C’è un momento, entrando nelle sale delle Gallerie d’Italia di Torino, in cui ci si ferma. Non per una sola immagine, non per un dettaglio che cattura l’occhio, ma per qualcosa di più difficile da spiegare: la sensazione fisica di trovarsi davanti a un atto di accusa silenziosa.
Le fotografie di Nick Brandt sono grandi, quasi monumentali, e aspettano che tu le raggiunga.
Da Londra a Hollywood, passando per la savana
Nick Brandt nasce a Oxford nel 1966 e cresce a Londra, dove studia pittura e cinema alla Saint Martin’s School of Art. Un percorso che mescolava arte visiva e narrazione cinematografica, e che avrebbe plasmato in modo determinante il fotografo che sarebbe diventato. Ma prima di arrivare alla fotografia — e alla grande fotografia — Brandt fa un lungo giro attraverso il mondo dello spettacolo.
Si trasferisce negli Stati Uniti nel 1992 e dirige diversi video musicali di successo per artisti come Michael Jackson — Childhood, Earth Song, Stranger in Moscow, Cry, One More Chance —, Whitney Houston con I Will Always Love You, e ancora Moby, Jewel, XTC. Un curriculum da far invidia a qualunque regista, costruito nei corridoi dorati dell’industria musicale americana degli anni Novanta. Brandt era bravo, molto bravo, e il successo era reale.
Ma poi accade qualcosa che cambia tutto.
È durante le riprese di Earth Song di Michael Jackson — girato in Tanzania nel 1995 — che forse inizia davvero tutto. Brandt entra per la prima volta in contatto con la vastità del paesaggio africano, con la lentezza degli animali, con il silenzio della savana. E si rende conto che lì, in quella luce polverosa, il suo linguaggio visivo cambia completamente. Non è una conversione istantanea, né una rivelazione mistica. È qualcosa di più lento e profondo: la consapevolezza che esisteva un mondo che stava scomparendo, e che nessuno stava davvero guardando.
Ha messo da parte il mondo dello spettacolo per inseguire una missione più profonda: usare la fotografia come testimonianza, come memoria, come denuncia.
L’Africa come ritratto, non come safari
La prima fase del lavoro di Brandt è quella che lo consacra a livello internazionale. La sua ricerca fotografica ha avuto inizio nell’Africa orientale con la trilogia On This Earth, A Shadow Falls, Across The Ravaged Land (2001–2012), nella quale, attraverso ritratti intimi ed elegiaci di animali in natura — simili, per impostazione, alla ritrattistica umana in studio — ha rivelato la loro vulnerabilità.
È questo il tratto che distingue Brandt da qualunque altro fotografo naturalista: non c’è niente di documentaristico nel senso tradizionale del termine nelle sue immagini africane. Gli elefanti, i leoni, le giraffe non sono catturati in movimento, colti nell’istante selvaggio. Sono fotografati come se posassero, avvolti da una luce morbida e malinconica, con una dignità che rimanda direttamente al ritratto umano. È una scelta stilistica che è anche una dichiarazione filosofica: questi esseri non sono sfondo, non sono cornice. Sono soggetti.
Sono seguite le serie panoramiche, distopiche e cinematografiche Inherit the Dust (2016) e This Empty World (2019), anch’esse realizzate in Africa orientale. In queste due serie visivamente più complesse, il lavoro di Brandt si è fatto più urgente, esplorando la condizione di pericolo crescente per animali e persone in un’epoca di rapido degrado ambientale. Lo stile si è fatto più composito, più costruito — e si comincia a intravedere ciò che diventerà il suo approccio attuale.
The Day May Break: un progetto in quattro atti sul collasso del mondo
Dal 18 marzo al 6 settembre 2026, le Gallerie d’Italia di Torino riuniscono per la prima volta i quattro capitoli dell’omonimo progetto avviato nel 2020 durante la pandemia. Curata da Arianna Rinaldo e composta da circa sessanta opere, l’esposizione si articola in capitoli realizzati in Kenya, Zimbabwe, Bolivia, Fiji e Giordania.
Entrare nella mostra è come entrare in un libro che non si riesce a chiudere. I lavori sono disposti in sale che accompagnano lo spettatore attraverso una progressione — geografica, emotiva, politica. Non c’è un filo narrativo dichiarato, ma c’è un’urgenza che cresce, sala dopo sala, immagine dopo immagine.
La ricerca di Brandt si concentra su persone e animali che, pur essendo i meno responsabili del cambiamento climatico, ne subiscono le conseguenze più devastanti. È questa la premessa morale del progetto, espressa senza didascalismo, senza retorica.
Il primo capitolo, realizzato in Kenya e Zimbabwe, introduce la convivenza forzata tra uomini e animali in territori compromessi.
Il secondo, Sanctuary, porta lo sguardo in Bolivia, tra paesaggi che sembrano usciti da un sogno febbricitante.
Il terzo, Sink/Rise, realizzato nelle Fiji, affronta il tema dell’innalzamento del livello del mare attraverso immagini costruite sott’acqua, evocando una precarietà abitativa destinata ad aggravarsi nei prossimi decenni. Sono immagini subacquee di rara potenza, dove corpi umani e animali galleggiano in una dimensione sospesa tra presente e futuro, tra realtà e premonizione.
Il quarto capitolo è quello commissionato da Intesa Sanpaolo — ed è forse il più toccante. The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.
La tecnica, più che un reportage ha il sapore della regia.
Una delle cose che colpiscono maggiormente della mostra è la qualità costruttiva delle immagini. Brandt non scatta nel senso tradizionale del termine. Viene da Hollywood, e si vede.
È lui il regista di sé stesso e mette in scena, animali e persone, come fossero film pubblicitari. Le scene sono perfette in ogni dettaglio. La nebbia è creata con l’aiuto di una macchina a vapore. Ogni composizione nasce da un’idea precisa, da una collaborazione con le comunità locali, da mesi di preparazione sul campo. Il lavoro di Brandt si distingue per il rigore nella costruzione dell’immagine. Ogni capitolo nasce da mesi (anche anni) di preparazione e da una collaborazione costante con team locali, con controllo attento di luce, composizione e stampa; la messa in scena si costruisce attraverso un’attenta attesa del momento giusto, in un equilibrio tra progettazione e realtà.
Non c’è postproduzione, Brandt ci tiene a farlo sapere. E” una immensa coreografia, un sogno lucido: sai che c’è qualcosa di costruito, ma l’emozione è autentica. È un paradosso che Brandt governa con maestria assoluta.
Le stampe sono eccezionali — senza i fastidiosi riflessi che si trovano normalmente altrove — e l’allestimento è impeccabile. Le Gallerie d’Italia di Torino offrono spazi che si prestano magnificamente a fotografie di grande formato, e la cura dell’allestimento si sente: c’è respiro tra un’opera e l’altra, c’è silenzio progettato intorno alle immagini. Si esce dalla mostra diversi da come si è entrati.
Perché vale la pena andare — prima del 6 settembre
Non è una mostra facile.
È una mostra che pone domande scomode su chi siamo, su cosa stiamo facendo, su chi pagherà il conto di scelte che non ha compiuto.
Usciamo da questa mostra più consapevoli, più attenti, ma sicuramente con un filo di speranza. C’è speranza in queste immagini, anche quando ritraggono la devastazione: perché la dignità dei soggetti — uomini, donne, bambini, animali — non è mai calpestata. Brandt li guarda con rispetto. E ci chiede di fare lo stesso.
Nick Brandt ha iniziato la sua carriera dirigendo i videoclip di Michael Jackson. Oggi dirige qualcosa di molto più grande: la nostra attenzione verso quello che rischiamo di perdere. E lo fa con la stessa cura con cui ha sempre trattato ogni singolo fotogramma.
Vale la pena fermarsi. Vale la pena guardare.
Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno Gallerie d’Italia — Torino, Piazza San Carlo Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 Curata da Arianna Rinaldo | Catalogo Allemandi
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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