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LA FOTO MI GUARDAVA

di Tiziana Bonomo

TIZIANA BONOMO UNA FOTO DA LEGGERE LA FOTO MI GUARDAVA

Le foto sono tratte dal libro di Katia Petrowskaja “La foto mi guardava”. Traduzione di Ada Vigliani Fabula, Adelphi Edizioni, 2024, pp. 259, 57 fotografie. In copertina un fotogramma tratto dal documentario In the Mirror of Maya Deren di Martina Kudláček (2001).

Se “La foto mi guardava” allora io guardo nella foto e cerco nel libro un’altra foto che si fa guardare. Katja Petrowskaja è un concentrato di bravura che è riuscita con una forma impeccabile a mettere insieme immagini e parole. Immagini che fluttuano dal suo vissuto personale a quello sociale intrecciando nei ricordi la Storia di una parte di mondo più che mai attuale. Non è un caso la scelta dell’immagine in copertina – che diventa quella del racconto all’interno del libro dal titolo ‘Esorcista del tempo’ – tratta dal cortometraggio ‘Meshes of the Afternoon’ di Maya Deren regista, danzatrice, teorica ed esperta di riti vudù. La donna è proprio Maya con un bel volto, delle bellissime mani, incantata davanti ad una finestra. “Donna, finestra e natura sono raffigurate qui in prospettiva, bensì trasposte una nell’altra. Tutto si rispecchia, anche gli alberi del mondo esterno incoronano la donna con una ghirlanda di verzura, come Flora nella Primavera del Botticelli”: così scrive Katja.

A me piace però pensare che questa figura senza tempo, adulta e bambina, assorta e vibrante stia guardando un’altra donna che con la mano tiene fermo un cappello mentre cammina dando la schiena al primo piano di una pietra tombale.

TIZIANA BONOMO UNA FOTO DA LEGGERE LA FOTO MI GUARDAVA

Adolf Dirr inizio del XX secolo.

Si avverte il movimento della camminata, penso dovuto alla sua lunga gonna che in basso si solleva per causa del vento, lo stesso vento che la obbliga a trattenere il cappello affinché non voli via. Mi piace imitare la scrittrice e mettermi come ha fatto lei intrecciare queste due immagini come ha fatto la Petrowskaja nel libro.

Questa seconda immagine apre il cinquantaseiesimo e penultimo racconto intitolato ‘Il sogno di un linguista’ che si chiama Adolf Dirr: “un genio delle lingue”. La foto è stata proprio scattata da lui all’inizio del XX secolo nel Daghestan nel cimitero (non si sa se esista ancora) di Temir-KhaŠura. Con questa foto e con questo racconto la scrittrice unisce con una raffinata poetica la guerra e la pace.

Il Daghestan è una repubblica della Federazione Russa ed è per area e per popolazione la più grande del Caucaso settentrionale. Nonostante la bianca decorazione sulla stele, la sinuosa figura della donna e un paesaggio ampio che sembra raggiungere l’orizzonte, ebbene, nonostante tutto ciò Katja scrive: “E la pace, qui, non è forse ingannevole? Durante la guerra dell’Impero russo per la conquista del Caucaso (1827-1864) il Daghestan fu una delle ultime regioni ad arrendersi. Non lontano da qui si era consegnato nel 1859 il leggendario ribelle Shamil. Al tempo della foto, Temir-Khan-Šura era un rifugio aperto ai fedeli di tutte le religioni del mondo. Oggi si chiama Bujnaksk.”

Il lavoro di Adolf Dirr sul Caucaso si arricchì di ottocento fotografie di persone e paesaggi (compresa questa) che Dirr scattò durante i suoi viaggi. Così anche per Dirr le innumerevoli lingue delle popolazioni che incontrò furono materializzate nei “volti degli armeni, dei georgiani, – mingreli, karacai, avari, udni, tabasarani, ebrei delle montagne, ubichu, thachuri: non si finisce mai di assaporare anche solo il suono di questi nomi ignoti”.  Se le foto ci interrogano noi interroghiamo le foto e con un effetto domino lasciamoci trasportare dal primo sguardo della donna alla finestra a quello successivo della donna che cammina e guarda davanti a sé e interroghiamoci in questo rimandi di specchi e di Storia sul senso delle “campagne di pace – così Dirr definisce i suoi viaggi in un libricino scritto in russo nel 1903 sul Daghestan – per distinguerli dalle campagne militari.”

Nel libro “non solo la donna, ma nemmeno le tombe mostrano i loro volti” così come nella realtà di ieri e in quella di oggi. La vita può essere vissuta quando il vento porta via la guerra, le donne stringono i loro cappelli e l’umanità guarda dalla finestra una natura che ha il sapore di un quadro tutto da ammirare.

Ho semplificato la narrazione che Katja Petrowskaja fa attraverso cinquantasette racconti di cinquantasette immagini storiche, familiari, con eventi legati alla socialità che riescono ad esorcizzare il tempo, a trattenerlo attraverso le emozioni e la capacità di farci presagire ciò che c’era prima dello scatto e ciò che c’era dopo. La cura nella scelta delle fotografie e delle storie rivela una grande capacità compositiva che alla fine del libro svela il ricamo nel quale l’autrice ci ha condotto.

BIOGRAFIA

KATJA PETROWSKAJA  

Nata a Kiev nel 1970 è una scrittrice e giornalista tedesca d’origine ucraina. Dopo il disastro di Černobyl’ la famiglia si trasferisce a Mosca come figlia minore del professore di letteratura Miron Petrovskij e dell’insegnante Svetlana. Suo fratello è lo studioso e storico del romanticismo Johann Petrovskij-Štern. Ha compiuto studi di lettere e slavistica all’Università di Tartu, in Estonia, dove è stata particolarmente influenzata dal semiologo Juri Lotman.

Nel 1994-1995 è stata borsista all’Università di Stanford e alla Columbia University, negli Stati Uniti, laureandosi infine nel 1998 a Mosca all’Università statale russa di scienze umane. La sua tesi: “La prosa poetica di Vladislav Chodasevič. Dal 1999 vive a Berlino, dove lavora come giornalista per alcune testate russe e tedesche, fra cui la “Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung”.  Nel 2013 ha vinto a Klagenfurt il premio Ingeborg Bachmann con un capitolo del romanzo Forse Esther, scritto direttamente in tedesco e tangibile testimonianza di come in lei si coniughino diverse culture: la russa, l’ucraina, la tedesca e l’ebraica. Nell’ottobre 2015 ha realizzato un progetto presso il Centro internazionale di ricerca per gli studi culturali di Vienna dal titolo provvisorio “Tutto ciò che accade” sul tema delle foto e su come gli spettatori le vedono.

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