Nessuna gerarchia, nessuna preferenza di classe, nessun filtro artificiale. Per Martin Schoeller l’atto del ritratto si fonda su un’etica artistica democratica ed estrema: la totale uguaglianza dello sguardo. Che si trovi davanti al Presidente degli Stati Uniti o a un senzatetto incontrato per strada, Schoeller adotta il medesimo trattamento visivo. Come lui stesso ama ricordare, il suo intento non è celebrare lo status, bensì catturare quell’istante di vulnerabilità non mediata in cui il soggetto abbassa le difese. Questo approccio si traduce in un confronto democratico che costringe lo spettatore a ridefinire i concetti di celebrità, valore e onestà umana.
Nato a Monaco di Baviera nel 1968, il percorso di Martin ha inizio quasi per caso. Agli inizi degli anni Novanta, subito dopo il liceo, si trovava in quel limbo tipico dei vent’anni, incerto sulla strada da prendere. Un giorno, un amico gli propose di iscriversi insieme alla storica scuola Lette-Verein di Berlino per studiare fotografia. Martin era titubante, non aveva mai pensato seriamente alla macchina fotografica come a un destino. Eppure, decise di provarci. All’esame di ammissione mostrò alcuni ritratti scattati proprio a quell’amico e, contro ogni sua aspettativa, venne ammesso. In quel preciso istante, tra lo stupore e l’orgoglio, capì di avere talento. Trasferito a New York nel 1993 lavorò come assistente per Annie Leibovitz, assimilando la gestione dei grandi set e la disciplina tecnica.
La svolta stilistica arrivò nel 1998. Sperimentando il sistema di luci a fluorescenza Kino Flo, posizionate verticalmente ai lati del volto scoprì che questi tubi conferivano una luminosità straordinaria e un riflesso iconico negli occhi del soggetto. Nacque così il suo primo vero ritratto a una celebrità: Vanessa Redgrave. L’attrice apprezzò lo scatto e da quel momento Schoeller definì il suo marchio di fabbrica entrando nel mercato editoriale con la sua “brutale” e magnifica vicinanza. Da questo primo ritratto prese vita uno dei suoi progetti chiamato “Close Up”: un’insieme di macro-ritratti a cortissima distanza, rigorosamente frontali di persone celebri.
Questa specifica configurazione non solo produce un caratteristico riflesso verticale nelle pupille (il cosiddetto catchlight), ma genera una profondità di campo talmente millimetrica da isolare nitidamente solo gli occhi e i tratti principali del viso, lasciando che le orecchie, i capelli e lo sfondo sfumino nel nulla. Schoeller sviluppa i suoi progetti come ampi capitoli di un’unica indagine antropologica.
L’impianto visivo si carica di una drammatica valenza civile in progetti successivi come “Death Row Exonerees” in collaborazione con l’organizzazione no-profit Witness to Innocence (2014), dove ritrae uomini e donne ingiustamente condannati a morte e poi scagionati, dove lo sguardo immobile si fa portatore di un trauma indicibile. L’indagine sulla memoria e sul dolore storico raggiunge l’apice con “Holocaust Survivors” (2020), un progetto profondamente sentito dall’autore per via delle proprie radici tedesche, in cui settantacinque sopravvissuti alla Shoah sono stati ritratti e ogni ruga diventa qui una testimonianza monumentale di resistenza.
Accanto alla sofferenza, Schoeller esplora le geometrie dell’identità con l’affascinante serie “Identical” (2012), uno studio analitico sui gemelli omozigoti volto a rintracciare le impercettibili differenze individuali. Lo studio dei canoni estetici prosegue con “Female Bodybuilders” (2008), che cattura la fisicità esasperata della muscolatura femminile, ridefinendo i confini del genere.
Infine, l’universo umano si ricompone nel potente ciclo “Homeless” (2015-2020), in cui le persone senza fissa dimora escono dall’invisibilità sociale per essere ritratte con la medesima, solenne dignità tradizionalmente riservata ai divi di Hollywood.
Oltre ai progetti personali, Schoeller collabora con alcune riviste (The New Yorker, Rolling Stone e Time). Un’ esempio lo troviamo nei suoi ampi cataloghi di “Portraits” dove leader politici e le stelle della cultura pop si sono mostrati spogliati di qualsiasi filtro promozionale, ridefinendo il ritratto su commissione. Questo approccio si trova anche in “Athletes”, dove i titani dello sport mondiale vengono decontestualizzati e restituiti alla loro pura essenza corporea.
Lo sguardo inclusivo del fotografo emerge con forza anche nei progetti legati a DragCon e alla storica selezione annuale OUT100, vibranti omaggi alla comunità LGBTQIA+ in cui l’esuberanza del trucco e della messinscena teatrale amplifica la limpida trasparenza e l’autenticità del soggetto. Proprio questi lavori verranno racchiusi in una Monografia intitolata “Drag Queens” che uscirà ad Agosto di quest’anno.
La definitiva consacrazione dell’universalità di questo metodo si compie nei reportage, per il The New Yorker, dedicati alle comunità native isolate, come i cicli incentrati sulle tribù Hadza, Kayapo e Piraha. Fotografando i membri di queste popolazioni remote con lo stesso setup illuminotecnico e la medesima cura riservata ai set cinematografici, Schoeller azzera istantaneamente le distanze geografiche e culturali, collocando ogni singolo individuo su un piano di totale parità e universalità.
Nel corso della sua carriera, Schoeller ha saputo applicare il suo rigore geometrico alla dimensione dinamica, curando la regia di importanti campagne pubblicitarie globali (Lavazza, Volvo e tanti altri). A giugno del 2025, è stato premiato ai Lucie Awards per i suoi risultati nel campo della ritrattistica.
In un panorama contemporaneo dominato da filtri digitali e intelligenze artificiali che tendono a levigare, idealizzare e standardizzare i connotati umani, l’opera di Martin Schoeller si erge come un monumento di necessaria, splendida onestà. Ripensando a quel ragazzo di vent’anni che a Berlino decise di affrontare un esame di ammissione quasi per scommessa grazie all’intuizione di un amico, si comprende come la sua vera grandezza risiede nella profonda empatia che guida il suo intento originale. Il suo obiettivo non esprime giudizi, non stabilisce gerarchie e non cede alla lusinga: si limita a restituirci, con assoluta purezza, lo specchio della nostra comune, imperfetta e per questo preziosa umanità.
Alcune copertine dei libri di Martin Schoeller
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