Come possiamo presentarti in poche righe?
Sono un editore indipendente, pubblico libri, prevalentemente di narrativa (www.scritturapura.it) ma nel passato ho lavorato per una casa editrice – che ora fa parte di un grande gruppo – il cui focus principale erano i libri illustrati, dai coffee table books ai libri per l’infanzia.
Narrativa e fotografia che dialogo hanno?
Ottimo direi. Sono due modi di raccontare le storie, di vita reale o di fantasia.
In molti libri che abbiamo pubblicato ci sono oltre che fotografie – come nella guida “Torino Diabolika” – racconti di viaggio e di scoperte.
Altre volte come nel romanzo “Suite berlinese” o nella raccolta di racconti “La notte in cui cadde il muro” la fotografia è parte integrante della narrazione.
Ma in gran parte del nostro catalogo si coglie questa unità di intenti.
Che rapporto hai con la fotografia fuori dal tuo mestiere?
E’ una delle mie passioni. Mi interessa molto. Mi piace fotografare ma non mi ritengo assolutamente un fotografo, semmai un narratore per immagini. Non ho studiato abbastanza. Mi è capitato di seguire corsi e anche di insegnare educazione all’immagine. Ma un professionista è un’altra cosa. Ad ognuno il suo ruolo.
Che rapporto hai con la fotografia nel tuo mestiere?
Ancora oggi mi capita di lavorare con ottimi fotografi su progetti speciali, su iniziative editoriali che la includono. Spesso poi la “incontro” per esempio durante la scelta di una copertina. In questo caso, in redazione insieme ai miei collaboratori, si valutano le immagini migliori e più d’effetto. Poi molto fanno anche gli autori… che vengono coinvolti e spesso sono propositivi.
Quali sono i fotografi (italiani e non italiani) che conosci e che apprezzi?
Faccio due nomi su tutti: Mario Giacomelli e Nan Goldin.
Un Maestro italiano che con la sua tecnica e i suoi soggetti ha saputo entusiasmare moltissimi amanti di quest’arte. E’ stato anche tipografo e pittore. Tra i tanti, il suo lavoro su Scanno, un reportage artistico sulla vita quotidiana in un piccolo paese abruzzese, è stampato nei miei occhi.
La fotografa americana mi ha invece colpito per la sua capacità di indagine sul rapporto tra arte e vita. Proprio lei con il suo magnifico libro “The Devil’s Playground”- pubblicato dall’editore Phaidon – ha segnato il mio interesse per la fotografia contemporanea.
Poi ci sono molti altri autori (alcuni anche amici) che hanno una parte importante nella mia formazione ma non vorrei trasformare questa breve intervista in un lungo elenco.
Usi molto i social?
Sì, abbastanza. Alcune volte mi sento sopraffatto e ogni tanto cerco di “difendermi” e i libri hanno un’importante funzione terapeutica perché permettono di dar spazio alla riflessione…
I social li uso sia per lavoro sia per interesse personale, sono molto utili, ma sempre di più sto cercando di mantenere un maggiore distacco.
E ripenso a Nan Goldin…
La fotografia è una delle espressioni che più ha subito la mutazione tecnologia, come ti immagini il suo proseguo nel futuro?
La fotografia è cambiata moltissimo negli anni. E’ diventata sempre più di tutti, nel bene e nel male.
Sinceramente mi da fastidio chi si considera fotografo senza conoscerne minimamente la Storia e alcuni rudimenti della tecnica.
Ma così va il mondo…
Prima erano tutti allenatori, oggi sono un po’ tutti virologi. Meglio che si considerino fotografi forse…
La “mutazione tecnologica” ha contribuito molto alla sua diffusione ma sempre rimane una finestra sulla vita, un punto di vista personale su ciò che ci circonda.
Usi lo smartphone per fare le fotografie o hai anche una fotocamera?
Sì, lo uso spesso per fermare alcune situazioni che mi colpiscono. Per esempio, se vedo una persona leggere spesso la fotografo (e la inserisco nella mia “collezione personale” anche se non si potrebbe…).
Ho anche una bella Olympus OM-D ma non la uso ancora come vorrei.
Prima o poi ci conosceremo meglio.
Quante fotografie realizzi in un giorno o in una settimana?
Dipende dalle situazioni che incontro. Quando sono in viaggio parecchie. Perché mi piace raccontare i viaggi, gli spostamenti, e il mio modo di vedere il mondo.
E anche le situazioni curiose della quotidianità mi affascinano.
Non sono uno “scattatore seriale” però, perché mi piace cogliere un’immagine riassuntiva di qualcosa che mi emoziona.
Hai conoscenza sul diritto di autore delle fotografie?
Sì, un po’ anche per lavoro ovviamente… Cerco di rispettarlo anche per l’utilizzo sui social dove almeno cito sempre la fonte.
E’ una legislazione molto interessante. Proprio oggi rileggevo riguardo alla famosa immagine di Falcone e Borsellino che parlano tra loro sorridendo. Un’icona. Ma l’autore dello scatto, Tony Gentile, deve ancora lottare oggi per il riconoscimento del suoi diritti. Mi pare incredibile.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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