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Obsolescenza organica

di Debora De Bartolo

“La vita che conta è quella che non puoi raccontare.

Sfugge a sé stessa.

Quella vita è la tua morte che ti precipita addosso un’ora dopo l’altra”.

Carmelo Bene

 

È con questa citazione che Debora De Bartolo sceglie di accompagnare “Obsolescenza organica”.

Sopportiamo la vista di volti e corpi morti con distacco, professionale se richiesto o con appositi filtri emotivi, se possibile. In caso contrario il trauma mette radici profonde.

In questi tempi brutali, i media ci hanno mostrano moltitudini di cadaveri avvolti in sudari bianchi. E quanti erano bambini.

È una visione che ci disturba, ci indigna, ci commuove, può anche farci piangere se tocca una certa sincronia emotiva. Spesso però sono corpi distanti e forse la nostra capacità di empatia, non avendo condiviso una storia personale o comunque più vicina, funziona solo parzialmente.

Nel flusso della vita è implicita la caducità che ci accompagna dal nostro primo vagito ma quanto si fa per vivere con noncuranza la certezza della meta finale del nostro corpo e della nostra coscienza!

“Obsolescenza organica” è un titolo calzante, preciso, perfettamente azzeccato nell’evocare un’idea tutta contemporanea di corpo, che si potrebbe definire corpo-macchina, e quindi di invecchiamento programmato ma, nello stesso tempo, in balia del caso.

La macchina in questione è la materia dei nostri corpi e il suo inevitabile disfacimento organico.

C’è stato un tempo, l’epoca vittoriana, in cui fotografare i morti non era una pratica macabra. Le fotografie del defunto servivano a mantenere vivo il legame con i propri cari e a conservarne l’immagine che poteva anche essere l’unica. È quasi imbarazzante pensare a quante immagini di vivi oggi scorrano quotidianamente sotto i nostri occhi.

A fine Ottocento la morte era percepita come parte della vita. Erano infatti anni di alta mortalità infantile e di epidemie. La religione aveva un ruolo importante nel continuare a offrire un senso alla morte come un passaggio verso un’altra vita. De Bartolo inizia il suo lavoro suggestivo e intenso proprio con il volto di un infante. Gli occhi sono teneramente coperti come a proteggerlo nel suo ingannevole sonno profondo. Ha vissuto solo l’età dell’innocenza, suggerita in chiave simbolica dalla fotografia affiancata di un pesce verosimilmente rosso, anche se in bianco e nero. Evanescenti, tra le spighe di un terreno, si intravedono due oche come ad anticipare la metafora del ciclo vitale a cui il corpo femminile si presta perfettamente. Sottesa è l’età della fertilità, della maternità. Sul soffitto di un interno si sono arenati dei palloncini come desideri sospesi di libertà. E poi corpi, corpi di donna quasi eterei, della stessa materia di tutto il mondo organico, volteggiano, proseguono il cammino, si trasformano, si specchiano, diventano materia in decomposizione per microscopici funghi.

Il disfacimento dei corpi che verrà sarà celato ai nostri occhi. Affiora per chi sta andando e per chi resta la fede in un’altra vita o, per chi non crede, la concretezza della materia trasfigurata. Per tutti, la materia organica morta è un paesaggio che resta.

 

Testo di Piera CAVALIERI

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