Paco Di Canto è uno di quei fotografi che ha saputo trasformare la moda in racconto; non solo di tessuti e tendenze, ma di identità, emozione e luce. Originario di Trentinara, un piccolo comune nel Parco del Cilento, è cresciuto in una famiglia di fotografi: un’origine che gli ha trasmesso sin da bambino un senso innato per l’immagine. Per lui, la macchina fotografica, le pellicole sono stati elementi di una quotidianità così naturale da rendere l’apprendimento della tecnica un processo spontaneo, quasi come imparare a scrivere. Proprio per questo, Di Canto tende a dare la tecnica per scontata, preferendo focalizzare il discorso sulla sensibilità dell’immagine.
Dopo i suoi studi ha scelto Milano come base: cuore pulsante del fashion system italiano e internazionale, dove ha affinato il suo sguardo e costruito un linguaggio fotografico riconoscibile. Sebbene la sua fotografia attinga oggi ai grandi maestri degli anni ’90, da Richard Avedon a Annie Leibovitz, la vera scintilla iniziale è scoccata quasi alla maggiore età, quando è rimasto estasiato e meravigliato dalle immagini di David La Chapelle. Da quel momento è iniziato un percorso di crescita che lo ha portato a innamorarsi del lavoro di maestri come Meisel, Roversi, Walker, Lindbergh e Penn, rimanendo incantato dal legame viscerale tra la fotografia e la moda, in particolare per la couture, lo styling e la capacità delle modelle di interpretare magistralmente ogni scatto. È stata questa sinergia a fargli comprendere che la sua strada sarebbe stata la fashion photography.
Nella fotografia di Paco Di Canto convivono estetica e intensità emotiva. Che si tratti di campagne per brand, editoria di moda, ritratti, ogni immagine nasce dalla consapevolezza di voler raccontare una storia, un frammento di verità. Per il fotografo, la bellezza oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza: se l’estetica esteriore è facilmente accessibile, la sfida risiede nel rendersi conto di possederla. Influenzato dalle letture classiche e dai dipinti del Rinascimento, Di Canto ricerca volti capaci di interpretare in modo “puro” la sua visione romantica, popolata da figure ideali ed elegantissime, quasi dantesche.
Nei lavori di moda il suo processo creativo è metodico e parte da quello che definisce un vero e proprio “viaggio mentale” non appena accetta un incarico; La collezione di moda entra nel suo mondo per uscirne trasformata in fotografia.
Il confine tra finzione e autenticità, nel lavoro di Di Canto, si risolve in un paradosso affascinante: è necessario essere autentici per poter fingere bene. Non interessato alla pura documentazione del reale quotidiano, il fotografo preferisce immaginare un mondo proprio. Per lui la bellezza è sempre autentica, mentre la finzione diventa l’atto artistico di cui l’autenticità si serve per non annoiarsi.
La moda e gli abiti diventano quindi il mezzo perfetto e il palcoscenico per una fotografia intesa come teatro, come scena di un film in cui viene catturato un istante ben preciso. Al centro di questa narrazione c’è la volontà di immortalare con eleganza la fragilità dell’essere umano e i suoi stati d’animo, in particolare quella realtà melanconica che appartiene a tutti e che l’obiettivo fotografico contribuisce a rendere eterna. Nonostante la forte impronta personale, il set rimane per Di Canto uno spazio di condivisione: ama arricchire il proprio “viaggio visivo” interagendo con gli altri professionisti del team e accogliendo punti di vista differenti.
I ritratti di Paco Di Canto sono frammenti di pura poesia visiva, dove la bellezza si spoglia di ogni artificio per farsi eterea e senza tempo. Attraverso una luce morbida e una raffinata grana fotografica, l’obiettivo cattura una malinconia dolce e profonda, trasformando la fragilità umana in uno stato di grazia. Ogni volto, sospeso tra lo splendore delle muse rinascimentali e l’intensità delle eroine romantiche, rivela un’autenticità spiazzante che scava oltre la posa. È un teatro dell’anima che celebra il mistero dello sguardo e la silenziosa resilienza del mondo femminile.
Dall’inizio del 2026, il cammino artistico di Paco Di Canto si è legato a una prestigiosa partnership ufficiale con Nikon, un sodalizio che unisce la sensibilità della sua visione all’eccellenza tecnologica del brand. Per dare forma ai suoi editoriali e catturare la profondità dei suoi celebri ritratti, il fotografo ha scelto di affidarsi esclusivamente al meglio dell’attrezzatura Nikon, trovando nelle sue ottiche lo strumento ideale per scolpire la luce e restituire ogni minima sfumatura emotiva del soggetto.
Questa sinergia si riflette anche nel panorama della formazione in Italia, dove Paco Di Canto è già attivamente impegnato nella conduzione di workshop esclusivi per Nikon/ Nital. Più che un semplice corso tecnico, questi appuntamenti, avviati con successo in tutta Italia, rappresentano una vera educazione allo sguardo e una sensibilizzazione del cuore. Di Canto guida i partecipanti dietro le quinte del suo mondo, svelando come realizza concretamente i suoi lavori e integrando la tecnica Nikon non come fine, ma come mezzo per tradurre in fotografia un’emozione pura.
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Nel 1972 arriva un primato che la storia ricorda: Sarah Moon è la prima donna a fotografare il Calendario Pirelli. Non è un dettaglio marginale. Il Cal, come lo chiamano gli addetti ai lavori, è per decenni territorio esclusivamente maschile — una celebrazione della bellezza femminile filtrata dallo sguardo degli uomini. Moon vi entra e cambia le coordinate. Le sue donne non sono oggetto dello sguardo: sono soggetto di un mistero. Non c’è voyeurismo. C’è incanto.
La sua carriera commerciale si consolida con commissioni che arrivano da Chanel, Dior, Comme des Garçons. Il suo lavoro appare su Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, Marie-Claire. Ma Moon non è mai del tutto a suo agio nel solo recinto della moda. Sente che le sue immagini vogliono dire qualcosa che va oltre il catalogo stagionale. E così, a metà degli anni Ottanta, comincia a espandere il campo.

Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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