Addio a Duane Michals, il poeta della luce e del sogno
C’è una fotografia di Duane Michals che mostra un uomo seduto su un letto, in una stanza qualunque. Poi, nel fotogramma successivo, qualcosa comincia a separarsi da lui — una forma vaga, come un vapore con la sua stessa silhouette. Poi ancora un altro scatto: la figura è quasi distaccata. Nell’ultimo, il letto è vuoto. Si intitola The Spirit Leaves the Body, ed è del 1968. Oggi, il 9 giugno 2026, a novantaquattro anni, lo spirito di Duane Michals ha davvero lasciato il corpo. E la fotografia — tutta la fotografia — è un posto un po’ più silenzioso.
Michals era uno di quegli artisti rari che non solo hanno prodotto opere straordinarie, ma hanno cambiato il modo in cui si pensa al mezzo che usavano. Ha preso la fotografia — uno strumento che il mondo considerava uno specchio della realtà — e l’ha trasformata in qualcosa di più vicino al sogno, alla poesia, alla confessione. Ha fatto domande che nessun altro si stava ponendo: cosa succede quando una fotografia smette di voler essere prova di qualcosa e comincia a interrogare l’invisibile? Cosa resta di noi quando usciamo da una stanza? Cosa significa fotografare un’emozione?
McKeesport, Pennsylvania, 1932
Duane Michals nasce il 18 febbraio 1932 a McKeesport, un sobborgo operaio di Pittsburgh dove si lavora l’acciaio e si vive con pochi fronzoli. Ed è esattamente da quella periferia grigia — da quella vita di famiglia working class, di sogni compressi dentro case piccole — che Michals trarrà per tutta la vita una delle sue forze più profonde: la capacità di guardare l’ordinario e vederne il mistero.
Da ragazzo prende lezioni di acquerello al Carnegie Institute di Pittsburgh. A diciassette anni lascia McKeesport per iscriversi all’Università di Denver, dove nel 1953 si laurea in graphic design. Fa due anni nell’esercito americano, in Germania. Poi si trasferisce a New York, e New York lo trattiene per sempre.
Il percorso verso la fotografia è quasi accidentale, come spesso accade alle storie più belle. Nel 1958 va in Unione Sovietica con una macchina fotografica in prestito. È lì, fotografando le persone che incontra per strada, nei mercati, nei parchi di Mosca e Leningrado, che capisce di aver trovato qualcosa. Quelle immagini diventano la sua prima mostra, nel 1963, all’Underground Gallery di New York. Ha trentun anni, nessuna formazione fotografica formale, e già uno sguardo inconfondibile.
Il ribelle tranquillo
Gli anni Sessanta sono l’epoca di Henri Cartier-Bresson e del “momento decisivo”: la fotografia come caccia alla realtà, come cattura del flusso della vita nell’istante perfetto. Il fotogiornalismo domina il dibattito. La fotografia ha un compito preciso: documentare, testimoniare, fermare il tempo.
Michals non ci sta.
Comincia a mettere in scena le fotografie, a costruire situazioni che non sono accadute ma che potrebbero accadere, o che accadono dentro di noi. Comincia a lavorare in sequenza, rubando alla logica del cinema la capacità di raccontare qualcosa che si trasforma nel tempo. Una serie di sei, sette, otto fotogrammi che mostrano una metamorfosi, un incontro, una separazione, un passaggio.
Chance Meeting del 1969 è tra le sequenze più note: due uomini si incrociano per strada, si voltano a guardarsi, e nell’ultimo fotogramma ognuno ha preso la direzione dell’altro. Un gesto minuscolo, un’intera storia di desiderio e caso, consumata in sei fotogrammi.
Poi arriva la seconda svolta, quella che forse più di ogni altra cosa lo distingue da tutti i suoi contemporanei: comincia a scrivere sulle stampe. Direttamente sulle fotografie, a mano, con la sua grafia irregolare e personalissima, aggiunge testi che ampliano l’immagine e la contraddicono, a volte. La portano in un territorio che l’immagine da sola non può raggiungere. È uno schiaffo gentile all’idea che la fotografia debba parlare da sola, che l’immagine sia autosufficiente. Michals dice: e se non lo fosse? E se quello che voglio davvero dire stesse tra le parole e le immagini, in quel territorio di nessuno?
I temi di una vita
Michals non è mai stato un fotografo di superficie. I suoi temi sono la morte, il sogno, il desiderio, l’identità, Dio, il tempo, la memoria. Non li affronta con la solennità di chi vuole fare opere Importanti — li affronta con la curiosità genuina di un bambino che fa domande scomode agli adulti. Con ironia, anche. Con humour. Con una leggerezza che non è superficialità ma è il modo più onesto di avvicinarsi alle cose che fanno più paura.
Things Are Queer del 1973 è una sequenza in cui ogni fotogramma rivela che quello precedente era contenuto in qualcosa di più grande, in una mise en abyme che non finisce mai — e che alla fine ci riporta all’inizio. Un puzzle visivo che è anche una meditazione sulla percezione e sull’impossibilità di vedere davvero la realtà tutta intera.
Empty New York è un altro lavoro fondamentale: New York fotografata all’alba, deserta, svuotata di abitanti. Le strade, i locali, i marciapiedi — tutto uguale ma senza persone. È una New York fantasma che parla di assenza e di come la presenza umana trasformi il significato degli spazi. Per ottenerla, Michals si alzava prima dell’alba e girava per la città con la macchina fotografica, cercando la città prima che la città si svegliasse.
E poi ci sono i ritratti. Michals ha fotografato Andy Warhol, René Magritte, Marcel Duchamp, Mick Jagger, David Hockney, Allen Ginsberg. Senza volerli ritrarre usando luci e studio. decide di ritrarli nelle loro case, nelle loro stanze, con la luce di una finestra. Richard Avedon e Irving Penn perfezionavano i soggetti sotto le luci di studio; Michals portava il soggetto nel suo ambiente naturale, e aspettava.
Nel 1965 va a Bruxelles a trovare René Magritte, che ammira profondamente. Non parlano la stessa lingua, ma passano cinque giorni insieme. Ne nascono ritratti meravigliosi e un libro, A Visit with Magritte, pubblicato nel 1981, che documenta quella strana amicizia silenziosa tra due artisti che abitavano lo stesso territorio surreale per strade diverse.
I libri
Michals ha capito presto che il libro fotografico non è semplicemente un contenitore di immagini: è un’opera in sé. Ha pubblicato decine di volumi nel corso della sua vita, ciascuno con una struttura narrativa propria, una coerenza concettuale, un carattere.
Sequences del 1970 è il manifesto della sua poetica delle serie: immagini che si leggono come storie, che si dispiegano nel tempo come i fotogrammi di un film. È il libro che più di ogni altro ha influenzato le generazioni successive.
Real Dreams del 1976 esplora il territorio onirico con la stessa fedeltà con cui altri fotografi documentano la realtà: il sogno trattato come dato di fatto, come luogo visitabile, come verità.
The Nature of Desire affronta con coraggio e tenerezza il tema del desiderio — anche omosessuale, in un’epoca in cui farlo non era scontato. Michals non ha mai nascosto la propria omosessualità né l’ha esibita come bandiera: l’ha semplicemente inclusa nel suo lavoro come parte dell’esperienza umana di cui voleva fare un ritratto onesto.
Foto Follies è il Michals più giocoso e irriverente, quello che si prende in giro, che smonta le pretese della fotografia fine art con autoironia graffiante. Perché Michals aveva anche questo: la capacità di non prendersi troppo sul serio, di ridere del proprio mestiere e di sé.
Un lavoro senza studio, senza soldi, senza scuse
Una cosa che colpisce, guardando la traiettoria di Michals, è che non ha mai cercato le infrastrutture del successo. Ha lavorato per decenni anche commercialmente — per Esquire, Vogue, Mademoiselle, seguendo nel 1974 le riprese di Il grande Gatsby — ma lo ha fatto senza mai perdere il filo del suo lavoro personale.
Ha insegnato che le grandi idee non richiedono grandi mezzi. Che la fotografia, al suo meglio, è un atto di pensiero prima ancora che di tecnica. Che quello che conta non è la perfezione dell’immagine ma la necessità di ciò che si vuole dire.
Gli ultimi anni e l’ultima mostra
Michals non ha mai smesso di lavorare. Ha continuato a produrre, a sperimentare, a mostrare fino agli ultimi anni della sua vita. Nel 2015 il Carnegie Museum of Art di Pittsburgh gli dedica una grande retrospettiva, Storyteller: The Photographs of Duane Michals. Nel 2019 è la volta della Morgan Library & Museum di New York con The Illusions of the Photographer. Nel 2025 la Fundación Canal di Madrid ospita El fotógrafo de lo invisible. Ancora quest’anno, fino al 21 giugno, è in corso a Monte Carasso, in Svizzera, la mostra Il fotografo dell’invisibile allo SpazioReale.
E poi c’è Beyond Likeness, la sua ultima mostra personale, aperta ad aprile all’Università di Denver — la stessa università dove aveva studiato settantadue anni prima — e visitabile fino al 3 maggio. Un cerchio che si chiude in modo commovente, quasi che Michals avesse voluto tornare all’inizio prima di congedarsi. La mostra presenta oltre cento ritratti tratti da una donazione importante all’ateneo, e porta nel titolo tutta la sua poetica: Beyond Likeness, oltre la somiglianza. Perché in un ritratto quello che conta non è mai la superficie del volto — è quello che non si vede, le forze invisibili di emozione, memoria, immaginazione, mortalità che abitano sotto la pelle.
Quello che resta
Duane Michals ha ricevuto nel corso della vita riconoscimenti importanti: Honorary Fellowship dalla Royal Photographic Society nel 1991, medaglia d’oro dal National Arts Club nel 1994, il Masters Series Award dalla School of Visual Arts nel 2000, l’ingresso nella International Photography Hall of Fame nel 2020. Ma i premi non erano quello che lo definiva. Lo definiva il lavoro. E il lavoro è ancora tutto lì, integro, necessario, vivo.
Ha influenzato generazioni di artisti — David Levinthal, Francesca Woodman e molti altri portano nel loro lavoro tracce visibili di quanto Michals abbia dilatato i confini di quello che una fotografia può fare e dire. Le sue sequenze hanno anticipato il linguaggio dei graphic novel fotografici, del cinema d’artista, della narrazione visiva contemporanea.
Era stato preceduto nella morte dal suo compagno di lunga data Frederick Gorrée, scomparso nel 2017. Il dolore di quella perdita — si può immaginare — si sarà depositato nel suo lavoro come sempre accade con i grandi artisti: trasformato, distillato, restituito al mondo in forma di immagine.
Una delle sue frasi più citate è questa: “Io non sono interessato alla fotografia come documento della realtà. Sono interessato alla fotografia come documento dell’invisibile.”
Novantaquattro anni passati a cercare di fotografare quello che non si vede — il sogno, il desiderio, la morte, l’anima, il tempo che passa dentro le cose.
Ci ha lasciato immagini in cui lo spirito lascia il corpo. Lo ha fatto davvero, il 9 giugno. Ma lo spirito — quello — non se n’è andato da nessuna parte. Sta ancora lì, in quelle stampe piccole, in quella grafia irregolare sulle fotografie, in quelle sequenze che raccontano storie che la realtà da sola non saprebbe raccontare.
Duane Michals (McKeesport, Pennsylvania, 18 febbraio 1932 – New York, 9 giugno 2026)
Altri articoli di questa rubrica
Hasselblad sulla Luna: la storia della fotocamera che ha ritratto l’umanità fuori dal proprio pianeta
Makeda Best alla guida della fotografia al MoMA: una nomina che ridisegna gli equilibri del museo
Nick Brandt. L’uomo che fotografa la fine del mondo — e ci chiede di guardare
PACO DI CANTO – La moda diventa racconto
SARAH MOON – L’ombra e il sogno: il mondo fragile di Sarah Moon
Robert Mapplethorpe. Una risposta scomoda
Pieter Henket – La quiete come atto politico
Arnold Odermatt
Paolo Roversi “La mia vita è piena di foto che non ho scattato”
Horst P. Horst – Erotismo imbrigliato – Exhibition Venezia 2026

Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
No comment yet, add your voice below!