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Nick Brandt a Torino: la fotografia come elegia del mondo che scompare.

di Paolo Ranzani

Torino presenta uno dei fotografi più radicali e poetici del nostro tempo. Dal 18 marzo al 6 settembre 2026, le Gallerie d’Italia – Torino ospitano la grande mostra “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, curata da Arianna Rinaldo.

Serafina at Table, Fiji - 2023 © Nick Brandt - dettaglio

Non si tratta di una semplice retrospettiva, ma di un progetto espositivo ambizioso e immersivo che, per la prima volta, riunisce tutti i capitoli di una delle serie più importanti della fotografia contemporanea: The Day May Break.

 

La mostra è un racconto globale sulla crisi climatica

Il cuore è costituito da circa 60 opere suddivise in quattro capitoli, realizzati a partire dal 2020.
Le immagini ritraggono persone e animali colpiti dalla devastazione ambientale, costruendo un racconto visivo che unisce estetica e denuncia.

Brandt lavora in diversi contesti geografici — dall’Africa subsahariana alla Bolivia fino alla Giordania — per mostrare come la crisi climatica abbia effetti profondamente diseguali, colpendo soprattutto le comunità più vulnerabili.

Tra i nuclei più intensi, il capitolo realizzato in Giordania presenta famiglie di rifugiati siriani, spesso agricoltori, costrette a migrare continuamente alla ricerca di condizioni ambientali sostenibili.

Per la prima volta, a Torino, l’intero progetto viene esposto nella sua totalità, inclusi capitoli inediti commissionati appositamente, offrendo una visione complessiva e profondamente coerente.

 

Il risultato è una narrazione visiva sospesa tra tragedia e speranza:
una fotografia che non documenta soltanto, ma ci  interroga sul nostro rapporto con il pianeta.

La sede torinese delle Gallerie d’Italia, inaugurata nel 2022 in Piazza San Carlo, è oggi uno dei poli più rilevanti in Italia per la fotografia contemporanea.

Dedicata esplicitamente all’immagine e ai linguaggi digitali, la struttura si distingue per una programmazione che affronta temi urgenti del presente, come il cambiamento climatico, le trasformazioni sociali e le nuove tecnologie.

La mostra di Nick Brandt si inserisce perfettamente in questa linea curatoriale, rafforzando il ruolo di Torino come punto di riferimento internazionale per la fotografia.

Nato a Londra negli anni Sessanta, Nick Brandt non è arrivato subito alla fotografia.
La sua prima carriera è quella di regista di videoclip, lavorando con artisti come Michael Jackson (Earth Song, Childhood), Whitney Houston e Moby.

È proprio durante le riprese di Earth Song in Tanzania, nel 1995, che avviene la svolta: Brandt si confronta direttamente con la natura africana e sviluppa una consapevolezza profonda della sua fragilità.

Da quel momento abbandona progressivamente il cinema per dedicarsi alla fotografia, con un obiettivo chiaro:
creare una testimonianza visiva del mondo naturale prima che scompaia.

Il lavoro di Brandt è immediatamente riconoscibile:

  • uso prevalente del bianco e nero nelle prime serie africane
  • composizioni quasi pittoriche, influenzate dalla sua formazione artistica
  • presenza di animali ritratti con dignità e monumentalità quasi umana
  • crescente attenzione alla relazione tra esseri umani e ambiente

Dalle trilogie africane (On This Earth, A Shadow Falls) fino a The Day May Break, il suo lavoro evolve da una visione elegiaca della natura a una più complessa riflessione sulle conseguenze dell’azione umana.

Una mostra necessaria

Quella alle Gallerie d’Italia non è soltanto una mostra fotografica, ma un’esperienza che chiama in causa lo spettatore.

Le immagini di Brandt non offrono consolazione facile: mostrano un mondo ferito, ma ancora capace di bellezza. In questo equilibrio fragile tra perdita e possibilità, si colloca il senso profondo del titolo:
“La luce alla fine del giorno”.

Torino diventa così, per alcuni mesi, il luogo in cui la fotografia contemporanea torna alla sua funzione più alta:
non solo rappresentare il reale, ma prendere posizione su di esso.

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