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Mia Lecomte – Sulla fotografia in forma di poesia – PARTE TERZA

di Pino Bertelli

Non dimenticherò mai l’impareggiabile capacità di un barbone, sotto un  ponte di Parigi, che si scaldava un po’ mentre bruciava una raccolta di fotografie di Casa Savoia trovate tra i rifiuti di una casa borghese… e mentre i pennacchi del re degli italiani incendiavano anche la regina avvolta in una pelliccia bianca… il barbone dette un morso al tappo di un fiasco di vino, lo sputò nel fiume e mi allungò un pezzo di pane con del formaggio giallo-giallo, e ci scolammo tutto il fiasco… era stato professore di liceo in Italia… mi disse… “poi sai com’è”… dette una pedata a un topo che usciva da una testa di bambola… e riprese: “è difficile amare i libri, le donne, le stelle rosse dei commissari politici e non odiare i fucili della polizia quando ti sparano in montagna, e sono scappato a Parigi”… posi si sdraiò sul cartone di un Telefunken di non so quanti pollici, aprì I miserabili e mi disse: «Victor Hugo diceva le stesse cose che vediamo nella società abbrutente di oggi, ma mancano i Gavroche che muoiono sulle barricate mentre cantano: “Se non sono un banchiere,/La colpa è di Voltaire,/Se casa più non ho,/La colpa è di Rousseau./Se balzano è il mio carattere,/La colpa è di Voltaire,/Se quattrini non ho,/La colpa è di Rousseau./Se son finito in terra,/La colpa è di Voltaire,/Col naso nel canale finirò,/La colpa è di Rousseau”»… gli detti un sigaro, “per dopo, l’accendo quando sento più freddo”, disse… non gli feci nessuna fotografia… e forse questa è senz’altro la migliore immagine che ho colto nella strada… così andai a fotografare il muro dove furono fucilati i Comunardi al cimitero di Père Lachaise… ci stetti tre giorni in quel cimitero, a fotografare tombe, sculture, nomi e uccelli strani che fischiettavano La Marsigliese… lì, sotto il cielo di Parigi, mi sembrava d’essere in buona compagnia. Mi piacciono i miserabili, mi piacciono molto… perché non amano le suppliche… sanno che non ci sono limiti alla disperazione e non ci sono limiti alla speranza… tutto è rigato di sangue e le lacrime corrono sui muri… peccato che nessuno se ne accorge… soltanto gli occhi che sono ancora capaci di gettare un sorriso ai bordi della strada, forse, si offrono all’amore di un’altra umanità.

6. Alice nel Paese della surrealtà.

La fotografia della surrealtà deve molto all’immaginale sulfureo di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò… il prete anglicano Lewis Carroll, non scrisse solo una favola per bambini né un prontuario sull’infanzia indimenticata per gli adulti… ma rovesciò tutte le logiche del linguaggio, dell’educazione e dei codici che sorreggono l’edificio sociale… le immagini-testo (o viceversa), la nozione di passages, il gioco degli scacchi come strategia del conflitto sociale, i fantastici personaggi disseminati nell’inatteso della favola (Capitan Dodo, Pinco Panca e Panco Pinco, Bianconiglio, Biagio Lucertola, Brucaliffo, Stregato, Cappellaio Matto, Leprotto Bisestile, Toperchio, Regina di cuori, Re di cuori o Humpty Dumpty, specialmente)… sono collegati al ribellismo magico di Alice o al suo magnifico viaggio dall’infanzia all’età adulta, forse… nemmeno questo è certo per Carroll: «tutti coloro che conservano un senso di ribellione riconoscono in Lewis Carroll il loro primo maestro nell’arte di marinare la scuola» (André Breton) o spaccare i vetri dei negozi, come ne Il monello (1925) di Charlie Chaplin, per sopravvivere alla fame… Alice non è certo quella della fabbrica d’animazione Disney — Alice nel paese delle meraviglie (1951) di Clyde Geronini, Hamilton Luske, Wilfred Jackson —… una dossologia di sentimenti truccati e spalmati nell’affiliazione tecnica accattivante, rotonda, spumeggiante, colorata fino all’insensatezza, spinta ad accalappiare le menti più ingenue, a spingerle nell’ebetismo infantile… e pensare che ci sono stati critici velinari che hanno visto nell’Alice disneyana un messaggio anarcoide, strampalato, e per questo amato dai figli dei fiori?… forse sarebbe stato meno bello dire dai figli di puttana… quelli che rifiutavano i cannoni, i massacri, le guerre… un’opera d’arte deve frugare nelle ferite dell’umanità e coprirle di baci al profumo di melograno, anziché allargarle.

6 Alice

Da Alice nel paese delle meraviglie:  «“Chi essere tu?” chiede il  Brucaliffo quando vede  Alice. La bambina non sa più neanche lei chi è veramente: si è trasformata così tante volte! Sa solo che è stanca di essere piccina. Ma forse il Brucaliffo potrebbe aiutarla. Certo che sì! Ecco il suo consiglio: un lato del fungo la farà crescere e l’altro la farà rimpicciolire. Dovrà solo  assaggiarli. “Una parte mi farà crescere… ma quale?” si domanda la bambina. Dopo tutto ciò che le è successo mangiando e bevendo cose strane, Alice dovrebbe aver  imparato ad essere prudente. Ma per lei niente è peggio di essere così piccola. Un morso appena… ed ecco che Alice cresce fino a diventare alta come il più alto degli alberi. Non basta: un nido pieno di uova le è rimasto impigliato tra i capelli, e mamma uccello non è per niente contenta. Bisogna subito mangiare l’altro pezzetto di fungo per rimpicciolire!

Finalmente Alice torna della sua statura normale. Allora si mette in tasca i due pezzetti di fungo e riprende a inseguire il Bianconiglio: ma il bosco è pieno di cartelli e ognuno indica una direzione diversa. Quale sarà quella giusta? A un tratto, Alice sente qualcuno che canta nel bosco. Vede spuntare un sorriso e poi, attorno al sorriso un gatto. Anzi, uno Stregatto! Lo Stregatto può apparire, sparire, alzarsi le orecchie con la coda e fare cento altre cose strane. Così, forse, può anche dire ad Alice dov’è finito il coniglio bianco. “Se io cercassi il Bianconiglio, lo chiederei al Cappellaio Matto oppure al Leprotto Bisestile”, risponde il buffo animale. Seguendo il consiglio dello Stregatto, Alice arriva davanti al cancello di una casa. Nel giardino, in fondo a una lunga tavola, ci sono il Leprotto Bisestile e il Cappellaio Matto. Stanno cantando un’allegra canzone, accompagnati dai fischi di tante teiere. Il tè è la loro passione, e preferiscono berlo in un’occasione speciale. Oggi, per esempio, è il non-compleanno di tutti e due! Anche Alice vorrebbe partecipare alla festa, ma non riesce a capire di cosa si tratta. “Non sa cosa è il non-compleanno!” ridacchia il Leprotto Bisestile e, insieme al Cappellaio Matto, prova a spiegarglielo. “È semplice: il non-compleanno è tutti i giorni in cui non si compiono gli anni. E sono tanti, ben 364!” “Ma allora oggi è anche il mio  non-compleanno!” esclama Alice, contenta». L’amore con congeda mai l’avvento che lo rivela.

La voglia di libertà di Alice è stata trattata con notevole bellezza estetica/etica nei film Alice’s Restaurant (1969) di Arthur Penn, Alice non abita più qui  (1975) di Martin Scorsese o Alice nelle città (1980) di Wim Wenders… qui, come nel testo letterario di Carroll, si racconta un’inaderenza dell’ordinario e si passa alla scoperta di un’altra realtà, quella che infrange la scacchiera percettiva e Alice diventa corpo di un universo a parte… dove si sovrappongono strati diversi dell’esistenza e il passato e il presente sono la medesima cosa… attivano una nuova costruzione delle situazioni e partecipano alla formazione dell’identità… Alice diventa l’arcano dove il lettore si specchia e dà origine a un’altra umanità.

L’immaginale del desiderio di Alice gioca con le strutture del linguaggio… e come tutti i grandi libri, il sogno di Alice ha tante interpretazioni quanto sono i lettori che vi s’immergono… le parole-aforismi di Carroll, oltrepassano il tempo, le dimensioni, la soglia del reale… il viaggio di Alice diventa simbolo di una trasformazione interiore… luogo fantastico di destini incrociati che attraverso il paradosso, il reversibile, l’umorismo del nonsense e della non coerenza s’affaccia all’anarchia. «L’anarchia mi è sempre parsa più interessante della democrazia, ma va da sé che ciascuno è qui libero di pensare come crede» (Giorgio Agamben). Nell’età della religione capitalista l’arte del permesso è illusione e ignoranza… l’impostura predica solo il mercato… la rispettabilità e la fama sono i simulacri dei professori… nelle loro biblioteche ragguardevoli, spesso, non c’è posto per la lucida disperanza dell’amore piantato nel cuore come un coltello.

«La mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto» (René Magritte)… l’immaginazione surrealista non si spiega… è l’accettazione dell’irrazionale, della magia, del caso, dell’assurdo, della follia… che si pongono fuori dalla razionalità. I giochi dei bambini sono rappresentazioni di pensieri, di sogni, di spaesamenti che non hanno nulla a che vedere con le logiche della ragione e attraverso l’indefinibile liberano tutte le catene dell’inconscio… qui sogno e realtà sono sinonimi e lo straniamento del pensiero è la linfa della vivezza dell’infanzia, prima che sia soffocata dall’educazione della giovinezza e dalle codificazioni dell’età adulta.

Le associazioni libere del testo di Carroll hanno ispirato poeti/artisti/registi/fotografi/illustratori come Lautréamont, Rimbaud, Pierre Alechinsky, Salvador Dalí, Victor Brauner, Wilfredo Lam, Man Ray, Hans Bellmer, Eileen Agar, Jane Graverol, Magritte, Ernst, Aragon, Dagmar Berková, Peter Blake, Roland Topor, Thomas Nast, Luis Buñuel, Jean Vigo, Pier Paolo Pasolini, Erik Johansson, Víctor Enrich, Marc Sommer, Jati Pruta Pratama, Jane Long, Victoria Siemer… finiamola qui… di là dai diversi linguaggi usati (sovraesposizioni, ritocco, manipolazioni, elaborazioni fantastiche, anche le più abusate o i virtuosismi più beceri), la fotografia della surrealtà è tesa a rovistare nell’inconscio e nel sogno… e quando intreccia eleganza e realtà, poesia e autobiografia, creatività e utopia, si riallaccia a quanto scriveva André Breton nel Manifesto del surrealismo (1924): il movimento surrealista è «automatismo psichico puro, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di qualsiasi preoccupazione estetica e morale». La fotografia della surrealtà è la creazione di un atto di resistenza culturale che diserta la società controllata, oppressa, punita… è uno scoppio d’imperfezione contro la forma perfetta che libera la vita condizionata, imprigionata e offesa.

La fotografia della surrealtà di Mia si colloca, certo, in questa immagine che vive al di fuori della documentazione diretta… la fotografa coglie lo smarrimento di una bambina presa di spalle che affronta il buio in quel maglioncino rosso, appena accennato, i capelli lunghi di ragazzina già grande, le braccia raccolte sul corpo (una borsetta forse gli scende di lato), la gonnellina mossa, accarezzata dal vento leggero della sera… lo sguardo è rivolto a un filo di luce appeso all’eterno… l’inquadratura mantiene una distanza di rispetto… il corpo, il paesaggio/bosco, un taglio di strada… bastano a percepire una solitudine, forse… anche un’attesa… una gioia dell’altro che non sgorga al momento… Mia accorda l’istante del bisogno con la verità del corpo che quasi s’invola nel nero che l’avvolge… è un atto poetico/figurativo fuori dalla maniera e dalla stereotipia… è un’immagine-portatrice di significato che introduce a un disvelamento… un passaggio intimo e scanzonato alla casa dell’essere.

Si tira una fotografia come si tira uno schiaffo, quasi mai per darsi un bacio sulle spiagge deserte d’inverno. L’Alice nel paese della surrealtà di Mia figura un raccoglimento, un’accoglienza, una tenerezza verso quella delizia convulsiva… sembra annunciare un atto futuro… non so… una sorta di abbraccio metafisico, credo, per qualcosa che proviene dall’ombra… una riconoscenza aristocratica della bella amabilità… anche una dolcezza villana che è riconoscenza dell’innocenza che vince su tutti i timori. «La cortesia, arte del mettere a distanza, o del mettere alla giusta distanza, è anche generatrice di sapienza: per suo tramite si impara a non saturare i primi cerchi, a preferire il minimale con cui è più facile produrre relazioni di qualità, poiché con la quantità il numero impone una mancanza di profondità e condanna alla superficie» (Michel Onfray). La fotografia di Alice nel paese della surrealtà di Mia, è un canto della gentilezza… dà la temperatura dell’intersoggettività e delle affinità minimali che si abbeverano alla visione ugualitaria dove tutti sono prossimo di me, di te, di noi.

La fotografia della surrealtà di Mia è latrice di una malinconia genitiva che coincide con la fanciullezza dell’incanto… del tempo perso, del gioco estatico… allontana tutto ciò che è sofferenza  e si riannoda con tutto ciò che è speranza… l’estetica di una forza che accompagna la realizzazione dell’opera nell’intimità del decoroso, dell’armonia e all’approdo di un bel fine… e s’acciuffa all’epifania del meraviglioso… Breton sosteneva che «il meraviglioso è sempre bello, anzi solo il meraviglioso è bello»… questa Alice nel paese della surrealtà di Mia, riempie il pensiero di sbalordimento che si accompagna sempre a qualcosa di sconosciuto, forse di nuovo… una risorgenza dall’abituale che libera alla sensibilità, alla riflessione e alla conoscenza di un sé verso una coscienza della più completa libertà spirituale.

7. Pasoliniana

La fotografia è corpo/sogno di tutto ciò che corrisponde all’immaginale della vita… ogni fotografia passa per una scelta e ogni scelta è garante del mito che ne consegue o del suo assassinio… naturalmente noi propendiamo il per il secondo postulato… in principio è stata la parola dei profeti a cancellare le crestomazie eversive della storia degli ultimi, poi gli sguardi dei guardiani del tempio hanno anticipato l’oblìo dell’uomo per mano di sistemi più finemente oppressivi (la massificazione della cultura)… nell’attuale civiltà dello spettacolo non ci sono più scelte da fare… i dominatori decidono le necessità, i desideri, i sogni di un intero pianeta… la dittatura della comunicazione (anche dell’arte) ha spianato tutti i dissensi e i signori delle guerre e i padroni dei mercati, hanno sistemato il nichilismo del potere in ogni anfratto del genere umano… tuttavia… tuttavia, dai bassifondi della storia dell’uomo, sono sempre emersi poeti del dissenso che hanno rifiutato l’inginocchiatoio e gli scranni dei governi e, qualche volta, si sono trovati accanto alle giovani generazioni che hanno cercato, con ogni mezzo possibile, di rovesciare un mondo rovesciato e hanno fatto della propria vita un’opera d’arte.

La fotografia di Mia, che abbiamo chiamato Pasoliniana… ha radici nobili… André Kertész, Martin Munkácsi o Frank Horvat, fa lo stesso… naturalmente non parliamo di distorsioni fotografiche, fotografie di moda o ricerche metafisiche di questi autori… accostiamo l’immagine di Mia a certe fotografie che Kertész, Munkácsi o Horvat hanno in qualche modo incrociato una certa naturalezza espressiva, per meglio dire, una poetica del realismo minimo che abbiamo visto nell’immagine di Mia… quella dei ragazzi neri, nudi, che vanno incontro alle onde del mare di Munkácsi (Liberia, 1930), ad esempio… Munkácsi era uno che diceva: “pensa mentre scatti”. Non lo so se è vero o se funziona per tutti… quello che so è che una fotografia, quando è grande, figura il ritratto di un’epoca.

7 Pasoliniana

La fotografia dei corpi per Pasolini, come si è già detto, è l’arte di riscoprire il sacro nel luogo che li accoglie o li respinge… i corpi parlano la loro origine e contengono la lingua scritta della realtà… Pasolini, a ragione, sosteneva che il potere economico ha mercificato i corpi e attuato  una vera e radicale mutazione antropologica della società… l’avanzare del nuovo fascismo è ormai radicato nella sintassi di un intero popolo e i modelli sono completamente dissociati dalla coscienza. “Vent’anni di fascismo credo che non abbiano mai fatto le vittime che ha fatto il fascismo di questi ultimi anni” (Pier Paolo Pasolini). La rinuncia del desiderio, la soppressione dell’identità, la supremazia della merce sull’uomo… hanno portato a una omologazione del pensiero che estromette gli uomini dall’umanità.

L’immagine pasoliniana di Mia — non c’importa dire dove è stata presa — è la realizzazione di un momento minimale… la fotografa è davanti al mare, le onde sono alte, infrangono su un certo numero di corpi… il controluce non permette di vedere le loro facce… solo corpi, volti, posture infantili che giocano tra i marosi (alcuni sembrano guardare anche in macchina)… una sorta di giocosità attraversa la fotografia… il bianco del sole si riflette sulle onde come le luci di un palcoscenico e come in una sequenza cinematografica fissata sullo schermo/mondo, la sincerità dell’immagine annulla ogni estetismo e si coniuga a quel realismo minimo che l’introduce alla scrittura immaginifica di un limite da superare. Mia non decifra il fotografato, quasi lo cancella… lascia vedere ombre, luci, figure in una visuale spontanea e conviviale che ne mostra il sorriso… anche una certa malinconia… forse… poiché ogni fotografia è la scrittura di una sensazione e ogni fotografo abita il fatato di una perdita o di una dolce utopia.

Se entriamo a capofitto nella fotografia di Mia si legge ciò che siamo stati e il tentativo di trasformare i lettori del “tuo”, “nostro”, “loro” avvenire… la scoperta dell’altro che è in me, insomma… non si bussa alla porta della fotografia… vi si entra o si esce senza capire tutto o nulla del fotografato:

“La sostanza senza la forma è un pensiero senza scopo. La forma senza la sostanza è un corpo senza pensiero.

— Sei per la forma o per la sostanza?

— È come chiedermi se sono per l’onda o per il mare.

…ma è il corpo che sta sprofondando a trascinare lo spirito nel vuoto oppure è lo spirito che al colmo della sua potenza fa precipitare l’ingombro del corpo nel nulla?

Diceva: «Siamo vittime di una temerarietà eccessiva oppure di una fatale negligenza?» (Edmond Jabès). La fotografia spaventa quando l’amore ci dà sostegno… perché è un atto insurrezionale contro il proprio sapere… né giudica, né impone nulla al dialogo tra fotografo e il fotografato… poiché dove tutto è bianco la fotografia vede il nero che cela, aveva annotato… fotografare vuol dire dissigillare, erompere, dissotterrare il fuoco che è in ciascuno, aprire strappi, non ricucirli… l’importante non è la fotografia, ma forse, il grado di condivisione che s’è attinto, vivendola.

L’immagine Pasoliniana di Mia è un’iconografia che contiene la leggerezza dell’inchiostro sull’acqua… non la sporca, la colora e costruisce forme che solo i bambini, i folli o i poeti conoscono e apprezzano… può essere un lamento oppure un canto, non so… un dialogo col silenzio o una vertigine di coscienza all’improvviso… forse è anche e soprattutto l’immagine che fantastica un bambino che apre la finestra sulla notte stellata e gli s’illuminano gli occhi come un re… forse è il dispiegarsi di una speranza d’amore che cresce al limitare del mondo e in una società straniera non erige pregiudizi, preconcetti o discriminazioni e ti fa credere che anche tu sei della medesima casa, fatta delle medesime stelle.

La fotografia in forma di poesia è un invito a disimparare tutto della perfezione tecnica… abiurare tutto del linguaggio fotografico… capire che la fotografia è l’interrogazione che crea la fotografia che la inaugura… è l’inosservato che diventa eterno. La fotografia è come la cacciata dal Paradiso… ha il destino eccezionale che implica una caduta o anticipa una risorgenza…  qualche volta muore con le ali spiegate contro i fili spinati della ragione imposta… ma non muore davvero… la sua luce/ombra diventa semenza di una storia cancellata che esonda nella bellezza e nella giustizia di domani infiniti… la fotografia autentica è la messa a fuoco di un istante lungo millenni… ogni fotografia in forma di poesia risiede nell’atto che si affranca alla libertà dell’arte come nascita della rivoluzione dell’umano nell’uomo.

FINE

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 9 volte marzo, 2025

29 Victor Hugo, I miserabili, Einaudi, 2014

30 Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie-Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò. Ediz. illustrata, Rizzoli, 2015 

31 La filastrocca di Humpty Dumpty è uno dei fili rossi che intrecciamo o talvolta risspecchiano o personaggi di uno dei lavori di James Loyce, Finnegans Wake, uscito nel 1939, prima edizione italiana, Mondadori, 1982… qui Joyce abolisce la normale ortografia e grammatica… inventa un flusso onirico di parole, racconta la storia di una famiglia alla periferia di Dublino attraverso il sogno del protagonista e con la , di parole stravolte, inventa la caduta e il risveglio all’umanità, forse.

32   Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie-Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò. Ediz. illustrata, Rizzoli, 2015

33  Giorgio Agamben, Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, Neri Pozza, 2017

34  André Breton, Manifesti del surrealismo, Einaudi, 1987

35  Michel Onfray, La scultura di sé. Per una morale estetica, Fazi Editore,  2007

36  Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Garzanti,  2018

37  Edmond Jabès, Il libro del dialogo, Manni, 2016

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