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Ian Howorth e l’esplorazione visiva dell’identità e dell’appartenenza.

di Paolo Ranzani

Ian Howorth e l’esplorazione visiva dell'identità e dell'appartenenza.
© Ian Howorth - A Country Kind of Silence if published by Setanta

Ian Howorth e l’esplorazione visiva dell’identità e dell’appartenenza.

Ian Howorth è un fotografo  documentarista con sede a Brighton, nel Regno Unito. Il suo lavoro affronta temi di identità e cultura.

Nato in Perù, terra natale di sua madre, Howorth si è trasferito spesso da bambino, vivendo in nove case diverse in tre paesi diversi. Ha visitato l’Inghilterrra, la città natale di suo padre, in più occasioni, prima di stabilirsi a Brighton, all’età di 16 anni, dove vive da allora. Questo suo peregrinare ha creato la visione del mondo che ora ricerca nella sua suggestiva indagine fotografica.

 

“Sentimenti di disagio e incertezza mi accompagnano da sempre e molti di questi sono legati alle cose che ho visto cambiare intorno a me; cose che hanno anche segnalato un cambiamento in me stesso col passare dei tempi”.

Howorth si avvale della fotografia con pellicola analogica e si concentra sulla natura kitsch delle città marittime inglesi, fotografando vetrine di negozi, piatti vuoti nei caffè e l’iconico lungomare di Brighton, queste immagini sono collegate da una sensazione di lontananza che attinge alla sensazione di Ian di stare sempre al passo con la cultura inglese.

 

“La sensazione che provo è che l’appartenenza non sia così irraggiungibile quanto difficile è invece il tentativo di comprenderla”.

Ian Howorth e l’esplorazione visiva dell'identità e dell'appartenenza.
© Ian Howorth - A Country Kind of Silence if published by Setanta

Howorth rappresenta scene quotidiane, facciate pastello sbiadite, spiagge battute dal vento e angoli tranquilli di anonime case inglesi, con una sensibilità e un’abilità artistica che le rendono assolutamente affascinanti, sono vintage e contemporanee allo stesso tempo, queste sottili minuzie catturano collettivamente le complessità della vita nella piccola città inglese, raccontndo una storia di persone e luoghi che è allo stesso tempo ricca di sfumature e antico fascino.

L’uso del formato analogico, che si integra perfettamente con il suo stile fotografico, genera immagini con una estetica unica, senza tempo e mette in rilievo la sua capacità di trasmettere emozioni e atmosfere.

 

“Penso spesso al mio rapporto con le immagini che ho scattato, sia quelle selezionate che quelle non selezionate, e a come ciascuna di esse mi aiuti a capire il luogo in cui mi trovo”.

E’ questa attenzione alle minuzie che rende il lavoro di Ian così potente. Anche i suoi primi ricordi sono permeati dall’odore e dalla consistenza degli interni delle vecchie auto americane e dalla vista del cielo della finestra del grattacielo in cui viveva. E sono tutti questi pensieri che sottolineano l’enorme e totalizzante differenza che ce lo fa percepire diviso tra ka sua vita a Lima e la sua vita in Inghilterra.

“Il calore e il cameratismo delle interazioni quotidiane – dai venditori di frutta ai membri della famiglia e il fatto di parlare una lingua completamente diversa – mi fanno sentire come se fossi una persona completamente diversa adesso. Il mio tempo negli Stati Uniti è stato scandito dallo spazio e dalla vastità di tutto ciò. Penso che a questo punto sono stato in grado di dare più senso a ciò che stavo vedendo e alle differenze tra lì e ciò che avevo vissuto in Perù”.

Queste immagini evocano immedietamente il lavoro dei primi maestri del colore come Eggleston, Shore e Meyerowtiz, sia in termini di soggetti che nella capacità di trasformare le scene quotidiane in qualcosa di più profondo poiché, come ci ricorda Howorth, il paesaggio creato dall’uomo è interamente una nostra creazione e le cose che costruiamo e dutruggiamo riflettono i nostri valori e la nostra storia.

“La verità è che non c’è soluzione”, conclude ammettendo che si sente più a suo agio con ciò che sente riguardo alla sua identità. “Puoi fare solo un certo limite in termini di recupero di tutto ciò che ti sei perso. Quindi, per me, cercare di capire il tessuto del luogo – e il significato dietro le scelte che le persone fanno e le tracce che lasciano dietro – è una buona idea. punto di partenza.”

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