La “trash art” (arte del rifiuto) nasce negli anni ’60-’70, in parallelo con le prime forme di arte del riciclo e arte povera, ma in fotografia si afferma più tardi, con l’aumento della sensibilità ambientale, e quindi riuscendo a trasformare il rifiuto in linguaggio, la rovina in testimonianza, l’oggetto dimenticato in forma di bellezza.
Questa forma di arte contemporanea utilizza i rifiuti, gli scarti e gli oggetti di recupero come soggetti o materiali visivi per creare immagini dal forte impatto estetico e concettuale.
Si tratta di un movimento che nasce come denuncia ambientale ma che si è evoluto in una vera e propria corrente artistica capace di unire creatività, critica sociale e riflessione ecologica.
Ed è in questo ambito che si colloca il lavoro di Rocco Scattino, fotografo eclettico che da oltre 20 anni guarda al rifiuto come possibilità estetica, testimoniando l’enorme quantità di cose che produciamo e consumiamo ogni giorno. Il suo lavoro è un messaggio audace sui comportamenti inconsci della nostra vita quotidiana, lasciando all’osservatore il compito di trarre conclusioni sulle inevitabili conseguenze che derivano dalle nostre abitudini.
In queste sue immagini troviamo i frammenti di ciò che lasciamo dietro di noi, plastica, metallo, carta, frammenti di una quotidianità consumata e gettata via che, successivamente compattati, attraverso il suo obiettivo assumono una nuova dignità.
Qui la fotografia non giudica, ma trasfigura: la ruggine diventa colore, la plastica luce, la carta silenzio.
In questo processo visivo, Scattino non documenta soltanto il degrado, ma ricostruisce un ordine poetico a partire dal caos, e quindi quella materia residua, simbolo di un mondo saturo, si fa strumento di bellezza estetica ma soprattutto di riflessione e di rinascita.
A differenza di Chris Jordan, Rocco Scattino non sistema il rifiuto, non crea set, ma lascia tutto così come l’uomo ha compattato, per far sì che ogni scatto racconti la tensione tra bellezza e repulsione, vita e decomposizione, consumo e memoria.
Potremmo dunque pensare ad una forma di ecologia estetica che invita a guardare ciò che normalmente evitiamo, a scoprire un’estetica del disuso, un’armonia possibile dentro il disordine. D’altronde la forza della trash art sta nella contraddizione visiva: mostrare ciò che è rifiuto in modo attraente affinché si riconsideri i concetti di bellezza.
Le immagini di Scattino non sono solo un atto artistico, ma un gesto politico e spirituale, un modo per restituire senso a ciò che sembra averlo perduto, una sorta di eredità artistica dall’immondizia.
In fondo, per lui, fotografare i rifiuti significa fotografare noi stessi, le nostre tracce, i nostri limiti, la nostra storia collettiva fatta di materia e di tempo.
Nella società dell’eccesso, dove tutto è consumo e scarto, la fotografia trova un nuovo inizio e diventa un atto di resistenza.
Testo di Raimondo Musolino
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