Per il mio breve viaggio in Montenegro ho scelto di viaggiare leggera. Senza macchina fotografica, solo con il drone, un DJI Mini 3 Pro.
Volevo osservare questa terra da una prospettiva diversa. Con la comodità di un’auto a noleggio mi sono concessa la libertà di fermarmi lungo la costa ogni volta che un panorama lo chiedeva. Tre giorni intensi, scanditi dal sole di fine giugno e dalla sensazione di trovarmi in un luogo che sta ancora trovando la sua identità.
Ho esplorato, nei pochi giorni che avevo a disposizione, la parte più settentronale del paese, quella che confina con la Croazia, spingendomi fino a Budva.
Budva mi ha accolta con un contrasto evidente: il centro storico raccolto, di pietra e vicoli, e tutt’attorno i grandi resort che continuano a crescere a dismisura, insieme ai negozi di lusso che hanno trovato posto nelle sue affascinanti stradine. Qui il turismo internazionale è già realtà, ma basta uscire poco oltre per ritrovare tratti di costa più autentici, spiagge che sorprendono per la loro naturalezza e piccoli centri dove la vita sembra scorrere senza fretta.
A Kotor (Cattaro) la prospettiva è differente. La città murata è affascinante già a terra, con le sue piazze lastricate e i campanili che svettano, ma è dall’alto che le Bocche di Cattaro rivelano la loro vera essenza. Sembrano un fiordo, eppure siamo nei Balcani: tetti rossi e ordinati, curve di costa che si intrecciano come disegni, montagne che precipitano nel mare. Vederle dall’obiettivo del drone è stato come coglierne la forma più pura, un equilibrio di forza e delicatezza.
Prima del rientro in Croazia ho fatto una breve sosta a Castelnuovo, Herceg Novi. Una cittadina affacciata proprio all’imbocco delle Bocche, che conserva un’anima sospesa tra mare e montagna. È stato come un saluto, un ultimo sguardo al Montenegro, prima di lasciare alle spalle quel tratto di costa e rientrare oltre confine.
Il Montenegro oggi è un paese ancora in costruzione. Le strade in rifacimento, i cantieri lungo la costa, i nuovi resort che si affacciano sul mare raccontano la sua volontà di crescere, di attirare un turismo più ampio. Eppure, dietro queste trasformazioni, resta una bellezza schietta, non addomesticata, che non ha bisogno di filtri per essere riconosciuta.
Ho scelto quindi di osservare il Montengro due volte: da vicino, per i dettagli della sua quotidianità, e dall’alto, per comprenderne davvero il disegno.
Sulla strada verso la capitale, il paesaggio è totalmente cambiato. Prima di percorrere strade meno trafficate e ricche di tornanti, però, ancora qualche bancarella, e quell’odore inconfondibile di pane appena sfornato. In Georgia il pane si cuoce ovunque, anche in campagna. Piccole abitazioni trasformate in forni, casette basse con camini neri di fumo. A Tbilisi, una donna ci ha invitato a entrare nel suo minuscolo panificio e ci ha mostrato orgogliosa il forno in cui il pane viene cotto attaccato alle pareti roventi, come si fa da secoli. Non vendeva un’esperienza: ci stava solo mostrando il suo mondo.
Tbilisi ci ha accolti con i suoi infiniti contrasti. Una città che a ogni passo cambia volto: un palazzo liberty che cade a pezzi accanto a una struttura moderna in vetro, un cortile pieno di panni stesi vicino a un locale pettinato e tante taverne in cui mangiare ottimo cibo locale in atmosfere semplici e familiari.
Un uomo anziano, al supermercato, portava con sé un sacchetto pieno di frutta fresca. Gli abbiamo chiesto dove l’avesse acquistata dato che lì non ne vendevano. Ci ha indicato a modo suo un mercato poco distante e poi senza esitare ha aperto il sacchetto, per offrircene un po’. Non voleva nulla in cambio, voleva solo essere gentile. Abbiamo rifiutato con un sorriso, ma quel gesto non lo dimenticheremo.
La Georgia è questo: una gentilezza che non ti aspetti e che non immagini possa esistere.
Non so cosa succederà con l’aumento del turismo, ma spero che questa terra non perda mai la sua semplicità e il suo modo di farti sentire a casa, i souvenir più potenti di questo viaggio che non dimenticherò mai.
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