Fotografie dalla serie: “Cover in viaggio”
Sulle pagine della rivista Juliet si possono trovare affrontati non solo i grandi temi dell’arte contemporanea e gli eventi più importanti che accadono nel mondo, ma anche gli argomenti legati all’Italia con interviste a galleristi, collezionisti, artisti e altri protagonisti del mondo artistico. Quindi, in questi anni, per me è stata una fortuna poter lavorare per Juliet, sia per il cartaceo e sia per il sito, in modo da poter approfondire da vicino le mille sfaccettature del sistema dell’arte. Tutto è cominciato inviando un testo scritto di ritorno da una visita in Giappone, nel 2007. Si trattava di un testo su mostre e musei a Tokyo. Ero reduce da questo viaggio in Oriente e avevo scritto un testo su un aspetto che mi aveva particolarmente colpito e che univa l’arte tradizionale con quella contemporanea. L’avevo fatto leggere a Maria Rosa Pividori e lei mi aveva detto di mandarlo a Roberto Vidali, direttore della testata Juliet. Il direttore lo apprezzò, lo pubblicò e mi chiese di farlo diventare una specie di contributo fisso, lasciandomi ampia libertà nella scelta degli argomenti da trattare e dei luoghi geografici toccati: fiere d’arte, biennali, musei, festival.
In seguito è stato sempre grazie a Maria Rosa che ho conosciuto di persona il direttore Roberto Vidali. Questi articoli che via via ho pubblicato in tutti questi anni riflettono la mia doppia formazione, da una parte quella di storico dell’arte, dall’altra quella di artista per cui per me l’arte è un qualcosa che non conosce confini cronologici o periodizzazioni. I miei interessi sono molto varii e si rivolgono dalla produzione artistica di adesso a quella del passato, dal molto antico alle esperienze più recenti, riferite alla nostra o alle altre culture. A volte sono partito per andare a vedere opere d’arte storiche come il tempio di Borobodur in Indonesia salvo poi scoprire a Giakarta una vita culturale aggiornatissima con artisti come Heri Dono e altri autori esposti poco dopo in gallerie italiane come Primo Marella. Da quelle prime esperienze la mia collaborazione con Juliet si è ulteriormente strutturata e ha preso la forma precisa di puntare a reportage (anche fotografici) come per esempio a Gwangju in Corea, per la Biennale curata da Massimiliano Gioni con una sostanziale impostazione politica sul passato dittatoriale della Corea, soffermandomi in particolare sulla rivolta popolare contro il governo militare del generale Chun Doo-hwan. E poi ovviamente alla Biennale di Venezia sia quella di arte sia quella di architettura, alla Biennale di Taipei incentrata sulla crisi ecologica globale, a quella di Liverpool in cui i vari temi si sviluppavano in sedi diverse. In quella di Shangai ho infine scoperto il contrasto tra le scelte della Biennale sulla molteplicità delle ricerche in atto e quelle dei musei cittadini con un ritorno alla figurazione tradizionale. A Chicago ricordo una bellissima mostra sugli studi d’artista, con ricostruzioni e analisi importanti, che mi ispirò molto e a cui dedicai un servizio molto approfondito. E poi ancora a New York per l’Armory Show così come al Guggenheim per una mostra su artisti coreani degli anni ’70; in Marocco a Marrakesh per la 1-54 Art fair di arte africana; a Londra al Victoria and Albert Museum per una mostra sulla storia della moda africana; al Barbican Center per la mostra Masculinities su come i vari tipi di mascolinitàvengono vissuti e interpretati e alla Richard Saltoun Gallery per una esaustiva mostra sulla Fiber Art. E ancora, poi mi sono ritrovato ad Arles per il più importante festival di fotografia esistente al mondo, a Copenhagen con Cc Lab. Virtual Reality per immergermi in una serie di esperienze virtuali al Centro sito in un ex immenso complesso industriale, ad Amsterdam e Rotterdam nel periodo della grande mostra su Vermeer al Rijksmuseum. A Parigi per la mostra dell’artista camerunense Ludovic Nkoth a La Maison la Roche facente parte della Fondazione Le Courbusier, patrimonio Unesco, per Massimodecarlo. Ancora a Parigi all’Istitut des Cultures d’Islam per una mostra, La Rose de Jericho, una pianta nomade che sembra portarci fuori dalle vicende della martoriata Palestina. A Hong Kong per la bellissima mostra Garden of Six Seasons. In Nepal, prima dei cambiamenti climatici, c’erano sei stagioni e a Kathmandu un Giardino dei sogni. A questo si ispirano gli artisti invitati. A Lille, in Francia, la mostra Renaissance affrontava il tema della ripartenza di città che hanno subito un tracollo economico come Detroit o Eindhoven o Phnom Penh e poi sono ripartite anche con nuove gallerie e artisti, a Pechino per la Beijing Dangdai Art Fair, e poi a San Paolo in Brasile come in Mongolia a Ulan Bator, in India, in Iran come in Malesia, e l’elenco completo sarebbe ben più lungo.
A questi reportage vanno aggiunte le pagine dedicate alle interviste ai collezionisti, a partire da Giuseppe Iannaccone. Finora ho toccato la quota di circa quaranta nomi di collezionisti, passando dai più grandi ai più giovani, col piacere di vedere le loro opere nelle loro case e constatare l’affetto con cui essi si confrontano con le loro scelte, le loro motivazioni i loro cambiamenti di gusto. Da alcuni anni mi occupo anche del settore spray e del coordinamento dell’area milanese, cioè dei brevi testi sulle mostre delle gallerie private cercando di fare una riflessione a posteriori piuttosto che insistere su un lavoro di anticipazione che è proprio dei magazine on line che escono giorno per giorno. Lo faccio con un team di giovani collaboratori provenienti per lo più dalla Naba, per i quali Juliet costituisce, in pratica, un utile trampolino di lancio. Poi questi giovani prendono il volo e vanno a far parte degli staff o di gallerie o di fondazioni e musei, altri ancora si lanciato nella pratica curatoriale, ma di sicuro il loro entusiasmo è sempre stimolante. Il continuo ricambio dei collaboratori è la forza vitale della rivista, perché ognuno di loro lascia un segno o dà dei suggerimenti che possono essere preziosi e comunque il contributo dei loro testi critici è sempre prezioso, perché offre uno sguardo giovane sul mondo. E così, negli anni, si sono sviluppate amicizie e collegamenti interessanti. Nel caso in cui ci siano eventi importanti che non si riesce a contenere sul cartaceo il materiale viene inviato a Emanuela Zanon che dirige la rivista online juliet-artmagazine.com e che procede con la loro pubblicazione. Poi ci sono le interviste ad artisti che ritengo interessanti, o nel panorama della cultura contemporanea o perché sono impegnati in mostre o eventi significativi, e a cui dedichiamo una pagina sul loro lavoro. Talvolta, incontro questi artisti o ai vernissage o nei loro studi. Ricordo gli ultimi due di cui mi sono occupato: Spencer Lewis e Ismaele Nones. Juliet è stata fondata nel 1980 e si spera che l’avventura possa continuare e che ci siano ancora molte cose da dire e che molte storie possano essere ancora narrate.
Info: juliet-artmagazine.com
Articolo pubblicato su OLIMPIA IN SCENA – Lo spettacolo è di tutti: https://olimpiainscena.it
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