Ci sono fotografie che smettono di appartenere solo a chi le ha scattate, per diventare patrimonio collettivo, capaci da sole di cambiare la percezione pubblica di un evento storico. “The Terror of War”, conosciuta ovunque semplicemente come “Napalm Girl”, è una di queste. E oggi, più di cinquant’anni dopo essere stata scattata, è al centro di una controversia che sta scuotendo il mondo del fotogiornalismo internazionale.
Chi è Nick Ut
Nick Ut, nome anglicizzato di Huỳnh Công Út, è nato il 29 marzo 1951 a Long An, nel Vietnam del Sud. La sua storia con la fotografia comincia in modo drammatico: nel 1965 suo fratello maggiore, Huỳnh Thanh Mỹ, fotografo per l’Associated Press, viene ucciso mentre documenta scene di combattimento durante la guerra del Vietnam. Poche settimane dopo quella perdita, il giovanissimo Nick — allora poco più che un adolescente — comincia a lavorare per la stessa agenzia, quasi a voler raccogliere idealmente l’eredità del fratello.
L’inizio, però, non ha nulla di romantico o immediato. Nick Ut viene assunto ufficialmente il 1° gennaio 1966 da Horst Faas, il leggendario capo della fotografia dell’AP a Saigon, dopo un periodo di prova di sei settimane trascorso non dietro l’obiettivo, ma a preparare i chimici per lo sviluppo delle pellicole e a tenere in ordine la camera oscura. È in quella stanza, tra bacinelle di sviluppo e pellicole appese ad asciugare, che Nick Ut impara i primi rudimenti del mestiere prima ancora di poter scattare una sola fotografia sul campo. Solo in seguito gli viene affidata una macchina fotografica e la possibilità di uscire a documentare il conflitto vietnamita, in un periodo in cui il fotogiornalismo di guerra viveva forse la sua stagione più cruciale, capace di influenzare direttamente l’opinione pubblica e il dibattito politico negli Stati Uniti.
L’immagine che ha fatto la storia
L’8 giugno 1972, nei pressi del villaggio di Trảng Bàng, Nick Ut si trovava sul posto quando un attacco al napalm, sganciato dall’aviazione sudvietnamita per errore su un gruppo di civili, colpì il villaggio. Tra le persone in fuga lungo la strada c’era una bambina di nove anni, Phan Thị Kim Phúc, che correva nuda, con la pelle ustionata dal napalm, urlando di dolore insieme ad altri bambini e soldati.
La fotografia, pubblicata sulle prime pagine di giornali di tutto il mondo, divenne in pochi giorni una delle immagini simbolo della guerra del Vietnam, capace — insieme a pochissimi altri scatti nella storia della fotografia — di contribuire a cambiare la percezione pubblica di un conflitto e ad accelerarne la fine. Nel 1973 lo scatto valse a Nick Ut il Premio Pulitzer per la fotografia e il World Press Photo dell’anno, consacrandolo come uno dei fotoreporter più celebri del ventesimo secolo.
La carriera dopo il Vietnam
Dopo la caduta di Saigon nel 1975, Nick Ut lascia il Vietnam e si trasferisce negli Stati Uniti, continuando la sua carriera come fotografo per l’Associated Press. Nel 1977 viene trasferito alla sede di Los Angeles, dove il suo obiettivo cambia completamente registro rispetto ai campi di battaglia del Sud-est asiatico: documenta gli incendi che periodicamente devastano la California, i terremoti, le rivolte urbane, fino ad arrivare alla cronaca giudiziaria più seguita d’America, come il celebre processo a O.J. Simpson.
Nick Ut fotografa inoltre per anni il mondo patinato delle celebrità di Hollywood, le Olimpiadi e persino la visita di un Papa nella “Città degli Angeli”. Tra i suoi scatti più discussi di questo periodo americano, nel giugno 2007 realizza una fotografia diventata a sua volta virale: quella di Paris Hilton in lacrime sul sedile posteriore di un’auto della polizia della contea di Los Angeles, mentre viene riportata in carcere. Un’immagine lontanissima, per contesto e significato, da “Napalm Girl”, ma capace anch’essa di fare rapidamente il giro del mondo — a testimonianza di una carriera capace di attraversare, con lo stesso occhio attento, tanto la tragedia della guerra quanto le contraddizioni della cultura pop americana.
Nick Ut si ritira ufficialmente dall’Associated Press nel 2017, dopo oltre cinquant’anni di carriera ininterrotta nell’agenzia che lo aveva assunto da ragazzo, appena sedicenne, sulle macerie di un lutto familiare.
Negli anni, Nick Ut e Phan Thị Kim Phúc — la bambina ritratta nella fotografia, sopravvissuta alle gravissime ustioni — hanno mantenuto un legame personale profondo, raccontato più volte pubblicamente da entrambi come un rapporto quasi familiare, nato da quella tragica giornata di guerra.
La controversia sulla paternità dello scatto
Negli ultimi anni, però, la storia ufficiale di questa fotografia è stata messa profondamente in discussione. Nel 2025 è uscito il documentario “The Stringer”, diretto da Bao Nguyen e prodotto in collaborazione con la VII Foundation, che sostiene una tesi clamorosa: lo scatto non sarebbe stato realizzato da Nick Ut, ma da un fotografo freelance vietnamita, Nguyễn Thành Nghệ, che all’epoca lavorava come autista e collaboratore occasionale per la NBC, e che secondo il documentario si sarebbe trovato più vicino alla scena al momento esatto dello scatto.
In seguito alla diffusione del documentario, il World Press Photo ha annunciato la sospensione dell’attribuzione ufficiale dello scatto a Nick Ut, dichiarando — sulla base di un proprio rapporto investigativo — che le prove raccolte “suggeriscono fortemente che sia altamente improbabile che Nick Ut sia l’autore” della fotografia. Una presa di posizione clamorosa da parte di una delle istituzioni più autorevoli del fotogiornalismo mondiale.
L’Associated Press, dal canto suo, ha condotto una propria indagine interna indipendente, pubblicando un rapporto di 96 pagine che è giunto a una conclusione opposta: secondo l’agenzia, non esistono prove sufficienti per smentire la paternità di Nick Ut sullo scatto, e l’attribuzione storica resta valida.
La vicenda è ora finita anche nelle aule di tribunale: Nick Ut ha avviato un’azione legale per diffamazione contro Netflix (che ha acquisito i diritti di distribuzione del documentario) e contro la VII Foundation, presentando una memoria legale dettagliata a un tribunale francese. I suoi legali contestano duramente la ricostruzione del documentario, sostenendo che sia “speculativa, selettiva e incoerente con gli standard scientifici accettati”, e sottolineano che Nguyễn Thành Nghệ non avrebbe “alcun portfolio di altre immagini della guerra del Vietnam, nessun negativo e nessun’altra prova a corroborare di aver mai scattato una sola fotografia” durante il conflitto. Tra i testimoni attesi nel processo figurerebbe la stessa Phan Thị Kim Phúc, la donna ritratta da bambina nello scatto.
Una controversia ancora aperta
A distanza di oltre cinquant’anni dallo scatto, la vicenda di “Napalm Girl” dimostra quanto sia complesso, e a volte fragile, il processo di attribuzione storica di alcune tra le fotografie più celebri e influenti mai pubblicate — soprattutto quando risalgono a un’epoca di zone di guerra caotiche, redazioni improvvisate e più fotografi presenti simultaneamente sulla stessa scena. La verità definitiva su chi abbia effettivamente premuto lo scatto quel giorno resta, al momento, materia di indagine giudiziaria, con posizioni ancora nettamente contrapposte tra le principali istituzioni del settore.
Per approfondire: un libro e un documentario
Per chi vuole conoscere più a fondo questa storia, due riferimenti restano tra i più autorevoli. Il primo è il libro “The Girl in the Picture: The Story of Kim Phuc, the Photograph, and the Vietnam War”, scritto dalla giornalista canadese Denise Chong e pubblicato nel 1999. Il volume non si concentra sullo scatto in sé, ma ricostruisce con grande cura la vita di Phan Thị Kim Phúc prima e dopo quel momento: l’infanzia in Vietnam, le gravissime ustioni, l’esilio politico imposto dal regime, e infine la nuova vita costruita in Canada, dove Kim Phúc vive tuttora e porta avanti da anni un’attività di attivista per la pace. È probabilmente il testo più completo mai scritto sulla storia umana dietro la fotografia.
Il secondo riferimento è proprio il documentario al centro della controversia legale in corso, “The Stringer” (2025), diretto da Bao Nguyen. Al di là delle conclusioni contestate sulla paternità dello scatto, il film resta un documento utile per chi vuole capire il contesto in cui la fotografia venne realizzata: il caos delle redazioni di guerra a Saigon, il lavoro sul campo dei fotografi vietnamiti — spesso meno riconosciuti dei colleghi occidentali — e il modo in cui un’immagine arrivava, all’epoca, dalla pellicola alla prima pagina dei giornali di tutto il mondo. Proprio per la natura controversa del documentario, la sua visione va accompagnata dalla consapevolezza che le sue conclusioni sono oggi respinte sia dall’Associated Press sia, in sede legale, dallo stesso Nick Ut.
https://time.com/7336830/the-stringer-documentary-true-story/
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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