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I SAMI: L’ULTIMO POPOLO INDIGENO D’EUROPA

di Valentina Tamborra

I SAMI: L’ULTIMO POPOLO INDIGENO D’EUROPA di VALENTINA TAMBORRA

Lapponi

Sicuramente è un nome che tutti abbiamo usato, un nome che tutti conosciamo ma se le parole hanno un peso (e lo hanno, eccome) allora questo termine “lappone” ha quello di un macigno.

Si, perché questa parola entrata nel gergo comune e che indica anche delle località precise, contiene un’insidia. Deriva infatti dal termine svedese “lap” che indica “pezzo, straccio” e quando definiamo una persona di origine Sami (questo il loro vero nome), “lappone” è come se gli dessimo dello straccione, del pezzente.

Ho dedicato quattro anni al popolo sami: con loro e grazie a loro ho scoperto una cultura straordinaria, una storia antica, una forza che resiste e esiste nonostante tentativi reiterati di cancellazione che questo popolo ha subito.

Mi sono concentrata sulla regione del Finnmark, in Norvegia, ma i Sami sono un popolo di cui non esiste un censimento certo, si parla di circa 80.000 anime divise fra Norvegia, Svezia, Filandia e penisola di Kola, in Russia.

Divise, appunto: “ma come può un popolo nomade sentirsi “diviso”?

Un popolo che per natura non conosce confini costretto a dei limiti imposti?

Per meglio comprendere ciò che il popolo Sami ha subito bisogna partire dalla fine del’ 700, durante l’epoca della cristianizzazione.

Tra il XVII e il XVIII secolo infatti, vi furono numerose spedizione missionaria atte a convertire il popolo sami. Secondo i pastori che fin dall’inizio del Settecento si impegnarono a diffonderer il Verbo infatti, i sami avevano la capacità di influire sugli eventi atmosferici, di determinare l’andamento della natura, di poter provocare tempeste o calamità naturali di ogni sorta: “tessitori di vento”, iniziano a definirli. Una definizione poetica certo, ma che nasconde un’insidia e un’accusa oltre che un paradosso giacchè i sami da sempre vivono in comunione con la natura e ne rispettano i ritmi.
Lo sciamanesimo, praticato dai sami, viene così tacciato di stregoneria: i tamburi sacri bruciati, gli sciamani incarcerati e uccisi, le persone costrette a convertirsi o brutalmente allontanate dalla comunità.

Ciò che colpisce inoltre è che per i sami il cui culto si basava su una percezione animistica del mondo, basata su due divinità principali, il Sole e la Madre Terra, non poneva ostacoli all’ingresso di altri dei personificati, come appunto Cristo. Al contrario, per il cristianesimo, fondato sul culto dei profeti, risultava impossibile accettare una religione basata sulla natura.

Per i pastori non esisteva dunque possibilità di assimilare la religiosità sami al cristianesimo. Uno di loro, il missionario norvegese Thomas von Westen, tornato da un viaggio nella Norvegia più settentrionale nel 1723, dichiarava di essersi imbattuto in «interi fiordi sami in cui non c’è un solo uomo che non offra sacrifici al Diavolo; tutte le montagne sono dei, tutti i campi sono invasi da idoli pagani, tutte le case e le capanne di fango sono sinagoghe di Satana».

Inevitabile quindi che la religione sami venisse repressa, talvolta nel sangue, che i suoi officianti fossero tacciati di stregoneria e che gli oggetti simbolici, come i tamburi, legati al culto pagano, venissero bruciati. Eppure ancora oggi, nonostante le persecuzioni e l’aggressività di tutte le forme di cristianizzazione,  lo sciamanesimo esiste e si pratica in segreto a riprova che per quanto si tenti di cancellare una cultura, la radice resta saldamente ancorata e resiste, nonostante tutto.

Ma il tentativo di cancellazione della cultura sami non si ferma qui.

Siamo nel 1850 e qui inizia il processo di “norvegesizzazione”.

Il governo norvegese decide di “istruire” il popolo sami, vissuto come rozzo, selvaggio. Un nutrito gruppo di scandinavi, fra cui medici e accademici,arriva a misurare crani, a fare domande incomprensibili, a toccare senza riguardo i corpi dei vivi e dei morti perché – come insegna la frenologia – è dalle misurazioni.

Questa fase della norvegesizzazione, fondata sul nazionalismo e sul darwinismo sociale, avrà conseguenze devastanti. Tra il 1800 e il 1900 i sami che sviluppano un rifiuto verso la propria cultura e negano la propria etnia aumenteranno vertiginosamente: come potrebbero riconoscersi in censimenti che, sino al 1920, li considerano una razza inferiore, «anormali» e destinati all’estinzione, e li accomunano ai ciechi, ai sordi e ai mentalmente instabili?

Con il trascorrere dei decenni alcune cose sono cambiate. A Karasjok nel 1989 è stato istituito il parlamento sami, peraltro con poteri limitati, e nel 1997 il Re Harald v di Norvegia ha riconosciuto che lo stato norvegese è stato fondato sul territorio di due popoli e ha espresso rammarico per le politiche di norvegesizzazione, definendole un’ingiustizia.

Ad oggi si assiste dunque a una rinascita dell’orgoglio sami e a un maggiore riconoscimento dei diritti di questo popolo. A Tromso, dove mi sono recata di recente, lo scorso aprile, sono stati aperti molti negozi di souvenir sami (gestiti da sami) e il Museo della cultura sami è una tappa imprescindibile per chi vuole iniziare a conoscere un poco questa cultura.

È dunque un processo positivo quello a cui stiamo assistendo ora ma le minacce per questa popolazione non sono ancora terminate.

Infatti, per tutti i sami allevatori di renne, alla minaccia legata al cambiamento climatico si aggiungono i problemi provocati dai nuovi parchi eolici disseminati sulle rotte migratorie delle renne, che spesso ne deviano o disturbano il percorso. È un pericolo talmente sentito da essere diventato motivo di proteste, non solo in Norvegia ma anche in Svezia e in Finlandia. Proteste che nel 2021 hanno portato – dopo il caso legato ai parchi eolici di Storheia e Rohan – la Corte Suprema norvegese a riconoscere l’allevamento e la tutela dello stesso come un diritto culturale del popolo sami.

Nel Sami Grand Prix del 2022, un talent musicale simile al nostro X-Factor, a vincere la sezione dedicata agli joik – canti tradizionali formati da gorgheggi e poche parole – è stato un pastore svedese, con un pezzo dedicato alle sue renne e alle pale eoliche.

Il mio legame con il popolo sami è nato per una vicinanza e una comprensione del loro dolore legato alla paura della perdita dell’identità: io stessa ho “perso” la lingua di mia nonna, lo sloveno, e insieme alla lingua, il portato culturale meraviglioso che un’identità “mista” porta con sé.

Raccontare i sami è stato per me un tentativo di rimarcare ciò che da sempre penso: i muri non dovrebbero esistere, i confini dovrebbero essere visti come frontiere, dunque permeabili, punti di passaggio dove incontrare e conoscere l’altro, senza paura, ma con l’apertura, la curiosità e la voglia di scambio che consente all’essere umano di evolversi.

“ I nascosti” è, in buona sostanza, un libro dedicato ai sami, realizzato con loro, ma pensato per tutti coloro i quali riconoscono nell’altro un valore aggiunto e non una realtà da temere o allontanare.

 

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