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La visione batte il budget. Sempre.

di Davide Vasta

Un videoclip con 19 milioni di visualizzazioni su YouTube. Girato in quattro ore. Con quattro persone sul set. Una Panasonic GH5, un’ottica Samyang a fuoco manuale senza puller, due Sky Panel per il fondo e due faretti Neewer da 70 euro comprati su Amazon.

L’ho ascoltata con la stessa faccia che probabilmente stai facendo tu adesso. Dalilu’ – regista creativa e strategica di videoclip musicali – e’ stata una delle voci di TheBigFrame, la giornata formativa che ho organizzato il 28 marzo scorso a Corciano. E in meno di un’ora ha fatto una cosa rarissima nel nostro settore: ha mostrato i numeri veri. Non solo le views. I budget. Quelli reali, del mondo dei videoclip emergenti: tra i 500 e i 6.000 euro. Fine.

Quello che segue e’ la mia sintesi del suo intervento, con qualche nota personale. Vale per i videoclip, certo. Ma vale per qualsiasi video tu stia pensando di fare.

 

LA FORMULA

Il punto centrale di tutto il ragionamento di Dalilu’ si puo’ condensare in una riga: Visione x Risorse disponibili = Risultato. Non e’ budget alto uguale video bello. “Budget alto uguale video fico non e’ sbagliato” ha detto, “ma e’ incompleto.” La verita’ e’ che puoi avere 100.000 euro e fare un video noioso, oppure avere 2.000 euro e realizzare qualcosa che funziona davvero per l’obiettivo dell’artista. Il budget non crea la visione.

Nota mia: questo e’ esattamente il blocco mentale che vedo piu’ spesso nei fotografi che si avvicinano al video. “Quando avro’ l’attrezzatura giusta lo faro’ meglio.” No. Lo fai adesso, con quello che hai, oppure non lo fai mai.

LE TRE TRAPPOLE MENTALI

Prima di arrivare al metodo, Dalilu’ ha smontato tre credenze limitanti che riconoscerai subito.

Trappola 1: “Con piu’ soldi farei meglio.” Gia’ smontata sopra. Il budget non crea la visione.

Trappola 2: “Devo avere tutta l’attrezzatura.” La verita’ scomoda: il pubblico non vede la camera. Il pubblico vede l’immagine. L’attrezzatura e’ solo il mezzo, non l’identita’. La domanda da farsi ogni volta non e’ “ho la camera giusta?” ma “questa scelta tecnica serve il racconto?”

Trappola 3: “L’artista deve lasciarmi fare.” Sbagliato. Si deve ascoltare. Il tuo lavoro e’ tradurre in immagini quello che gia’ la musica dice – non il testo, la musica. Ascolto, non ego.

 

VIDEOMAKER O PARTNER CREATIVO?

Questo e’ il passaggio del talk di Dalilu’ che mi ha colpito di piu’, e che va ben oltre il mondo dei videoclip. C’e’ una differenza enorme tra presentarsi come videomaker e presentarsi come partner creativo. Quando sei un videomaker, la prima domanda che ti fa il cliente e’ “quanto costa?” Quando sei un partner creativo, la prima domanda diventa “cosa hai in mente?” E’ un cambio di posizionamento che cambia il tipo di conversazione – e ti permette di far valere la tua visione.

Nota mia: e’ lo stesso principio che vale per il fotografo che lavora su commissione. Finche’ sei “quello che fa le foto”, sei intercambiabile. Quando diventi il consulente visivo del progetto, cambia tutto.

 

LA DOMANDA GIUSTA

Prima di accettare un progetto, una sola domanda all’artista: “Se questo video potesse dire una sola cosa al pubblico, cosa vorresti che fosse?” Poi si ascolta. Quella risposta e’ il punto di partenza creativo. Non l’attrezzatura. Non la location. Il messaggio.

Ma c’e’ una seconda domanda, altrettanto potente: “Qual e’ stata l’esperienza che ti ha portato a scrivere quel brano?” Da li’ viene fuori la materia vera. Il resto e’ forma.

 

I TRE TIPI DI VIDEOCLIP – E COSA EVITARE CON BUDGET RIDOTTO

Dalilu’ distingue tre format: il videoclip di performance (l’artista canta – “sembra facile, ma e’ la sfida piu’ dura: come rendi interessante una persona che muove le labbra per tre minuti?”), il videoclip narrativo (una storia senza dialoghi – “se per capirla servono le parole, il video non funziona”) e il videoclip concept/astratto (un’idea visiva unica, portata all’estremo).

Il suo consiglio per chi lavora con budget ridotto e’ netto: evitate il narrativo, a meno che non abbiate un attore professionista. E soprattutto, evitate il descrittivo puro – che e’ l’errore peggiore in assoluto, quello di illustrare letteralmente quello che il testo dice. Il vostro lavoro e’ creare l’immagine che completa la musica, non quella che la ridisegna. La musica e’ astratta, l’immagine e’ concreta. Il vostro lavoro e’ unirle.

DAL CONCEPT AL SET

Il processo creativo inizia con l’ascolto ossessivo del brano – almeno dieci, quindici volte. Le prime immagini spontanee sono le piu’ oneste, e spesso le piu’ economiche da realizzare perche’ vengono direttamente dall’emozione. Si segnano le prime parole che colpiscono: da quelle parole si ricava il tono che avra’ il video.

Da li’ si costruisce il concept: un’idea centrale che regga tutto. Un concetto, non una sceneggiatura rigida. Deve essere un’immagine forte su cui costruire il video, scalabile e adattabile a cio’ che si ha a disposizione.

Sulla location, la logica e’ la stessa: qual e’ la cosa che abbiamo a disposizione senza troppe spese, o addirittura gratis? E ancora meglio: qual e’ la location che posso usare come multi-location restando nello stesso posto? Un ambiente che con piccole variazioni di luce, angolazione o allestimento diventa tre location diverse.

 

I TRE LIVELLI

Qui Dalilu’ ha condiviso lo strumento pratico piu’ utile dell’intero talk. Ogni ripresa va organizzata in tre categorie:

MUST HAVE – Le scene fondamentali, senza cui il video non esiste. Si girano per prime. Se la giornata va storto, il Must Have e’ inviolabile.

NICE TO HAVE – Le scene che arricchiscono il video. Idealmente ci arrivi, ma se non ci arrivi il video regge comunque.

BONUS – Le scene creative, le piu’ ambiziose, quelle che giri se avanza tempo. Spesso sono le piu’ belle. Ma sono le ultime.

Nota mia: questa lista non e’ solo organizzazione. E’ un atto di onesta’ creativa verso se stessi e verso il cliente. Ti costringe a capire cosa davvero conta prima ancora di arrivare sul set.

 

LA CREW: MENO MA MEGLIO

Con budget limitato non ci si puo’ permettere un team grande. Il principio di Dalilu’ e’ semplice: meglio una persona fidata e motivata che un professionista costoso che non ci crede. La scelta si basa sulle relazioni. E poi ha aggiunto una cosa che nessuno dice mai apertamente: “Le opportunita’ arrivano perche’ siete persone con cui si lavora bene, non perche’ siete bravi.”

Lei stessa nel 2013 era sola sul set, con una camera e una lente. Oggi ha un team e un setup cinematografico. Ogni progetto piccolo fatto bene e’ un biglietto da visita per un progetto piu’ grande che verra’ dopo.

 

SUL SET: LA LUCE E’ SPESSO GRATIS

Una delle cose piu’ pratiche dell’intervento: la luce e’ tutto, e spesso e’ gratuita. Golden hour, luce diffusa dalle nuvole, retroilluminazione da finestre. Imparate a leggere cio’ che avete intorno. E poi: meno shot, ma giusti. Meglio girare meno con piu’ testa che girare tanto sperando che in montaggio si salvi qualcosa.

 

IL MONTAGGIO NON E’ EDITING

Ultimo punto, e non e’ un dettaglio. Montaggio non e’ editing. Montaggio e’ regia. In montaggio potete stravolgere cio’ che avete girato. Decidete il ritmo, la tensione, la struttura emotiva. In montaggio state scrivendo il video per la terza volta – la prima quando l’avete pensato, la seconda quando l’avete girato.

Se porti via una sola cosa da questo pezzo, che sia la frase con cui Dalilu’ ha chiuso il suo intervento: “Non vince il video perfetto tecnicamente. Vince il video che parla di piu’ allo spettatore.”

Quella GH5 con due faretti da 70 euro e 19 milioni di views lo dimostra.

 

Grazie Dalilu’ per aver condiviso il tuo metodo con tanta generosita’ a TheBigFrame.

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