In Brasile, Lucinete è un nome proprio femminile che può essere interpretato come “colei che porta la luce”. Quel nome è diventato, nel tempo, il simbolo di una presenza silenziosa, di una comunità che nasce proprio dall’insieme delle luci di ogni individuo che la compone.
Il progetto osserva le vite di giovani e famiglie di una comunità del nord-est del Brasile, che si muovono tra assenze, vulnerabilità e relazioni complesse, in condizioni di precarietà sociale ed economica.
Più che raccontare una condizione sociale però, “Lucinete” cerca di restituire la quotidianità delle persone incontrate. Un racconto semplice, costruito attraverso i piccoli gesti, gli affetti, le attese e le fragilità che compongono la vita di una comunità. È una riflessione sulla crescita, sull’assenza e sulle forme di resistenza che emergono nella vita quotidiana.
È questa una narrazione corale, umbratile con schegge di luce o scorci luminosi a farci riprendere fiato. Ogni foto è respiro di un racconto di donne e di bambini lì nelle squallide favelas brasiliane; agli uomini l’incipit di questo coro e la sua chiusura. Racconti forse rivolti alla luna che si staglia nel cielo incorniciata da cime d’alberi e, come ne “Il coyote” di R. Roversi, le storie narrate sono ululati del mondo, di quell’amalgama di dolore, sogni, disillusione, gioia, sgomento che è il vivere.
Il buio voluto dall’autrice si offre per essere trapanato, scrutato. Dettagli portatori di senso sono ‘punti’ di luce scelti con cura: ora un ramo come lancia che sembra illuminare il volto di un ragazzino e voler trainare il suo sguardo basso al di là delle pareti scorticate, ora esplosive faville che crepano il buio. A volte questa intenzione sembra affidata alla parola, “Lucinete” illumina col suo significato di “piccola luce” un muro corroso, o “Vida loka” (Vita pazza) tatuata sul braccio di una giovane a confermare sulla propria pelle la luce di parole magiche impresse sulla sua maglietta, luce desiderata, affidata a ‘segni’ che dicono tutto mentre la ragazza nasconde il proprio volto. Mi chiedo se sia pudore nell’esporre il viso o i propri sogni.
Un uso metaforico del bianco e nero è pure nelle gradazioni di grigio che trapassano l’una nell’altra sino a un buio raspato da un chiarore che a fatica si fa strada, o nella luce che sopravanza ombre che al suo cospetto, e a quello di giovani presenze, sbiadiscono.
Anche gli uccelli divengono metafora, posati su cavi luminosi, quieti, vicini nel biancore dei ventri: gli stormi sono entità che favoriscono la sopravvivenza dei singoli, strategia vitale anche per gli esseri umani; o un corvo che con la coda e la punta delle ali mozzate non può guadagnare il cielo, la sua prigione senza sbarre e la terraferma.
Simboli ricorrenti sono steccati, muri, reti; emoziona la donna, contro uno steccato che ribadisce la propria invadenza proiettando l’ombra sul viso di lei, che è girato, quasi a volergli sfuggire, verso un rimpianto o un desiderio; da contraltare, nella luce un ragazzo distante da un muro sovrastato dal cielo chiaro, e su una strada che prelude la possibilità di scegliere il cammino futuro. Tre foto per diversità di stile impongono la ricerca del senso del loro esserci che solo l’autrice conosce. Tra le possibili ipotesi, la mia è che manifestino l’autrice stessa in un racconto nel racconto. Forse lei è lì, sulla radura a raccontare assieme agli altri la sua storia alla luna, forse quei racconti sono perle come le gocce d’acqua che impreziosiscono una tela di ragno. Forse da viaggiatrice, mentre tutto scorre via, ferma ciò che va impresso e condiviso affinché il nostro sguardo non ignori, qui come nel resto del mondo, chi vive ai margini ma continua a “fare”, a desiderare, a lottare tra indifferenza e squarci di rispetto e solidarietà.
Testo di Eletta Massimino
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