La pratica dei “Piedi di Loto”, una tradizione cinese perpetuata per circa un millennio, consisteva nella fasciatura stretta dei piedi delle bambine allo scopo di modificarne la struttura e mantenerli di dimensioni ridotte. Si trattava di una procedura cruenta e brutale, diffusa soprattutto tra le classi più nobili e considerata un simbolo di bellezza. La deformazione che ne derivava era vista come espressione di un canone estetico elevato e, perfino la deambulazione instabile che ne conseguiva, veniva ritenuta seducente.
L’usanza si diffuse inizialmente per motivi estetici, ma in seguito assunse anche un significato legato allo status sociale: una donna con piedi fasciati non poteva lavorare, e ciò implicava la necessità di un marito benestante. Per questa ragione, la pratica si estese anche alle classi più povere, nella speranza di poter far sposare le bambine con famiglie di livello sociale più elevato e migliorare così il prestigio della propria famiglia.
La fasciatura veniva eseguita su bambine tra i quattro e gli otto anni, per favorire meglio la deformazione e ridurne l’impatto psicologico. La tecnica prevedeva l’immersione dei piedi in una soluzione a base di erbe, il taglio delle unghie per prevenire infezioni e la piegatura forzata delle dita (eccetto il pollice), spesso fratturate e spinte sotto la pianta del piede, mentre l’arco plantare veniva inarcato. I piedi venivano poi fasciati strettamente, e le bambine erano costrette a indossare calzature rigide anche durante la notte. In questo modo, i piedi, impediti nella crescita, assumevano una forma arcuata simile a una mezzaluna.
Le origini della pratica sono avvolte da una leggenda: una concubina imperiale avrebbe fasciato i propri piedi con della seta bianca per danzare con grazia nella cosiddetta “Danza della Luna sul Fiore di Loto”, nel tentativo di conquistare il favore dell’imperatore. La tradizione si diffuse poi particolarmente durante la dinastia Song (960–1279).
L’abolizione ufficiale avvenne nel 1912, con la nascita della Repubblica Cinese. Tuttavia, la pratica proseguì clandestinamente nelle zone rurali fino al 1949, quando, con l’avvento della Repubblica Popolare Cinese, il governo impose controlli severi per estirparla definitivamente.
Questo ritardo nell’eliminazione ha fatto sì che, ancora oggi, esistano donne portatrici di quella atroce testimonianza, soprattutto nelle aree più remote della Cina. Nel mio recente viaggio, ho avuto la straordinaria occasione di incontrarne alcune, vivendo un’esperienza fuori dal tempo.
Mi trovo nello Yunnan, una delle regioni storicamente più povere della Cina, insieme al Guizhou e alla regione autonoma del Tibet. Negli ultimi anni, però, questa provincia sta vivendo una notevole trasformazione socioeconomica, favorita da importanti investimenti statali nel potenziamento delle infrastrutture. Tali interventi hanno facilitato anche un significativo incremento del turismo, sia interno che internazionale.
Da Kunming, il capoluogo, proseguiamo in auto per circa tre ore e mezza, lungo un percorso che attraversa paesaggi incantevoli: campi coltivati punteggiati da alberi in fiore, circondati da catene montuose che si stagliano all’orizzonte. Arrivati al villaggio, incontriamo il nostro interprete locale, che ci accompagna a conoscere la prima donna.
Deng, 93 anni, è seduta su un vecchio divano nella piazza centrale del villaggio, mentre chiacchiera tranquillamente con alcuni vicini. L’interprete ci presenta, e lei, con garbo, si scusa subito per non parlare il cinese tradizionale. La comunicazione è ulteriormente resa complessa dalla sua sordità e dalla quasi totale cecità. Eppure, malgrado queste barriere, la sua emozione è palpabile: per la prima volta, sta interagendo con degli stranieri. A quella prima gioia fa presto seguito un velo di vergogna e timidezza, quando, con voce bassa, confessa di non essersi mai sentita bella.
Una frase che ci ha colpiti profondamente, trascinandoci all’improvviso dentro la sua infanzia, nel cuore di una tradizione che infliggeva non solo dolore fisico, ma anche ferite psicologiche durature.
Deng non è molto loquace e sembra evitare i ricordi, forse troppo dolorosi per essere condivisi. Al momento del congedo, le offriamo alcuni cibi in dono: all’inizio rifiuta con discrezione, ma mentre ci allontaniamo, ci voltiamo e vediamo affiorare un sorriso lieve sul suo volto.
La seconda donna che incontriamo si chiama Jinlan, anche lei ha 93 anni. La troviamo sull’uscio di casa, immersa nel calore gentile dei raggi del sole. È la nonna del nostro interprete, e questo legame familiare ci aiuterà a superare più facilmente alcune barriere comunicative.
Quando le viene detto che siamo stranieri, reagisce con un’onomatopea dal suono curioso, che ricorda il dialetto sardo: il gesto scatena l’ilarità del nostro piccolo gruppo di italiani.
Grazie al rapporto di fiducia con il nipote, Jinlan accetta di mostrarci il suo piede, liberandolo dalla calzatura. Lo fa però con una certa esitazione, scusandosi per l’odore che, secondo lei, si sarebbe potuto percepire. In realtà, nessuno di noi avverte nulla: siamo completamente rapiti da ciò che stiamo vedendo.
Un vero piede di loto, vivo, reale. Un piede segnato dal tempo, da sofferenze antiche, da una tradizione dolorosa che ora si manifesta davanti ai nostri occhi.
Jinlan ci racconta che i suoi piedi vennero fasciati all’età di sette anni, dopo che le avevano fatto credere che solo così avrebbe potuto trovare un marito. Da quel momento, la sua esistenza è diventata una lunga battaglia di sopravvivenza: il dolore era costante, tanto da spingerla, più volte, a pensare al suicidio.
Ma non era solo la sofferenza fisica a tormentarla. Ha vissuto la fame nei periodi più oscuri della storia cinese: durante il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale, il cibo era talmente scarso che si sopravviveva mangiando foglie, bucce di patate, radici.
Mentre parla, il suo sguardo si perde lentamente nel vuoto. Sembra rivivere quei giorni, come se le immagini fossero ancora incise nella sua memoria, nitide e dolorose.
A interrompere la drammaticità del momento è l’arrivo di un secondo nipote, il cui entusiasmo per l’incontro con noi è travolgente. Con assoluta spontaneità ci chiede se anche in Italia fosse mai esistita una pratica simile. La domanda ci lascia sorpresi. Ci rende consapevoli di quanto, nel 2025, luoghi come questo siano ancora isolati, non solo geograficamente, ma anche culturalmente. Basti pensare che la stessa Jinlan, pur vivendo a sole tre ore da Kunming, ci è stata una sola volta in tutta la sua vita.
Ci congediamo con qualche difficoltà: tutta la famiglia voleva invitarci a pranzo, ma, con dispiacere, siamo stati costretti a declinare
L’ultima donna che incontriamo si chiama Shunjie. Ha 103 anni, ma è la più attiva e lucida tra le tre. Quando arriviamo a casa sua, la troviamo nel giardino, intenta a raccogliere cavoli con una sorprendente energia. Appoggiandosi al bastone e accompagnata da sua figlia, ci guida verso l’interno della sua abitazione. Sulle pareti del salotto, notiamo le fotografie dei presidenti, passati e presenti, una consuetudine ancora diffusa tra le famiglie rurali, a testimonianza del rispetto verso l’autorità e la storia nazionale.
Con Shunjie parliamo a lungo. Ci racconta che i suoi piedi vennero fasciati all’età di tre anni. Nonostante il dolore, non è mai stata da un medico, né ha mai visitato Kunming. Aggiunge, con un sorriso sereno, di essere abituata a mangiare poco sin dai tempi della carestia, e che il suo cibo preferito sono le patate. Le chiediamo come si senta ad avere di fronte, per la prima volta, degli stranieri. La sua risposta ci sorprende e ci commuove: “Non provo nulla di speciale, perché siamo tutti parte di una grande famiglia.”
Una frase semplice, ma dal significato profondo, che dovrebbe restare impressa in ognuno di noi. Mentre ci prepara il tè, le parliamo della nostra abitudine tutta italiana del caffè. Lei ci ascolta incuriosita: non lo ha mai assaggiato. Al momento dei saluti, ci regala alcune buste piene di patate, consigliandoci con tono complice di friggerle in abbondante olio, pensando che probabilmente questo sia il segreto della sua longevità.
Ci allontaniamo lentamente, voltandoci per un ultimo saluto. Shunjie è ancora lì, in piedi, che ci osserva con il suo passo leggermente oscillante e il sorriso stampato sul volto.
Un’immagine luminosa, difficile da dimenticare.
Biografia Giandomenico Nigro Imperiale
Mi chiamo Giandomenico Nigro Imperiale, sono nato il 4 novembre 1989. Fin da piccolo ho sognato di esplorare il mondo, un desiderio condiviso da molti, ma che in pochi riescono davvero a realizzare. All’inizio del 2024, con determinazione e coraggio, ho lasciato il mio lavoro da medico per intraprendere un viaggio di 16 mesi attraverso l’America Latina: dall’Argentina al Messico, esclusivamente via terra. Da lì ho proseguito in Asia, visitando Giappone, Corea del Sud e Cina.
Prima di partire non avevo mai usato una fotocamera, ma ho deciso di acquistarne una per documentare questa esperienza. Da quel momento è nata una passione profonda per la fotografia, che è cresciuta giorno dopo giorno. Fotografare per me non è solo un gesto tecnico: è un atto di immersione nelle culture, un esercizio di antropologia visiva, un cammino tra natura e luce, alla ricerca dell’alba o del tramonto perfetto. Una passione totalizzante, che oggi è parte essenziale di chi sono.
IG. @giando.7
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