Ho scoperto che, la stanza numero 117, in certi alberghi non esiste. Insieme a tutte le altre che finiscono con il numero 13 o 17. Per i motivi scaramantici.
Quindi l’ho trovato un luogo metafisico ideale dove raccogliere le mie sensazioni di curiosità e amore idealista, spesso poco meritato, verso l’umanità complessa ed eterogenea che mi passa davanti.
La 117 è l’ombra di una possibilità, un respiro tra due porte, una camera sospesa, non costruita ma immaginata da chi cerca un altrove.
Un luogo dove il rumore degli ascensori non arriva e le lenzuola sanno ancora di sogno.
Le camere d’albergo sono testimoni pazienti e silenziosi del passaggio di vite, accolgono tutti in maniera democratica ed egualitaria e ciò che resta quando gli ospiti se ne vanno ha sempre stuzzicato la mia fantasia.
Più che offrirmi risposte, quelle stanze mi suscitano domande sulla persona che le ha abitate anche solo per un istante.
Per un frammento di tempo quel spazio è stato suo, le ha fornito protezione dagli elementi e dagli uomini. Varcando quella soglia le maschere possono cadere, le tensioni sciogliersi ed i bisogni essenziali nei giorni troppo lungi essere finalmente soddisfati.
Le camere d’albergo come luoghi testimoniano ai cambi d’energia di chi li abita, chi viene dopo e chi li ha preceduti.
Trovo affascinante il mescolarsi dell’energia di chi ha lasciato la stanza da poche ore con quella ignara di chi sta entrando e prepotentemente ne prende possesso come se non ci fosse stato nessun altro lì prima di loro.
E che a sua volta lascerà aleggiare nella stanza la sua aura invisibile per il prossimo viandante.
Penso alle storie che la stanza conserva, muta. Una confidente intima di fiducia. Non tradisce a meno che quel ospite transitorio non decida di lasciarne la traccia.
Le tracce che io ho scelto di fotografare. Le fotografie fatte non rivelano identità, nazionalità ne il genere delle persone che lì ci hanno passato la notte. A volte sembrano lo stesso letto, stessa camera eppure c’é un “profumo” di unicità inconfondibile. Una persona unica, come ogni essere umano lo è nella sua essenza, ha modificato a suo piacimento e somiglianza l’energia di quel spazio abitativo anche se solo per una notte.
I cuscini sono la parte che più mi hanno incuriosito. Mi chiedo; si possono leggere i sogni delle persone dalle pieghe lasciate sulla federa del cuscino? O gli incubi. A seconda del caso.
Perché nelle stanze sporche degli hotel resta impigliata l’eco di chi è passato prima di noi.
Le macchie, in segni, la polvere nei bordi della moquette: tutto ciò che di solito si scarta diventa una geografia fragile di vite sconosciute.
Fotografarle significa dare voce a ciò che non ha nome, cogliere il momento in cui un luogo smette di essere neutro e rivela la sua storia segreta.
Nelle imperfezioni, nel disordine lasciato indietro, c’è una verità più nuda dell’ordine perfetto: il respiro di chi è partito in fretta, la stanchezza appoggiata su una sedia, il peso di un viaggio che non conosceremo mai.
BREVE BIO
Sono nata in Istria, Croazia per cui porto con me un territorio di confine che ha fatto della mescolanza la sua natura. Dopo la laurea in Economia e Commercio ho capito che, più dei numeri, erano le idee e le immagini a chiamarmi. Così a Padova ho scelto di seguire la mia vera inclinazione, frequentando l’ISFAV e conseguendo il diploma in fotografia.
Per anni ho lavorato nel settore alberghiero, osservando da vicino l’umanità in transito, le sue storie brevi e i suoi chiaroscuri. Prima ancora, nel mio Paese natale, mi sono dedicata al giornalismo e al foto giornalismo, imparando a raccontare ciò che spesso sfugge allo sguardo comune.
Oggi continuo a unire questi percorsi: la sensibilità del racconto visivo e la curiosità per le persone che attraversano i luoghi—e la vita—solo per un istante.
INSTAGRAM: https://www.instagram.com/helena.sudulic/
SITO WEB: https://www.helenasudulic.com/
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