Cosa pensò Henri Cartier-Bresson passando tra le distese delle colline lucane o passeggiando tra i vicoli di Matera possiamo solo immaginarlo e probabilmente non avremmo traccia dei numerosi carteggi indirizzati al medico Rocco Mazzarone, dei negativi, e delle fotografie se non vi fosse stata un’attenta attività di ricostruzione e di studio dietro al via vai che, tra anni ‘50 e ‘70, caratterizzò il territorio lucano. Si è tanto parlato del celebre Cristo si è fermato a Eboli ma non altrettanto si è parlato della fitta rete di linguaggi visivi che si è intessuta proprio negli anni successivi alla pubblicazione, che ha creato una convergenza documentaria di non poco conto e della quale ho cercato di tracciare la rotta.
Cartier-Bresson è stato IL fotogiornalista del Novecento; un occhio attento a tal punto da cogliere quello che lui stesso definiva “il momento decisivo”, una frazione di secondo impercettibile nella sua immediatezza, colta grazie ad una sensibilità che in pochi possiedono.
Nel 1952, dopo aver fondato l’Agenzia fotografica Magnum, visita l’Italia: Roma, Milano, Genova, l’Aquila e finalmente Matera. Qui era in atto un processo di riqualificazione e risanamento per sfollare i secolari “Sassi” dalla loro funzione di dimore per numerose famiglie povere, che vivevano in condizioni igienico-sanitarie insostenibili; il territorio sarà attraversato da équipe specializzate multidisciplinari, allo scopo di costruire nuovi quartieri e di creare una rete di comunicazione, accendendo i riflettori sulla cultura popolare e sulla storia del suo territorio
Henri Cartier-Bresson è, a mio parere, la personalità che più di tutti riuscì a porre uno sguardo non filtrato da preconcetti; egli cercò di catturare la vita delle persone che abitavano nei Sassi e contribuì alla ricerca sociale attraverso immagini che possiamo definire “analisi visive”. Le fotografie mostrano la realtà urbana e sociale, i luoghi storici, la vita lavorativa e l’attività contadina e la costruzione di nuovi quartieri con un preciso rigore geometrico; riprende il quotidiano, spinto da una forte volontà di conoscenza dell’altro e vivendo la Regione così come si presentava, con i suoi tempi e il suo evolversi: sia il suo primo viaggio (1952) sia il suo ritorno anni dopo (1973) sono testimonianze di un’attività di ricerca sociale che non ci preclude di analizzare il suo tipico registro stilistico: il vecchio e il nuovo, i ricchi e i poveri ma soprattutto gli individui e i gruppi. Le immagini raccontano storie diverse legate da una memoria condivisa, convivono e si intersecano di continuo anche a distanza di anni e spiegano la storia e l’evolversi di un territorio entro il quale una comunità si riconosce.
Emerge l’abitudine di Cartier-Bresson nel riprendere il contrasto: l’attività contadina e le influenze della nuova industrializzazione, le credenze religiose e i ritmi della musica popolare, l’ironia e la tragicità della miseria.
Gli studi di antropologia visiva ci permettono di riavvolgere il nastro e collegare il suo operato con la contemporaneità: nella mia tesi, ho proceduto collegando i temi narrativi utilizzati da Cartier-Bresson ad alcuni scatti da me realizzati, che si legano al generale contesto del Mezzogiorno italiano e a ciò che lo caratterizza, andando oltre lo stereotipo di un Sud da “vita lenta”.
L’immagine di una donna ignota assume l’identità collettiva dell’intera società contadina e si interseca ad una carta d’identità in cui il volto non è mostrato, ma che è traccia della traccia (considerando la fotografia come tale) di vissuti simili: della prima ne vediamo i tratti, della seconda solo le generalità, ma in qualche modo entrambe le donne hanno qualcosa in comune.
E poi il legame tra religione e musica: ancora oggi, l’innesco tra devozioni religiose e ritmi popolari dà vita a circuiti popolari e musicali che rappresentano un unicum in tutta Italia e di cui anche i giovani sono fieri eredi. E infine, il lento procedere dell’industrializzazione ricollegato al tema della partenza che costringe i giovani di ieri e di oggi a cercare fortuna altrove, lasciandosi alle spalle un territorio in cui sono nati e cresciuti e che non per questo smetterà di caratterizzarli.
Per concludere, nonostante chi operi in fotografia abbia una sua sensibilità percettiva, riscopriamo lo strumento fotografico come custode di memorie capace di sensibilizzare sull’identità culturale di un luogo, specchio della comunità che lo abita.
L’obiettivo a Sud | Una rubrica di Federica D’Atri
Non serve saper fotografare o essere appassionati per capire il mondo e guardarlo con gli occhi di chi lo è. In un mondo di bulimia visiva, la fotografia insegna a riflettere. Puntare l’obiettivo verso “tutti i Sud del mondo” e chi li ha raccontati: la mia rubrica sulla marginalità sociale, legale, culturale e geografica filtrata dagli occhi dei giganti della Storia della fotografia.
Sono Federica D’Atri, fotografa per passione e studentessa magistrale in Archeologia. Dopo quattro anni trascorsi a Firenze e lontana dalla mia Calabria, mi sono laureata in DAMS per poi decidere di proseguire i miei studi a Matera, spinta dalla volontà di fare qualcosa di concreto per il Sud Italia.
Ogni mio scatto tenta di ricostruire questo rapporto, alla ricerca di qualcosa di antropologicamente intrinseco tra ciò che è stato e ciò che è, tra una storia millenaria e un presente che porta avanti una narrazione errata di un Mezzogiorno italiano lento e difficile. Grazie al mio progetto di tesi triennale ho capito che la fotografia invita a riflettere sul presente tanto quanto l’archeologia ci riconnette al nostro passato facendo risalire a galla degli oggetti della cultura materiale, per una ricostruzione complessiva del mondo e della società a cui, questi, appartenevano. Materiale e immateriale si fondono e sono il collante tra popoli che non conoscono i limiti del tempo.
instagram : federicadatri_
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