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Les Rencontres d’Arles 2025 e le prospettive del 2026

di Claudio Pastrone

L’edizione 2025 ha confermato la centralità di Arles nel panorama culturale europeo: ha riunito circa 160 artisti in 46 mostre distribuite in 26 sedi della città, con un programma fortemente orientato ai temi dell’identità, della memoria collettiva, delle minoranze e del rapporto tra fotografia e nuove tecnologie.

Ming Smith, Sun Ra Space II, 1978 Per gentile concessione dell’Artista. Arles 2026

Tra le esposizioni più rilevanti dell’edizione 2025 si è distinta “Ancestral Futures”, una riflessione sulle identità indigene e sulle narrazioni alternative alla storia ufficiale, che ha riunito artisti provenienti dall’America Latina e dall’Australia.

Una delle mostre più emozionanti, è stata “Father” di  Diana Markosian dedicata al rapporto con il padre ritrovato dopo molti anni. L’esposizione è costruita con fotografie, video e ricostruzioni narrative.

Grande attenzione è stata dedicata anche alla fotografia documentaria e politica, con progetti capaci di interrogare il rapporto tra immagine, potere e memoria sociale. Tra gli autori più apprezzati: il Lakapoy Collective e Mayara Ferrão, che ha presentato immagini generate con AI dedicate all’amore lesbico nero.

Molto apprezzata è stata inoltre la mostra “Éloge de la photographie anonyme”,  Collezione Marion et Philippe Jacquier, che ha celebrato la fotografia anonima e vernacolare attraverso dagherrotipi, fotografie amatoriali e immagini ritrovate tra XIX e XX secolo.

Parallelamente, il festival ha ospitato numerosi progetti legati alle sperimentazioni con l’intelligenza artificiale, tema che ha animato il dibattito internazionale sul futuro della fotografia contemporanea.

Anche nel 2025 la fotografia italiana ha avuto una presenza significativa all’interno del festival, sia attraverso autori storici sia grazie alla partecipazione di artisti emergenti e professionisti coinvolti nei programmi collaterali, nelle letture portfolio e nelle attività editoriali. La mostra dedicata a Letizia Battaglia è stata la presenza italiana più importante dell’intera edizione del festival. Intitolata “Letizia Battaglia. J’ai toujours cherché la vie” (Ho sempre cercato la vita), l’esposizione è stata curata da Walter Guadagnini. Uno degli aspetti più interessanti della curatela di Guadagnini è stata la volontà di andare oltre l’immagine “iconica” di Letizia Battaglia come fotografa della mafia. Pur includendo gli scatti più celebri degli anni di cronaca nera per il quotidiano L’Ora — omicidi mafiosi, funerali, magistrati sotto scorta — il percorso ha mostrato la dimensione più ampia della sua ricerca visiva. Guadagnini ha infatti costruito la mostra come un grande racconto della vita siciliana e della dimensione umana fotografata da Battaglia: bambine nei quartieri popolari, donne, feste religiose, manicomi, volti della Palermo marginale, scene quotidiane e immagini poetiche della città. La fotografia diventa così non solo testimonianza politica, ma anche ricerca di empatia e vicinanza. Il titolo stesso, “J’ai toujours cherché la vie”, riflette questa scelta curatoriale. Guadagnini ha voluto mettere in evidenza la continua tensione di Battaglia verso la vita, anche nei contesti più violenti e drammatici. Non una fotografia spettacolare o estetizzante, ma uno sguardo etico, partecipato, profondamente immerso nella realtà sociale.

Particolarmente interessante è stata anche la presenza di editori, scuole e collettivi italiani attivi nell’ambito del photobook e della fotografia sperimentale, settori che negli ultimi anni hanno trovato ad Arles uno spazio privilegiato di confronto internazionale.

Le prospettive e le proposte per il 2026

L’edizione 2026 dei Les Rencontres d’Arles, si svolgerà dal 6 luglio al 4 ottobre 2026 e sarà costruita attorno al tema “Des mondes à relire” (“Mondi da rileggere”), presentato dal direttore Christoph Wiesner e dalla curatrice Aurélie de Lanlay. Il titolo indica la volontà del festival di rileggere il presente e il passato attraverso nuove forme narrative dell’immagine fotografica. Wiesner nel testo in cui presenta il progetto di quest’anno scrive: “ In un’epoca in cui tutto sembra spingerci verso la semplificazione, l’opposizione e la riduzione, abbiamo voluto che questi 57esimi Rencontres d’Arles creassero, al contrario, uno spazio per abbracciare la complessità e la sensibilità. Non per addolcire artificialmente la durezza della realtà, ma per restituirle tutta la sua profondità. Per guardare questo mondo a volte inquietante senza smettere di cercarvi forme di bellezza, connessione e libertà. La fotografia ha questa rara capacità di tracciare nuovi percorsi e vie che cambiano la nostra prospettiva.”

Nell’ottica di questo cambiamento di prospettiva si rende omaggio nel centenario della nascita a William Klein che in tutta la sua opera ha sfidato forme e convenzioni. Insieme a lui viene proposta Martine Barrat: un’occasione per riscoprire il suo lavoro a Parigi e nella New York degli anni ’60 e ’70. Insieme a loro  Ming Smith, la cui visione libera e poetica ha tracciato nuove strade nella storia della fotografia americana e Harry Gruyaert in un vibrante viaggio urbano.

Uno sguardo particolare viene dedicato ai fotografi che hanno operato tra il mediterraneo e  l’Africa con le mostre dedicate a Bruno Boudjelal, Anne-Lise Broyer e Katia Kameli, ma anche più lontano nel continente africano dove nella mostra Ghana! troviamo fotografie di Paul Strand e James Barnor, accanto a quelle di fotografi meno conosciuti, ma non meno interessanti. Uno spazio particolare vien poi dedicato al rapporto  tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Achille Mbembe afferma: “Le nostre crisi, comprese quelle ecologiche, derivano dalla convinzione che gli esseri umani siano superiori alle altre specie”. E partendo da questa considerazione , Wiesner scrive che ” la mostra Animal Model abbraccia due secoli di fotografia, rivelando quanto l’animale sia inseparabile dalla storia del mezzo: osservato, studiato, amato, messo in scena, sfruttato, maltrattato, ammirato e oggetto di fantasia. Fotografare gli animali non significa semplicemente rappresentare l’alterità; significa anche accettare l’emergere di altri modi di essere nel mondo”. Parallela a questi temi è la mostra dedicata ad Edward Steichen, che ne presenta un aspetto più intimo e meno conosciuto, quello di appassionato di botanica. Come in tutte le edizioni uno spazio importante viene dedicato ad autori emergenti e giovani curatori come l’italiana Alessandra Chiericato, vincitrice del premio di ricerca curatoriale ai Rencontres 2024, che sviluppa un’originale analisi della natura cannibalistica delle immagini.

L’aspetto che ci pare più interessante del 2026 è che i Rencontres sembrano voler ridefinire il ruolo stesso della fotografia contemporanea. Non più soltanto immagine documentaria o estetica, ma strumento critico per reinterpretare la storia, costruire nuove narrazioni, interrogare la verità delle immagini, affrontare le trasformazioni tecnologiche e sociali del presente.

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