cifra stilistica di Di Paolo: uno sguardo partecipe ma mai invadente, capace di cogliere la vitalità della strada, i volti anonimi, la luce che scivola sui marciapiedi di una città in piena trasformazione. Roma appare come un organismo vivo, attraversato da una poesia quotidiana che nasce dall’attenzione per il dettaglio e dalla profonda empatia del fotografo verso i suoi soggetti.

Il cuore pulsante della mostra è rappresentato dalla sezione dedicata al fotogiornalismo e alla collaborazione con il settimanale Il Mondo. Qui emergono alcune delle immagini più iconiche della sua carriera: ritratti memorabili di intellettuali, artisti e protagonisti della cultura del Novecento, colti sempre in una dimensione intima, lontana dalla posa celebrativa. Paolo Di Paolo non cerca il mito, ma l’uomo dietro il personaggio; non l’evento, ma l’attimo che lo precede o lo segue. Ogni ritratto è un incontro, ogni scatto una forma di dialogo silenzioso.

Particolarmente intensa è la sezione dedicata a Genova e alla Liguria, dove il fotografo dimostra una straordinaria capacità di adattare il proprio sguardo al contesto urbano e sociale. I cantieri navali, le spiagge affollate, i lavoratori, i bambini, i momenti di svago e fatica quotidiana raccontano una regione operosa e vitale, lontana dagli stereotipi, restituita con un’eleganza narrativa che rende ogni immagine una piccola storia autonoma.

Il viaggio di Paolo Di Paolo insieme a Pier Paolo Pasolini rappresenta uno dei momenti più intensi e simbolici della fotografia e della cultura italiana del Novecento. Non si trattò semplicemente di una trasferta di lavoro, ma di un’esperienza umana e intellettuale profonda, in cui due sguardi affini — diversi per linguaggio ma uniti dalla stessa urgenza etica — si confrontarono con un’Italia marginale, lontana dai centri del potere e della rappresentazione ufficiale.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta, nel pieno dell’Italia del boom economico, quando Pasolini avverte con lucidità il rischio di una modernizzazione rapida e violenta, capace di cancellare culture, dialetti e forme di vita arcaiche. È in questo contesto che nasce il viaggio lungo le coste e l’entroterra italiani, soprattutto nel Sud, pensato come un’esplorazione antropologica prima ancora che artistica. Pasolini osserva, ascolta, annota; Paolo Di Paolo guarda, attende, fotografa. Il loro dialogo è silenzioso ma continuo.

Le fotografie scattate da Di Paolo durante questo viaggio non illustrano semplicemente i testi di Pasolini: li accompagnano, li interrogano, talvolta li contraddicono. I volti dei ragazzi di borgata, i corpi sulle spiagge, i paesaggi ancora intatti dalla speculazione edilizia diventano frammenti di un racconto più ampio, in cui l’innocenza e la durezza della realtà convivono. Di Paolo non cerca mai l’effetto drammatico: la sua macchina fotografica rimane all’altezza dell’uomo, fedele a una visione partecipe ma mai giudicante.

Un aneddoto racconta che Pasolini amasse la discrezione di Di Paolo, il suo modo di “sparire” mentre fotografava. Questo gli permetteva di scrivere e osservare senza sentirsi invaso dalla presenza dell’obiettivo. In cambio, Di Paolo trovava in Pasolini una guida intellettuale straordinaria, capace di leggere la realtà con una profondità che andava ben oltre l’apparenza. Era un sodalizio fondato sul rispetto reciproco, sulla consapevolezza che entrambi stavano testimoniando qualcosa destinato a scomparire.

Quel viaggio resta oggi una testimonianza preziosa di un’Italia sospesa tra passato e futuro. Le immagini di Paolo Di Paolo, accostate al pensiero pasoliniano, assumono un valore quasi profetico: mostrano ciò che stava per essere perduto e lo fanno senza nostalgia, ma con lucidità e amore. È proprio in questo incontro tra fotografia e parola, tra sguardo e pensiero, che il viaggio di Di Paolo con Pasolini trova la sua forza più duratura.

Il percorso si apre poi ai viaggi internazionali, offrendo una panoramica sorprendente della curiosità intellettuale di Di Paolo. Dall’Europa dell’Est agli Stati Uniti, dall’Iran al Giappone, le sue fotografie testimoniano un’attenzione costante per l’essere umano, indipendentemente dal contesto geografico o culturale. Anche lontano dall’Italia, il suo sguardo rimane coerente: mai esotizzante, sempre rispettoso, profondamente etico.

A rendere la mostra ancora più toccante sono gli aneddoti biografici che emergono lungo il percorso. Nato nel 1925, Paolo Di Paolo arrivò alla fotografia quasi per vocazione, dopo studi umanistici e una formazione intellettuale solida. Celebre è il suo improvviso abbandono della professione alla fine degli anni Sessanta, gesto radicale e controcorrente, nato da una profonda delusione verso l’evoluzione del sistema mediatico. Per decenni, il suo immenso archivio è rimasto chiuso, come se l’autore avesse scelto il silenzio come ultima forma di coerenza.

La prima mostra di Paolo di Paolo è stata alla 4^ edizione del Festival triestèfotografia nel 2008, invitato da Fabio Rinaldi, presidente di Photo Imago, assieme a Gianfranco Arciero editore di Nuova Arnica Editrice. Nell’occasione è stato pubblicato un volume sul suo lavoro commentato da lui stesso in occasione dell’inaugurazione.

 

La riscoperta recente del suo lavoro, anche grazie all’impegno della famiglia, assume oggi un valore quasi simbolico: in un’epoca di immagini veloci e consumabili, la fotografia di Paolo Di Paolo ci ricorda il tempo lento dell’osservazione, la responsabilità dello sguardo, la potenza narrativa della semplicità.

La mostra al Palazzo Ducale è dunque molto più di una celebrazione: è un atto di giustizia culturale e un invito alla riflessione. Uscendo dalle sale, si ha la sensazione rara di aver incontrato non solo un grande fotografo, ma un testimone autentico del suo tempo. Un autore che, con discrezione e profondità, ha saputo trasformare la realtà in memoria condivisa.

 

Paolo Di Paolo, fotografie ritrovate

Fino al 06 Aprile 2026,

Palazzo Ducale, Sottoporticato – Genova

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