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MARIA VITTORIA BACKHAUS – La Fotografa che avrebbe voluto saper ballare

di Paolo Ranzani

Sento la necessità di scrivere questo omaggio a Maria Vittoria Backhaus, una fotografa, una amica e una collega fantastica che purtroppo ci ha lasciato da poco, ma il cui sguardo resterà vivo nelle sue incredibili immagini, nelle sue sperimentazioni e nella sua irrefrenabile eleganza.

Maria Vittoria Backhaus è stata una delle fotografe italiane più originali e versatili del secondo Novecento. Nata a Milano nel 1942 e formatasi all’Accademia di Brera in scenografia, ha saputo trasformare quella sensibilità teatrale in un linguaggio fotografico unico, capace di spaziare con naturalezza dal reportage alla moda, dalla pubblicità agli still life, fino ai collage e ai micro-paesaggi. La sua carriera inizia negli anni Sessanta, quando lavora come fotoreporter per testate come Tempo Illustrato e documenta la Milano beat, i concorsi di cani, i backstage dei fotoromanzi: piccoli frammenti di vita che, rivisti oggi, restituiscono tutta la sua ironia e il suo sguardo curioso sul quotidiano. In quegli stessi anni entra in contatto con il mondo della moda e del design, collaborando con stilisti come Walter Albini e con riviste internazionali. Non si limita a illustrare abiti o prodotti, ma li trasforma in protagonisti di un racconto: lo studio diventa set, la luce è parte della trama, lo spazio costruisce atmosfere in cui eleganza e invenzione convivono.

“Mi ricordo che negli anni ’90 ero andata a New York da questa grandissima agenzia, Art and Commerce, e loro mi avrebbero anche preso subito per fare gli still life ma cosa succedeva? Che mi dicevano “tu devi uscire a cena tutte le sere con gli art director” e io pensavo alla mia casa a Filicudi, al mio cane e ho detto “ma chi me lo fa fare?”. Sono rimasta a Filicudi a fotografare i fichi d’india e forse era quello che volevo fare. Perché poi alla fine a fare sempre le stesse foto, a vedere le stesse persone, la tua vita si restringe.”

Dal catalogo Cassina - Il set è stato tutto dipinto tavoli tv tappeti ecc su mio progetto per un catalogo di Cassina curato da Italo Lupi. ©MariaVittoriaBackhaus

Con il tempo, MVB, sviluppa un linguaggio sempre più personale, fatto di rigore formale e lampi di ironia. Alcuni dei suoi lavori più celebri — come il teatrale ritratto della “matrigna di Biancaneve” del 2001 o i collage della serie Icon realizzati a Filicudi nel 2008 — mostrano la sua capacità di muoversi con la stessa forza espressiva fra il glamour e il gioco concettuale. Amava raccogliere miniature e oggetti, con cui costruiva veri e propri “presepi laici”: piccoli mondi messi in scena davanti all’obiettivo, che rivelano la sua vena ironica e il suo bisogno di narrazione. Allo stesso tempo, non abbandonò mai il reportage e il ritratto, con una predilezione per i soggetti marginali, le atmosfere insolite, i dettagli che altri avrebbero trascurato.

Negli anni Novanta e Duemila si sposta spesso fra Milano, Filicudi e il Monferrato, luoghi che diventano laboratori di ricerca visiva. Le sue Polaroid, le sperimentazioni con i grandi formati, le stampe analogiche e le incursioni nel digitale testimoniano la volontà costante di reinventarsi, di non adagiarsi mai su formule già sperimentate. La critica le ha riconosciuto il merito di essere stata una precorritrice di molta fotografia contemporanea, capace di unire la precisione della moda con l’imprevedibilità del racconto visivo.

“Io dico sempre che, per me, il fotografo è un archivista. Io penso di aver fatto l’archivista. Lo dico sempre ma forse non è neppure vero. Magari avrei fatto meglio altre cose. Magari ballare.”

Nelle interviste raccontava la fotografia come un atto di libertà e di respiro: “bisogna conoscere la tecnica e poi dimenticarla”, diceva, rivendicando un approccio intuitivo e sperimentale.

Nel 2023, la retrospettiva al MonFest di Casale Monferrato si intitolava significativamente I miei racconti di fotografia oltre la moda.Ho sempre pensato che la moda fosse un pretesto, un linguaggio tra gli altri, ma mai un fine”.

Nel 2025, la Cavallerizza di Brescia le ha dedicato un’ampia personale con oltre cento immagini, dal bianco e nero del reportage beat ai collage teatrali.

Tra le sue pubblicazioni più recenti, spicca Come Together (Rizzoli, 2025), che raccoglie le immagini scattate al leggendario concerto dei Beatles al Vigorelli di Milano. Ero l’unica fotografa donna in quell’occasione e sentivo che stavo assistendo a un momento che non sarebbe più tornato”.

Oggi le sue immagini vivono nelle collezioni museali, nei cataloghi e nelle mostre antologiche che le hanno reso omaggio, ma soprattutto nello sguardo di chi le osserva. Guardando i suoi collage, i suoi ritratti, i suoi still life, ci si accorge che Backhaus non fotografava solo abiti, oggetti o persone: fotografava storie, mondi possibili, spazi in cui il rigore e la leggerezza convivono. È questo il lascito più prezioso di una fotografa che ha saputo trasformare ogni scatto in un piccolo teatro dell’immaginazione.

Leggendo le sue immagini, le sue mostre, ascoltando le sue parole, è evidente che Maria Vittoria Backhaus ci regali qualcosa di più di “belle fotografie”. Ci ha donato:

  • Il coraggio della differenza: lavorare da donna in quegli anni nel fotogiornalismo, nella moda, in ambienti spesso maschili, con disponibilità economica modesta all’inizio, richiedeva fiuto, resistenza, convinzione.
  • La sperimentazione come respiro: non accontentarsi della resa “tipica”, ma cercare nuovi materiali, tecniche, set, collage, costruzioni scenografiche; anche la Polaroid come mezzo non convenzionale, ma potente.
  • L’immaginazione critica: non solo moda per il bello ma moda per costruire storie; contesto, realtà sociale, memoria, critica leggera, ironia.
  • Un’eredità visiva: le mostre antologiche, i suoi archivi, e il fatto che viene riconosciuta oggi come una pioniera nel campo della fotografia italiana, femminile e sperimentale, significano che le sue immagini continueranno a ispirare studi, fotografi, appassionati.

“Mi hanno chiesto più volte di fotografare le automobili ma proprio non ci riuscivo! Non le volevo fare, non mi piacevano. In fotografia ho fatto un po’ tutto perché io sono il contrario della specializzazione. Non mi interessava essere un fotografo di moda, di design. Ho fatto qualsiasi cosa fondamentalmente pensando di fare la mia foto. Cosa avrei voluto fare? Ballare! Invidio quelli che ballano. Sì, io sono invidiosissima di quelli che sanno ballare! Ci sono tante altre cose che vorrei fare perché naturalmente io voglio fare tutto: voglio disegnare, ricamare, cucinare, qualsiasi cosa e mi disperdo in queste 500 cose da fare. Sono sempre convinta di portarle a termine quando converrebbe limitare la progettualità, ma non ci riesco. Un’altra cosa che ho sempre fatto è prendere delle case brutte e farle diventare belle. L’ho fatto a Filicudi, a Milano e ora in Monferrato. Scegliamo sempre posti diroccati e disgraziati. Mi piace moltissimo metterli a posto. In pratica quello che faccio io è la confusione. Le persone mi chiedono “chi sei? cosa fai?” e non so come rispondere. Fare fotografie, restaurare le case fanno tutte parte del non volersi ridurre a un’unica definizione.”

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