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Mario Sorrenti, italo e americano, figlio e padre d’arte.

di Monica Uboldi

Storia di uno dei rappresentanti più significativi della fotografia contemporanea, caratterizzato da un realismo emotivo, una sensualità grezza e composizioni di grande impatto.

MARIO SORRENTI - autoportrait

Mentre Kurt Cobain e Courtney Love sfilano sulle prime pagine dei giornali e la loro musica distorta, graffiante e introspettiva domina le radio e MTV, altri due giovanissimi irrompono sulla scena con una nuova estetica, sono Mario Sorrenti e Kate Moss.

È il 1993, l’apice del grunge, i Nirvana pubblicano In utero e Mario Sorrenti realizza la campagna Obsession per Calvin Klein con delle granulose foto in bianco e nero (e anche video in super 8’’) della sua amata Kate, a cui resterà sempre legato.

Ma come è nata questa storia? Una bella storia.

Kate Moss, già modella a sedici anni, nel ’90 appare sulla copertina della rivista The Face, fotografata da Corinne Day con un linguaggio che proviene dal reportage e dall’underground, un volto acqua e sapone che esprime tutta la sua naturalezza. Nel 1993, Calvin Klein (anticipatore di una tendenza che vede gli stessi stilisti a trovare l’ispirazione per una campagna) contatta Kate Moss per la pubblicità di Obsession (profumo femminile) e vedendo delle foto intime e cariche di un romanticismo ribelle scattategli dal fidanzato, invita un’esordiente Mario Sorrenti a raccogliere il testimone di Corinne Day. Spedisce la coppia alle isole Vergini Britanniche per una settimana, loro due soli, senza trucco, parrucco, assistenti: dei set poveri e veri che sostituiscono le luci dello studio, anzi dei non-set, solo le vibrazioni della loro relazione; location estemporanee, naturalistiche, o interni miseri e decadenti, o l’insieme di tutto questo, come l’iconico muro scrostato che dà sfondo alla bellezza acerba di Kate nella foto simbolo della campagna pubblicitaria.

Così inizia la carriera di Mario Sorrenti fotografo. In questo clima di switch culturale, sono finiti gli anni ’80 e finisce il fenomeno delle top model, dal corpo perfetto, focus del tutto. Negli stati Uniti è finito l’edonismo reaganiano e in Italia finisce la Milano da bere, ricordiamo Mani pulite proprio nei primi ’90.

Ma perché parlare anche di Italia?

Mario Sorrenti è un fotografo americano, ma è difficile prescindere dalle sue origini italiane (non certo per un mero ius soli o un traballante italian pride), perché nasce a Napoli nel 1971 e solo a 10 anni si trasferisce con la famiglia a New York, una famiglia che porta con sé un bagaglio culturale e anche tecnico di notevole valore. Nel pieno della sua carriera, tornerà nell’area partenopea per alcuni servizi di moda.

La famiglia, padre e madre di origini italiane. Lui, Riccardo Sorrenti, pittore e docente ha trasmesso ai figli una forte sensibilità per l’arte visiva e l’estetica, insegna loro che l’arte può essere un lavoro. Lei, Francesca Vitucci, un’artista nata a Brooklyn, libera e poliedrica nel mondo della moda, ha collaborato per Fiorucci, ha aperto una boutique, ha gestito un’agenzia di pubblicità ed è stata anche stilista e fotografa; a Ischia incontra Riccardo, lo sposa e si trasferisce a Napoli. Nel 1981 il Bel Paese le sta stretto e ritorna negli Stati Uniti, sola con i suoi tre figli, tutti diventeranno fotografi, Mario, Vanina e Davide; quest’ultimo, nonostante sia morto giovanissimo, con il suo talento contribuì alla diffusione del fenomeno dell’heroin chic con una poetica tesa a comunicare la vulnerabilità e l’imperfezione. Quella stessa poetica che abbraccerà Mario (e che gli porterà accuse, opinabili, di aver romanticizzato la decadenza) e segnerà l’immaginario degli anni ’90.

A New York, Mario cresce in questo ambiente super stimolante e studia disegno, pittura e scultura   (pratiche mai tralasciate), sviluppando una forte attenzione ai volumi dei corpi, alla tensione dei muscoli e ad un uso sofisticato del colore e della luce. Inizia a scattare foto a 18 anni, inizialmente come un’estensione della sua ricerca visiva, senza il bisogno di fare distinzioni tra i vari media.

In quegli anni la fotografia era solo analogica, Sorrenti si interessa così agli aspetti tecnici della fotografia, imparando a sviluppare e stampare in camera oscura e afferma di non aver avuto una scuola ma tanti maestri; fondamentale è stata la sua prima esperienza da modello dove sui set apprende una fine abilità guardando chi gli sta intorno, oltre a sperimentare in prima persona le pressioni e le esigenze performative del mondo della moda, sviluppando in lui un’empatia verso i suoi soggetti una volta che si ritrova al di qua dell’obiettivo.

La fotografia digitale verrà dopo, ma per Sorrenti l’approccio a questa nuova tecnologia è fortemente influenzato dall’esperienza analogica, con quei vincoli che considera molto formativi. Metà del suo archivio è ancora su pellicola.

I primi set, minimi, in cui spesso faceva tutto da solo, sono la sua palestra per sviluppare quell’attitudine a trovare la giusta alchimia tra intimità e fiducia col soggetto, a cui Sorrenti vuole trasmettere la consapevolezza di star creando qualcosa insieme, come in una danza.

Negli ultimi anni, data anche un’epoca di nostalgia, è frequente imbattersi in ripubblicazioni dei suoi lavori sulle riviste più autorevoli, forse la stessa nostalgia che sta riportando in auge il trend heroin chic (silhouette sottili, volti emaciati, segni di vita sregolata) con evidenti criticità quando non si limita a rappresentarne la fragilità e l’autenticità, come nell’opera di Sorrenti, ma esaspera il ritorno di un unico canone di bellezza che oscura la recente conquista della body positivity, generando ansia per la forma fisica.

Il resto è cronologia, tanti lavori diversi per committenti diversi, con un unico filo conduttore: la relazione con la persona che gli sta di fronte!

Per citare alcuni suoi lavori:

Ha realizzato servizi fotografici per Vogue, W Magazine, The New York Times, Harper’s Bazaar, fra le altre pubblicazioni. Tra i suoi clienti commerciali figurano Calvin Klein, Loro Piana, Chanel, Balenciaga, Ferragamo, Jil Sander, Tom Ford, Dior Beauty, Lancôme, Roberto Cavalli, Lancôme, Max Mara, Saint Laurent, Emporio Armani, Estée Lauder, Paco Rabanne, Emilio Pucci, Tom Ford, Kenzo, Tiffany, Benetton e Jill Sander.

Sorrenti ha pubblicato diversi libri:

The Machine (edito da Steidl) 2002: un toccante e intimo omaggio fotografico dedicato al fratello Davide Sorrenti, anch’egli talentuoso fotografo, affetto da una malattia rara, scomparso prematuramente nel 1997.

Draw Blood for Proof (edito da Steidl) 2013, un’opera visiva complessa che raccoglie collage, diari fotografici, provini e scatti personali del fotografo.

Kate (edito da Phaidon) 2018, il suo libro più celebre, contenente 50 ritratti di una giovanissima Kate Moss.

Nel 2012 è stato il fotografo del celebre Calendario Pirelli. Inoltre ha realizzato progetti per album discografici, tra cui Fijación oral vol. 1 di Shakira nel 2015.

Ha esposto le sue opere presso gallerie fotografiche ed esposizioni internazionali a Londra, Parigi, Monaco, New York, Roma; alcune di queste opere sono presenti nelle collezioni permanenti del Victoria & Albert Museum e della National Portrait Gallery, entrambi a Londra.

 

Significativo è il rinnovato sodalizio con Calvin Klein, che nel 2019 richiama Sorrenti per testimoniare, con un cast di giovani talenti, una nuova dimensione giovanile circondata da politiche di regresso e incertezza del futuro. I Speak My Truth in #MyCalvins vuole raccontare questo nuovo switch politico-culturale.

Mario Sorrenti, I Speak My Truth, campagna Calvin Klein, 2019

Attivo anche su progetti personali, slegati dalla committenza commerciale e dedicandovi tempi lenti, Sorrenti, dopo oltre 30 anni dai suoi primi scatti, è ancora alla ricerca dell’innocenza ed è oggi fortemente stimolato dall’osservare la visione di sua figlia Gray (avuta dalla moglie Mary Frey, scultrice e ceramista) anche lei fotografa da quando aveva 15 anni, con cui collabora, con la voglia di mettersi in gioco e imparare ancora dallo sguardo dei giovani.

Nel 2019, in coppia per la prima volta con la figlia, ha reinterpretato il packaging de La Mer con immagini di un’intima delicatezza realizzate sulle rive dell’oceano, sguardi che si incontrano tra le insenature, e ancora una volta si ha la sensazione di sbirciare in una bolla di privato densa di legami emotivi!

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