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La fotografia e l’architettura: un binomio indissolubile nella loro storia

di Manuela Parangelo

Photo by Matthew Henry on Unsplash

La fotografia nasce ufficialmente nel 1839, anno in cui Louis Daguerre presenta il suo dagherrotipo all’Accademia delle Scienze di Parigi. Quella che si presenta come una scoperta scientifica e chimica, diventa da subito un potente mezzo di rappresentazione visiva. Ma c’è un dato che spesso viene sottovalutato: una delle prime immagini mai realizzate con questa nuova tecnica immortala un edificio, o meglio, un’intera strada urbana vista da una finestra, scattata da Joseph Nicéphore Niépce nel 1826. L’immagine, “Point de vue du Gras”, mostra un paesaggio architettonico e dimostra sin da subito che la fotografia e l’architettura nascono insieme come linguaggio tecnico e culturale.

Point de vue du Gras - Joseph Nicéphore Niépce

L’architettura, ben prima della fotografia, era già espressione visiva complessa, sistema simbolico, contenitore funzionale e forma estetica. Ma mancava, fino ad allora, un mezzo in grado di documentarne fedelmente le proporzioni, le luci e le volumetrie, senza passare attraverso l’interpretazione soggettiva del disegno o dell’incisione. La fotografia fornisce questo mezzo. La sua apparente oggettività, unita alla capacità di restituire la luce nello spazio, la rende subito uno strumento privilegiato per registrare, archiviare e analizzare edifici, città e paesaggi costruiti.

A metà Ottocento, già negli archivi di Édouard Baldus e Gustave Le Gray, si trovano immagini architettoniche altamente tecniche, realizzate con grandi lastre al collodio umido, con obiettivi a lungo fuoco per ridurre le distorsioni prospettiche e ottenere il massimo della nitidezza. Queste immagini non erano solo artistiche: erano strumenti scientifici, cataloghi visivi, prove di realtà. L’obiettivo non era l’estetica in senso romantico, ma la precisione documentaria, la fedeltà ai rapporti geometrici e volumetrici.

L’architettura diventa uno dei primi soggetti canonici della fotografia, e non soltanto per motivi pratici: gli edifici stanno fermi, sono accessibili alla luce naturale e consentono tempi di esposizione lunghi senza il rischio di mosse o sfocature. Ma è proprio questa staticità che sfida il fotografo a inventare un modo nuovo di “guardare lo spazio”. Con la fotografia, l’architettura non è più solo disegnata o costruita: è anche immaginata visivamente in una forma bidimensionale, diventando al tempo stesso oggetto e soggetto di indagine.

Duomo e Rebecchino - 1865 - Luigi Sacchi, il primo fotografo di Milano

La tecnica al servizio dello spazio: come si fotografa l’architettura

Fotografare l’architettura è un esercizio di equilibrio tra rigore tecnico e visione interpretativa. A differenza di altri generi fotografici, richiede una estrema padronanza della prospettiva, della geometria e della resa tonale. Il fotografo d’architettura non si limita a “catturare” un edificio, ma ne decide la percezione: lo spazio viene modellato dalla luce, deformato dalla lente, ricostruito nella composizione dell’inquadratura.

Nel corso del tempo, le tecnologie utilizzate nella fotografia architettonica si sono evolute, ma i principi fondamentali restano invariati. Uno dei problemi principali è la distorsione prospettica, causata dalla convergenza delle linee verticali quando la fotocamera viene inclinata verso l’alto o il basso. Per ovviare a questo, si utilizzano ottiche decentrabili (tilt-shift), che permettono di spostare l’asse ottico della lente rispetto al piano focale, mantenendo parallele le linee verticali e controllando la fuga prospettica.

Nella fotografia analogica professionale, era comune l’uso di banchi ottici a grande formato, con possibilità di movimenti indipendenti del corpo anteriore e posteriore, ideali per controllare la profondità di campo e la convergenza delle linee. Il banco ottico, pur essendo ingombrante e tecnicamente complesso, era lo strumento perfetto per fotografare edifici in modo scientifico e rigoroso, mantenendo la scala e la proporzione tra gli elementi.

Con l’avvento del digitale, queste funzioni sono state replicate da obiettivi tilt-shift digitali, come i celebri Canon TS-E 24mm f/3.5L II o Nikon PC-E 19mm f/4E ED, amati dai professionisti per l’elevata correzione delle distorsioni e la nitidezza da bordo a bordo. La post-produzione digitale consente ulteriori correzioni prospettiche, ma resta fondamentale la corretta impostazione della ripresa: se la prospettiva è già compromessa in fase di scatto, la correzione può risultare artificiosa o sacrificare la qualità dell’immagine.

La luce è un altro fattore cruciale: nella fotografia d’architettura si lavora spesso in luce naturale, sfruttando le prime ore del mattino o il tardo pomeriggio, quando le ombre sono lunghe e le superfici vengono modellate con delicatezza. Le ombre dure del mezzogiorno tendono a comprimere lo spazio e appiattire le facciate, mentre le luci radenti aiutano a evidenziare i materiali e le texture. L’uso del bracketing dell’esposizione per creare HDR (High Dynamic Range) è comune per gestire scene ad alto contrasto, soprattutto negli interni dove finestre e luci artificiali coesistono.

I grandi interpreti del costruito: autori e visioni della fotografia architettonica

Tra i fotografi che hanno fatto della fotografia architettonica un’arte, spiccano figure come Lucien Hervé, collaboratore storico di Le Corbusier, che ha saputo trasformare i volumi razionalisti dell’architettura moderna in composizioni grafiche astratte, piene di ritmo e tensione. Hervé non cercava la documentazione, ma una visione interiore dello spazio: usava spesso angolazioni audaci, forti contrasti di bianco e nero, tagli inaspettati.

Lucien Hervé- Le Corbusier in India

Un altro nome centrale è Julius Shulman, che ha immortalato il modernismo californiano con uno stile nitido, luminoso, quasi pubblicitario ma sempre architettonicamente coerente. La sua immagine della “Case Study House #22” di Pierre Koenig è diventata una icona mondiale della modernità abitativa, proprio per la capacità di fondere edificio, paesaggio e presenza umana in un’unica narrazione visiva.

Bernd e Hilla Becher, pionieri della scuola di Düsseldorf, hanno trasformato la fotografia architettonica industriale in catalogazione concettuale, realizzando serie di edifici produttivi (silos, torri d’acqua, acciaierie) con approccio seriale, frontalità assoluta e luce diffusa. La loro metodologia rigorosa, sempre in bianco e nero, ha influenzato generazioni di fotografi, da Andreas Gursky a Thomas Struth.

Nel panorama italiano è impossibile non citare Gabriele Basilico, che ha ridefinito la visione delle città con uno stile misurato, malinconico e analitico. Basilico ha restituito l’identità morfologica degli spazi urbani, sia nei centri storici sia nei paesaggi industriali, attraverso l’uso sistematico di banchi ottici, pellicole pancromatiche e una stampa fine art di altissima precisione.

Tutti questi autori dimostrano che fotografare l’architettura non significa soltanto riprodurre edifici, ma leggere le intenzioni dei progettisti, interpretare lo spazio, capire la relazione tra volumi, vuoti, materiali e contesto.

Gabriele Basilico - Milano 2011

Il ruolo della fotografia nella progettazione e nella memoria dello spazio costruito

La fotografia è diventata parte integrante del processo architettonico. Non è più solo uno strumento di documentazione post-costruzione, ma interviene già nella fase progettuale, aiutando architetti e urbanisti a visualizzare volumi, testare proporzioni, simulare l’impatto ambientale. Con l’uso combinato di modelli tridimensionali, rendering e fotografie reali, si costruisce una visione dello spazio ancor prima che esso esista fisicamente.

Molti studi di architettura lavorano in stretta collaborazione con fotografi professionisti per produrre immagini che non si limitino alla descrizione, ma esprimano l’identità dell’opera architettonica, contribuendo alla sua diffusione internazionale e al riconoscimento critico. Le riviste di architettura, le biennali, le mostre e le pubblicazioni accademiche si basano quasi esclusivamente sulla qualità fotografica della rappresentazione.

Un’immagine ben costruita può rafforzare l’idea di un edificio, farne emergere aspetti formali che la semplice fruizione diretta non riesce a rendere evidenti. La fotografia, in questo senso, diventa un linguaggio parallelo all’architettura, capace di raccontare non solo ciò che si vede, ma anche ciò che si intuisce: la luce, il tempo, la materia, la memoria del luogo.

Le città cambiano, gli edifici vengono demoliti, ricostruiti, alterati. La fotografia, da supporto alla progettazione, diventa custode della memoria urbana, traccia storica di ciò che è stato. I grandi archivi fotografici delle città europee, dalle raccolte di Charles Marville a quelle dell’IGM italiano, sono strumenti fondamentali per lo studio della stratificazione urbana, della crescita disordinata, della pianificazione passata e futura.

Il linguaggio visivo dell’architettura, nella sua componente teorica e concreta, è ormai indissolubilmente legato alla fotografia. Ogni nuova generazione di architetti forma il proprio occhio attraverso le immagini dei grandi fotografi; ogni nuova generazione di fotografi architettonici studia le geometrie e le logiche spaziali come parte integrante del mestiere.

Courtesy: https://www.storiadellafotografia.com/

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