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Nelle terre di Diantene

di Giulio Brega

Quando l’essere umano si trovò davanti al mistero della natura sentì l’urgenza di darle un nome. Per invocarla, pregarla, odiarla, prendersene cura. Non era facile comprenderla e talvolta si dimostrava crudele.

Eppure, quel mondo segreto lo affascinava e lo spingeva ad interrogarsi sui confini dei suoi segreti, sul senso della vita e della morte. Camminare nei boschi gli permetteva di allineare il ritmo del cuore al respiro di una foglia o fermarsi ad ammirare l’incanto della voce del vento attraverso i fili d’erba.

Ad ogni ramo spezzato e suono minaccioso l’anima sussultava.

Ma l’essere umano restava lì. Come in un rito primordiale ed eterno tutto pareva immutabile al tempo, e lì, nella profondità del bosco, ogni cosa trovava armoniosamente il suo posto.

L’essere umano ancora non comprendeva il senso di ciò che lo circondava, ma sapeva di esserne parte, di essere un tutt’uno con la terra umida e brulicante di vita, con il gelo dell’acqua stagnante, con il calore dei nidi e l’oscurità della notte.

L’essere umano sapeva che nulla sarebbe cambiato e che, nello scorrere eterno dei giorni, altri come lui avrebbero cercato le parole giuste per celebrare i riti segreti di quel mondo.

Parole, ma anche immagini.

Nelle sue fotografie Giulio Brega ci racconta di quella terra di Diantene a cui appartengono i segreti più profondi dell’esistenza, a cui ancora si guarda con occhi pieni di meraviglia e timore.

Lo sguardo di Giulio è quello dell’essere umano che scruta nei meandri di una sacralità concreta e travolgente. Si ferma ad indagare la porosità di una corteccia o la fragilità di una felce, il fruscio improvviso delle ali o il vello ruvido di un animale.

Le sue forme non sono totalmente prive di colore ma dotate prima di tutto di una consistenza sensibile che ci permette di toccarle con gli occhi, di annusarle con un tocco lieve e di ascoltarne il movimento.

Il culto misterico raccontato da Giulio è vivo nel presente come lo era all’origine dell’uomo e la sua fotografia ci permette di interrogarci sulla misura che assumiamo confrontandoci con il mondo e sulla nostra capacità di indagare ciò che è visibile e di coglierne l’essenza.

La Terra di Diantene ci attira a sé e anche se talvolta siamo inquietati dalla bellezza dell’ignoto sentiamo ancora il bisogno come alle origini del tempo di dare un nome alla natura per poterla invocare, pregare, odiare e prendercene cura.

 

Testo tratto dalla recensione di Renza GROSSI

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