Un libro d’artista con due bandiere come riflesso di tutte le bandiere.
Mario Lo Coco nel 2015 crea un libro d’artista intitolato “Riflessioni poetiche sull’umano essere”, usando come oggetto di base un “Registro” appartenuto al Convitto Guglielmo II di Monreale (PA) e risalente all’inizio del ventesimo secolo, all’interno del quale venivano annotate notizie varie su coloro che frequentavano il Convitto stesso. Ecco il primo elemento su cui Lo Coco riflette e crea: gli “appunti” di una storia, in sé poco interessante, relativa ad alcune persone vissute in un luogo e in un tempo ristretto, per indicare, con una “elevazione” di fantasia, la più ampia e appassionante storia dell’intera umanità. Il contenuto del Registro è leggibile solo in piccole parti, quelle che sono rimaste visibili dopo che l’artista ha piegato sinuosamente in sé gruppi di pagine, formando, piegatura dopo piegatura, una specie di moto ondoso. Un riferimento quest’ultimo a tutti i mari, con una particolare attenzione al Mare Nostrum, alla sua storia di “profondità annegate” e spesso dimenticate. Mario Lo Coco non può esimersi dall’appartenere a una cultura, quella siciliana, circondata dal mare, un mare che ancora dona vita e ancora raccoglie morte violata. La parte nascosta del contenuto verbale del Registro si può “leggere” come un parallelismo alla nostra impossibilità di conoscere la “vera” storia dell’umanità, perduta nel decadimento della memoria e dei documenti che, almeno parzialmente, l’avrebbero attestata; ma soprattutto della memoria perduta nel revisionismo storico, appunto, che banalmente ma opportunisticamente i “vincitori” hanno da sempre operato. Occorre però sottolineare, per non cadere in un becero qualunquismo, che non tutti i “vincitori” hanno mistificato la realtà con le stesse intenzioni e lo stesso profondo disprezzo della verità. Lo Coco individua, anche qui usando “particolari” per rappresentare il tutto, uno scrittore e un poeta, Primo Levi e Hanna Abu Hanna, appartenenti a popoli e religioni differenti; trascrive due loro scritti sovrapponendoli alle parole del registro, ai quali affianca due “mattonelle” di carta pressata raffiguranti due bandiere: quella di Israele e quella dello stato Palestinese (estremamente attuali nel loro delirio!). Primo Levi e Hanna Abu Hanna, in modo tra loro diverso, sono “legati” a queste bandiere. Le mattonelle sono state appositamente sbrecciate dall’artista come fossero reperti di una potente esplosione avvenuta durante una battaglia. Le parole scritte e le bandiere, sono unite e imprigionate da un reale filo spinato e da uno disegnato, in rappresentanza iconica di tante memorie. Parole nascoste, parole sofferte anche parole esasperate e idealizzate in un atto di difesa; bandiere tra le macerie di una guerra; onde di mare che soffocano acquose urla, un mare che viene percepito in un solo istante di realtà e reso rigido dalla colla che trattiene i fogli, come per noi la conoscenza della nostra storia. Tutto si concentra sulla consapevolezza di una umanità che non può fare a meno della violenza e della guerra, degli olocausti e delle pulizie etniche. Eppure, pur nella deprimente e spaventevole attualità internazionale, Mario Lo Coco con questa sua opera è riuscito, attraverso la sua poetica e la sua costruzione estetica, ad “alleggerire” alcuni significati profondamente negativi presenti nel suo concentrato “racconto”, trasformandoli in visioni di possibili cambiamenti sociali positivi; pur essendo consapevole che questi auspicabili cambiamenti saranno comunque temporalmente limitati e non sufficienti alla creazione di una ideale Età Aurea. Tornando alla poetica e all’estetica dell’oggetto libro, è evidente la sua bellezza d’insieme che comprende il “fluire” delle forme, la fascinazione di un oggetto così vecchio ma non perduto nella sua artistica rivitalizzazione che amplia la nostra vita, la bellezza formale della scrittura che lo caratterizza in contrasto con la scrittura, segnata dall’artista, disarmonica ma viva, quasi arrabbiata, usata nel comporre gli scritti di Levi e Hanna, la sinuosità del nero filo spinato e la vivacità dei colori delle bandiere. Bandiere, variamente colorate, che dovrebbero essere portatrici di differenze costruttive e di arcobaleni, non di confini respingenti e violenti. Mario Lo Coco opera una denuncia, usando un contesto circoscritto, che rappresenta il fare umano nel suo essere “ammasso”, che non ha o rifiuta la memoria per interesse, per irresponsabilità o per paura, e ce lo comunica con un’opera perfetta nella sua imperfezione “meravigliosamente” umana. L’opera è stata esposta per la prima volta a Vicenza presso i locali di Porto Burci in occasione della mostra “Luoghi Sospesi” a cura dei “Curatori Volontari Riuniti” nel 2019; non posso non riferire che l’esposizione dell’opera era stata rifiutata in precedenti mostre perché considerata non politicamente corretta (?).
Articolo pubblicato su OLIMPIA IN SCENA – Lo spettacolo è di tutti: https://olimpiainscena.it/
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